mercoledi 14 febbraio  notizie regionali          

 Taranto, 11 febbraio 2007

TFR O PENSIONE INTEGRATIVA ?

 Le continue riforme sulle pensioni, a partire dagli anni ’90 con Amato nel ’92, Dini nel ’95 e per ultimo con il Governo Berlusconi, hanno scardinato il sistema previdenziale pubblico, producendo una riduzione considerevole della sua efficacia, portando a giustificazione le considerazioni da loro presentate come ovvie. Le riforme hanno prodotto tre casi, soggetti a trattamenti diversi, infatti:

·        un lavoratore con almeno 18 anni di contributi nel 1995 va in pensione con regime retributivo puro;

·        un lavoratore assunto dopo il 1995 va in pensione con calcolo interamente contributivo;

·        un lavoratore con meno di 18 anni di contributi nel 1995 è sottoposto a regime misto;

La riforma Dini del 1995 è quella che ha tagliato la pensione pubblica imponendo il passaggio dal sistema di calcolo retributivo della pensione a quello contributivo.

Con il metodo retributivo la pensione si calcola in base agli anni di lavoro e alla retribuzione percepita dai lavoratori. Con 40 anni di contributi la pensione corrisponde all’80% della media  delle retribuzioni degli ultimi 10 anni per i lavoratori privati e degli ultimi 5 anni per i lavoratori pubblici.

E’ bene ricordare che prima del 1993 veniva erogato finanche il 100% dell’ultimo stipendio, perché all 80%  erogato dall’INPS si aggiungeva un 20% dei fondi aziendali che lo  prevedevano.

Per quei fondi vigeva la tassativa esclusione dell’investimento in titoli azionari e speculativi, le somme raccolte venivano investite solo in immobili e titoli di stato.

Con il D.M. 21 novembre 1996 veniva escluso l’investimento in immobili, sostituendolo con tutti gli altri di tipo finanziario possibili, compresi quelli ad altissimo rischio. Si cominciò pertanto ad investire su prodotti finanziari anche di altri paesi come Giappone ed America per perseguire la politica neoliberista della TACHER e di REGAN riguardante lo sviluppo dei mercati finanziari internazionali, che tanto danno hanno prodotto al welfare come le vicende degli ultimi anni testimoniano.

Con il metodo contributivo la pensione si ottiene calcolando la somma di tutti i contributi versati negli anni di lavoro, Il capitale versato più gli interessi calcolati ad un tasso che è la media del PIL degli ultimi cinque anni dà un montante. Questo moltiplicato per un coefficiente basato sulla speranza di vita media indicata dall’ISTAT determina l’importo mensile da restituire ai lavoratori per il restante numero di anni di vita presunti. E’ evidente che con l’innalzamento della vita media (oggi 76 anni per gli uomini, 82 per le donne) diminuisce l’importo della pensione. E’ ovvio che c’è una penalizzazione maggiore se si decide di andare in pensione anticipatamente, perché si sommano meno anni di contributi ed un maggiore numero di anni su cui dividere il montante di riferimento.

La riforma Amato del ‘92 ha eliminato l’aggancio delle pensioni ai salari non tenendo conto che l’inflazione agisce sui prezzi dei beni e dei servizi, pertanto l’importo dell’assegno mensile, determinato dal metodo contributivo penalizza ulteriormente i pensionati non protetti dai rinnovi contrattuali.

Ecco come sono suddivisi i 16,5 milioni di pensionati con riferimento agli importi mensili dei loro redditi.

Considerando 40 anni di versamenti, il nuovo sistema contributivo garantisce una pensione inferiore al 60% della media del PIL degli ultimi 5 anni, invece dell’80% assicurato dal sistema retributivo.

La spesa pensionistica in Italia dal punto di vista dei conti risulta sotto controllo, tanto che la Corte dei Conti comunica che l’attivo INPS è in positivo di € 2,03 miliardi nel 2005,  di € 5,2 miliardi nel 2004 (fonte Il Sole 24 ore del 5 nov. 2005), malgrado l’elevata evasione contributiva stimata in circa 50 miliardi annui, la mancata separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale (mobilità - cassa integrazione),  nonostante  che la legge n.88 del 1989 prevede di tenere separati i due bilanci, perché l’assistenza deve gravare solo sulla fiscalità generale.

Un altro elemento da tenere in considerazione, perché agisce direttamente sulle casse INPS, è lo sfrenato sviluppo della precarietà lavorativa che determina flussi di cassa di entrata insufficienti ed irregolari, tanto da dover ritoccare con lo 0,30% in più, i contributi previdenziali con la finanziaria 2007.

Queste  riforme hanno volutamente affossato il sistema previdenziale rendendolo insufficiente in modo da aprire la strada alla previdenza integrativa privata I FONDI PENSIONE.

