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Venezia, 16 gennaio 2003
Prot.TLC-VE/004/03-C

 

IL GATTO E LA VOLPE:

TELECOM

E  SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

Nel mese di dicembre l’azienda ha illustrato nel corso di due incontri romani un’ulteriore ristrutturazione (Customer Operation, assurance, telefonia pubblica, vendita business). A questi incontri la Telecom, come al solito, aveva invitato solo ed esclusivamente le Segreterie Nazionali SLC FISTEL UILTE ed alcuni delegati RSU appartenenti a queste stesse organizzazioni sindacali. Risulta pertanto del tutto improprio attribuire a quel tipo di delegazione il nome di Coordinamento nazionale RSU, vista l’esclusione – con metodi  bulgari e antidemocratici – dei rappresentanti SNATER, CUB e COBAS legalmente eletti. A dirla tutta i nostri delegati si erano pure presentati ai due incontri romani, ma sono stati prontamente additati dall’azienda come non invitati e quindi allontanati grazie al prezioso contributo di cgil cisl uil. Gli elementi che hanno indotto i Confederali ad arrivare ad una rottura potrebbero anche trovare la nostra condivisione, benché l’entità dell’agitazione abbia più il sapore del solito gioco fra le parti che della lotta vera e propria. Però il tutto scaturiva da un’informativa che era di loro esclusivo patrimonio. Su quali basi quindi e perché SNATER ed i suoi delegati RSU avrebbero dovuto seguire la stessa linea di cgil cisl uil, se nemmeno avevano ricevuto l’informativa necessaria? Questa è un diritto di tutte le organizzazioni sindacali, SNATER compreso. Sfortunatamente noi questa opportunità l’abbiamo avuta solo agli incontri territoriali, visto che agli incontri nazionali, “molto democraticamente”, non ci è ancora consentito di partecipare, ma ne veniamo cacciati.

Non è certamente determinante la partecipazione all’incontro territoriale dei nostri delegati, per svincolare la Telecom nell’applicazione del progetto riorganizzativo: come si spiega il fatto che in quelle regioni dove i delegati RSU sono tutti di cigl cisl uil, l’azienda sta comunque attuando tale progetto?  purtroppo, se oggi l’azienda ha mano libera, bisogna solo ringraziare chi ha firmato un contratto di lavoro capestro che, fra le tante “fregature”, ha pure mortificato la contrattazione sindacale. Basta citarne, a riprova, qualche triste passaggio: comma 4 articolo 25 (I trasferimenti collettivi formeranno oggetto di preventiva comunicazione alle organizzazioni sindacali stipulanti… ) o il comma 2 articolo 26 (Previo esame congiunto con le RSU, la direzione aziendale stabilisce l’articolazione dell’orario di lavoro… Per non parlare della cosiddetta flessibilità tempestiva dell’orario, in base alla quale l’azienda, previo semplice avviso alle RSU, può ribaltare l’orario di lavoro!). Noi, così come i lavoratori, in questo splendido  scenario siamo solo vittime, perché gli attori sono altri, sono quei sindacati che hanno firmato questo “ bidone” di contratto, sono quei sindacati che firmano i verbali di esami congiunti che fanno chiudere le filiali, sono quei sindacati che sottoscrivono gli accordi che hanno avallato i piani industriali di questi ultimi anni di “passione”, con tutte le  esternalizzazioni,  con le varie Atesia, Saritel e Telecontact che creano tanti bei posti di lavoro precari ed altrettanti esuberi in Telecom, sono quei sindacati che firmano, firmano e firmano, senza chiedere, mai! … sono sempre e solo loro: cgil cisl uil. Sicuramente questo nuovo “colpo” assestato dalla Telecom dovrà essere fronteggiato con determinazione, siamo convinti però che i “nostri amici” useranno la solita tecnica del “fuoco di paglia” e poi finirà tutto a tarallucci e vino come nella vertenza per la Rete.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo, le logiche sindacali adottate da SLC FISTEL UILCOM, sono un paravento alle loro responsabilità, non si può rappresentare i diritti di chi lavora e poi, dopo un “fuoco di paglia”, “condividere” le scelte aziendali. La Telecom fa  il suo mestiere agevolata da chi, come SLC-FISTEL-UILCOM, non lo fa altrettanto bene per poi atteggiarsi, agli occhi dei lavoratori, come le “vergini nel bordello” ma i lavoratori non ci credono più, figuriamoci noi.

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