Tali fondi sono stati presentati come la garanzia per salvaguardare il potere di acquisto delle future pensioni. Questo non lo può sostenere nessuno, perché gli unici dati disponibili sono quelli del passato e guarda caso sono quasi tutti negativi come ad  esempio:

-        il fondo COMIT della banca commerciale che è stato posto in liquidazione a causa delle perdite accumulate così, i pensionati hanno visto sfumare la loro rendita risarciti con solo una tantum mentre gli iscritti ancora in attività sono passati ad un nuovo fondo di BANCA INTESA

-        il fallimento della SICILCASSA ha azzerato il fondo pensioni di migliaia di bancari che forse recupereranno solo il 15% del versato,

-        il fondo CARPENTIERI DELL’ALASKA è entrato in crisi per aver acquistato le azioni di PARMALAT

-        In questi giorni è stato scoperto un ammanco di bilancio per oltre € 40 milioni nella cassa IBI, il fondo pensione degli ex dipendenti dell’istituto bancario italiano, incorporato in CARIPLO nel ’91, ora nel gruppo INTESA SANPAOLO. L’ammanco è superiore alla metà dell’intero patrimonio del fondo a cui sono iscritti circa un migliaio di dipendenti del gruppo (fonte Il Sole 24 ore del 31/01/07).

Chi parla ai lavoratori dei Fondi parla sempre e soltanto di rendimenti presentando le speranze per certezze e dimentica di parlare dei rischi. Allora perché non rischiare in proprio, accumulando personalmente la quota TFR, investendo oculatamente e comunque se si sbaglia non si avranno rimorsi di coscienza. I Fondi pensione non danno una pensione ma una rendita che non si adeguerà né ai salari né al costo della vita, ma sarà rivalutata solo sulla base degli interessi bancari. Se per caso il pensionato vivesse più di quello che l’ISTAT prevede e il fondo non si fosse assicurato contro il rischio della sopravvivenza, non si avrà un centesimo dal fondo che ha gestito la rendita.

Un’altra considerazione da fare riguarda la mancanza di REVERSIBILITA’ perché non prevista.

Con i fondi le donne stanno ancora peggio, per il fatto che la loro speranza di vita è più alta di quella degli uomini, a parità di contributi versati il montante accumulato dovrà essere spalmato su più anni, riducendo così l’importo della rendita mensile. I Fondi aperti o chiusi hanno un sistema di finanziamento a capitalizzazione cioè incamerano i contributi dei lavoratori, che vi aderiscono, mettendoli continuamente a rischio perché legati agli andamenti delle borse. I Fondi sono strumenti finanziari inefficaci nella previdenza, mentre sono straordinari nella speculazione finanziaria e si caratterizzano per la loro ricerca ad ogni costo di alti rendimenti  a breve termine e per la loro necessità di liquidità.

I fondi agiscono indirettamente sullo sfruttamento del lavoro, sui licenziamenti, sulla precarietà e lo sfruttamento dell’ambiente, perché le imprese quotate in borsa devono attrarre i capitali e quelli dei fondi pensione sono i più appetibili. Perché ciò avvenga devono ridurre i loro costi a scapito dei lavoratori e delle condizioni di lavoro, creando un effetto perverso in quanto i lavoratori stessi sono spinti a sperare, per avere una pensione dignitosa, nello sfruttamento e nel licenziamento.

Il passaggio dal sistema a ripartizione a quello a capitalizzazione è servito solo per avere le risorse necessarie da impiegare nei mercati finanziari. Ecco il vero obbiettivo delle riforme previdenziali altro che riequilibrare i conti e assicurare la pensione alle generazioni future.

Il vero scopo era ed è quello di privatizzare la previdenza per riversare nella speculazione finanziaria la massa enorme di risorse che supera  €13 miliardi all’ anno.

I lavoratori per capitalizzare la loro pensione devono versare i propri  contributi, ma devono anche pagare per i lavoratori già in pensione, cioè devono pagare due volte e su questo problema sono intervenuti Maroni e Berlusconi. Hanno presentato come indispensabile la rinuncia alla liquidazione per garantire ai futuri pensionati, dopo i tagli alla previdenza pubblica, un reddito decoroso, affermando che questo reddito sarà garantito dagli alti rendimenti dei fondi pensione, ma nessun fondo è in grado di garantire nulla, neanche lo stesso rendimento del TFR.

Con l’aumento della tassazione sul TFR inserita nell’ultima finanziaria, sarà favorito il trasferimento ai fondi complementari, cosa che fa anche lo scandaloso principio del silenzio assenso, cioè il permettere di non fare una scelta esplicita per cui  chi non decide, decide lo stesso.

Ricordiamo che tale TFR o liquidazione è la somma corrisposta dal datore di lavoro al termine del rapporto e si determina accantonando per ciascun anno di lavoro una quota pari al 6,91% della retribuzione lorda e che tali importi  vengono poi rivalutati ogni anno del 1,5% in misura fissa e dal 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo rilevato dall’ISTAT. Quindi vengono sottratti i soldi del TFR certi e garantiti per riversarli nei fondi, si tenta di ingannare i lavoratori con la contribuzione dei datori di lavoro sui fondi pensione ma si nasconde come quella contribuzione rientri nei costi dei rinnovi contrattuali. Questo processo iniziato dagli anni ‘90 viene nascosto dietro le riforme previdenziali e viene condotto a danno del lavoro e dei lavoratori e cancella la solidarietà tra le generazioni accettando che la previdenza si finanzi con il sistema a capitalizzazione, il solo che consente di rastrellare i denari per operazioni speculative.

I fondi sono un pericolo per i lavoratori e un grande affare per i padroni.

Sono loro i veri beneficiari perché speculano sfrenatamente rischiando non i loro capitali, ma quelli dei lavoratori. Impedendo il trasferimento del TFR nei fondi pensione è la possibilità che abbiamo oggi di fermare tutto questo.

L’iscrizione al fondo pensione è definitiva, non ci si può ripensare, la rinuncia al TFR è senza ritorno, mentre al contrario è sempre possibile successivamente ai 6 mesi previsti per effettuare la propria scelta, trasferire il proprio TFR ai fondi che non garantiscono alcun rendimento minimo. In caso di fallimento di sicuro saranno le quote degli associati a scendere a picco, perché i versamenti del TFR al fondo non formano capitale, ma detratti delle spese di gestione, cessano di essere denaro e vengono trasformati in quote.

Quando il valore delle quote scende, la loro risalita è molto più difficile. Se le quote valgono 1000 e scendono del 50% vanno a 500. Se poi risalgono sempre del 50% vanno a 750, non tornano a 1000. In ogni caso il gestore ci guadagna sempre, perché trae profitto dai costi di gestione per l’amministrazione.

 E’ il gioco vecchio della speculazione finanziaria ed è anche truccato, perché se le cose vanno male si è obbligati a continuare a versare.

Il vero vantaggio del TFR non risiede nell’alta redditività, ma sull’elevata sicurezza.

Aderendo ad un fondo significa rinunciare al TFR cioè non ricevere più la liquidazione nel momento in cui si viene licenziati e questo è molto grave perché, snatura il ruolo principale del TFR che è quello di aiutare il lavoratore nelle difficoltà derivanti dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Così, grazie ad un recente accordo tra Governo e Confederali, mentre si assottigliano ulteriormente le pensioni pubbliche, scompare la liquidazione, che rappresenta un bell’affare per la Triplice, i Padroni e le Assicurazioni, che gestiranno i fondi della previdenza integrativa. In pratica, grazie alla riforma previdenziale, sommando alla pensione maturata quella integrativa non si arriverà a prendere nemmeno la vecchia pensione pubblica, mentre in un perverso gioco delle tre carte viene sottratto il TFR.

Bloccare il trasferimento del TFR ai fondi contribuisce a salvaguardare i posti di lavoro infatti, quando un datore di lavoro licenzia uno o più lavoratori deve pagargli il TFR che è salario differito. Le imprese lo utilizzano per finanziare le proprie attività in maniera assai più conveniente che ricorrere al credito bancario a tassi molto più alti del rendimento TFR. In mancanza di questa liquidità derivante dai lavoratori, il datore di lavoro costretto a richiederla alle banche, non avrebbe più alcuna remora a licenziare non avendo più somme da restituire.

A tale proposito c’è un’altra considerazione da fare. Il nostro TFR matura interessi per circa 2,6% ÷3,00% annui, orbene il governo con il decreto attuativo stabilisce che per le aziende con più di 50 dipendenti il TFR dei lavoratori, che non aderiscono alla previdenza complementare, confluirà direttamente all’INPS.

Alle aziende vanno agevolazioni sotto forma di finanziamenti e riduzione del cuneo fiscale ed infine lo stato utilizzerà questa enorme somma di denaro per finanziare le opere pubbliche. Dunque :

 I SOLDI SONO DEI LAVORATORI, TUTTI CI LUCRANO TRANNE I LAVORATORI E BEFFA DELLE BEFFE POTREBBERO ADDIRITURA VEDERLI SPARIRE COME UN GIOCO DI PRESTIGIO ADERENDO AI FONDI PENSIONE.

Impedire il trasferimento del TFR ai fondi cioè mantenerne la sua disponibilità costituisce il primo passo indispensabile verso una PREVIDENZA PUBBLICA SOLIDALE E GIUSTA.

Occorre rilanciare fortemente la richiesta di una pensione tutta pubblica, fondata sulla contribuzione obbligatoria, che recuperi l’immensa evasione contributiva, che ripristini la pensione a 35 anni di lavoro, che preveda importi dignitosi per tutti i lavoratori, specie per le nuove generazioni, che tenga in considerazione l’aumento della produttività cresciuta esponenzialmente in questi decenni, senza che questo aumento di ricchezza finisse allo stato sociale o nei salari, ma ha visto invece decuplicare i patrimoni  dei padroni.

E’ bene sapere che il sistema previdenziale italiano deve rispondere a quanto stabilito dall’articolo 38 della Costituzione dove si garantisce ai lavoratori mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria e questo non può essere assicurato mediante forme incerte, aleatorie e rischiose del sistema di finanziamento a capitalizzazione proprio della previdenza complementare privata.

Garantire una vita dignitosa ai pensionati deriva solo dal lavoro  e dalla ricchezza che esso produce e non dalla disponibilità di denaro. Il mercato finanziario non produce ricchezza ma la ridistribuisce, in pratica viene sottratta a qualcuno che quella ricchezza ha prodotto con il proprio lavoro, ecco perché il fondo per poter mantenere quello che promette, deve affondare le mani nella speculazione finanziaria.

Non vogliamo una vita di lavoro e una pensione sempre più precaria, occorre impedire la fine della pensione pubblica per non soccombere ai mercati finanziari.

Tutti sono d’accordo, Padroni, Sindacati confederali, Assicurazioni, Finanziarie e Speculatori di tutti i tipi, nel mettere le mani sui nostri soldi, raccontando balle per giustificarne il ricorso e non dicono che basta un crollo di borsa di un giorno per far sparire tutti i soldi versati nel fondo pensione privato.

Non era più semplice e molto meno oneroso, approfittare del fondo unico nazionale cioè l’INPS già esistente ed investire i contributi in sicuri titoli di stato del tipo, per fare un esempio, BTP scadenza 15/09/2014, cod.IT0003625909, dove lo stato garantisce il 2,35% d’interesse e la rivalutazione al 100% in base all’inflazione europea, che è più della rivalutazione del TFR.

Al comma 2 dell’art. 1 della legge del 24 novembre 2005 si dichiara chel’adesione alle forme pensionistiche complementari disciplinate dal presente decreto è libera e volontaria”. Sarebbe libera e volontaria se lo stato garantisse ai giovani una pensione dignitosa. Ma come abbiamo constatato la pensione pubblica garantisce circa il 50% dell’ultimo stipendio. Con questa previsione di una pensione da fame come può essere l’adesione libera e volontaria.

Per difendere le pensioni pubbliche i soldi ci sono, il 2006 ha visto € 41 miliardi di profitti solo per 20 società contro € 200.000 miliardi annui di evasione fiscale. I lavoratori non vanno trasformati in investitori e finanziatori dello stato, ma devono avere la certezza che le aziende versino realmente i contributi dovuti.   

I sindacati confederali CGIL CISL UIL vogliono convincerci ad aderire ai fondi privati perché, dopo la riforma previdenziale di Dini  del ‘95 le pensioni future corrisponderanno al 50% dei salari, ma dimenticano che tale riforma fu da loro appoggiata perché affermavano che salvava i conti dell’INPS. I vertici sindacali, che ora si stanno facendo promotori di una campagna a favore dei fondi pensione in quanto cogestori degli stessi, devono ricordarsi che il compito di un sindacato, non è il PATRONATO con il quale si assicurano le deleghe, ma l’impegno a lottare per difendere diritti acquisiti rivendicandone di nuovi come migliori condizioni di lavoro, ridistribuzione equa della ricchezza prodotta. Devono abbandonare questa strada che porterà solo miseria nella vita di milioni di famiglie specie di quelle che non gli hanno conferito mandato. La breve analisi sin qui fatta non può che portare alla scelta di non aderire ai fondi pensione e di mantenere il proprio TFR.

Si invitano i lavoratori e i cittadini di questo paese ad aderire ai movimenti sorti per il rilancio della previdenza pubblica nell’interesse proprio attuale e di quello delle generazioni future.

Angelo Miccoli
  Segreteria SNATER TLC Puglia

SEGRETERIA REGIONALE PUGLIA–SETTORE TELECOMUNICAZIONI
Via Normanno, 25, 71100 Foggia. Tel. Fax 0881772167  3357287796        
www.snaterpuglia.org

 sindacato sciopero callcenter call center  telecom telecomunicazioni tlc contratto rsu