| martedi 27 maggio 2003 snaterinforma |
Il
referendum sull’Articolo 18
DISCUTIAMO
DEL MERITO
Enrico
Pugliese
Enrico Ordinario di Sociologia del Lavoro all'Università "Federico II" di Napoli
Personalmente
sono sempre stato contrario all’uso dei referendum, in particolare quando si
tratta di tematiche che riguardano specificamente i
lavoratori. Tra l’altro i referendum – almeno quelli più significativi
– hanno portato alla imbarazzante sconfitta dei promotori. Questa norma è
valsa per i referendum di iniziativa bigotta e
reazionaria sul divorzio e sull’aborto, ma è valsa purtroppo anche per il
referendum sulla scala mobile, con il quale la sinistra e il sindacato sono
riusciti a procurarsi una delle più cocenti sconfitte del dopoguerra. C’è
anche un elemento specifico che mi spinge verso una posizione
antireferendaria, la convinzione cioè che non sia
né utile né opportuno coinvolgere tutta la popolazione su tematiche
riguardanti la classe operaia e le relazioni sindacali. Ciò innanzitutto
perché la popolazione (la ‘gente’) ha in
generale scarsa competenza e modesta sensibilità per queste tematiche:
poco ne sa e non sempre simpatizza.
Detto
questo, vorrei esprimere il mio profondo e totale convincimento
sull’opportunità di andare a votare a questo referendum e ovviamente di
votare per il sì, ma soprattutto di mobilitarsi attivamente nella campagna in
difesa del referendum, dei suoi contenuti e dei generali principi e
orientamenti dai quali essi discendono. Questa premessa potrà apparire
paradossale, ma, come cercherò di spiegare in avanti, alcune obiezioni di
base in questo momento non mi sembrano tanto vincolanti e quella del
referendum può essere un’utile occasione di chiarimento e rappresentare una
prospettiva di affermazione di un movimento di
difesa dei diritti dei lavoratori.
Innanzitutto,
approfondiamo l’oggetto del contendere con
riferimento al merito specifico del referendum. Esso intende estendere anche
ai lavoratori della piccola impresa una norma di garanzia che la legge, che va
sotto il nome di Statuto dei lavoratori, aveva inteso
limitare ai lavoratori delle imprese di più grandi dimensioni. Si tratta
dell’Articolo 18, volto a impedire i
licenziamenti senza giusta causa. La scelta di escludere le aziende al
di sotto di una certa soglia rifletteva la situazione strutturale, e i
rapporti di forza e le strategie di alleanza del 1970, proprio all’indomani
dell’autunno caldo: una situazione – ci sentiamo continuamente ripetere
– profondamente diversa da quella attuale. E sulla portata epocale
di questi cambiamenti non sussistono dubbi. I cambiamenti
– come continuamente ci ricordano esponenti anche accademici degli ambienti
padronali – riguardano la struttura industriale del paese, non più fondata
sulla fabbrica di grandi dimensioni con l’organizzazione del lavoro fordista
taylorista. Ora le esigenze della
produzione snella hanno bisogno di flessibilità nei rapporti di lavoro. Il
tipo di industria oggi dominante è riferito ad
aziende di dimensioni più modeste, magari organizzate a rete, che necessitano
di continui adeguamenti e che non riescono a sopportare i vincoli imposti
dallo Statuto dei lavoratori e in generale dalle acquisizioni del diritto del
lavoro e dal consolidamento del sistema di relazioni sindacali, che si sono
consolidate nel corso del XX secolo e soprattutto nei gloriosi trent’anni
dello sviluppo industriale post-bellico.
Di
molti di questi vincoli le imprese hanno già da tempo
cominciato a liberarsi: e non sono state ad aspettare l’avvento del governo
di destra. Alle ragioni degli imprenditori si sono mostrati sensibili anche
ambienti accademici, che, con minore o maggior grado di competenza, si sono
fatti cantori della flessibilità, senza alcuna sensibilità per i problemi
dei lavoratori, che subivano le conseguenze umane e sociali dei processi di
forzata flessibilizzazione già in atto
da tempo. All’obiettivo, concreto e immediato, delle imprese di ridurre le
garanzie dei lavoratori e di avere effettivamente
mano libera nell’organizzazione e nel mercato del lavoro si è aggiunto, più
di recente quello, in realtà provocatorio, di eliminare l’Art.
18 dello Statuto dei lavoratori, rivendicando la possibilità di licenziare
senza giusta causa.
È
utile sottolineare il carattere simbolico di questa
iniziativa: sociologi, giuristi del lavoro ed esperti di relazioni industriali
– di destra e di sinistra – sono in generale convinti che le imprese più
grandi non hanno in generale interesse alla pratica dei licenziamenti
individuali. che hanno inteso pretendere per
principio e per arroganza. I milioni di firme finora raccolte dalla Cgil
esprimono l’irritazione per il modo in cui si intende
stabilire il principio della ingiustificata licenziabilità,
magari da indennizzare con danaro. Le poste in gioco simboliche hanno un forte
richiamo e una grande rilevanza.
Nelle
attuali circostanze l’Art. 18 rappresenta un
elemento di riferimento, la istituzionalizzazione
di un principio, una di quelle norme del diritto del lavoro che – come
dicono con nostalgico orgoglio i giuristi del lavoro – hanno consegnato al
secolo XXI una società in cui i lavoratori vivessero in una condizione più
umana e civile. Quando Polanyi
scriveva, oltre mezzo secolo addietro, che il peggio è alle nostre spalle,
intendeva riferirsi a qualcosa del genere. La classe operaia non è solo
merce, ma anche titolare di diritti: e – sul «manifesto» l’abbiamo
sempre scritto – questi non sempre sono monetizzabili.
Articolo
18, perciò, come protezione simbolica e – perché
no?– anche reale. È per questo che paradossalmente hanno ragione coloro che
da destra ironizzano su quelli che difendono con forza l’Articolo 18 nella
sua versione attuale, ma esprimono perplessità o dissenso sul referendum che
vuole generalizzare a tutti i lavoratori – anche a quelli che lavorano nelle
piccolissime imprese – i diritti in esso
tutelati. Se si tratta di un giusto diritto dei lavoratori (anzi della
persona), non si vede perché non ne debbano godere
anche i lavoratori di aziende più piccole. Questo è vero e c’è poco da
ironizzare. L’obiezione è dunque assolutamente corretta, ma per i motivi
opposti a quella per cui viene fatta.
La
situazione produttiva è cambiata, ci dicono. Ed
è verissimo. All’epoca dello Statuto dei lavoratori, alla vigilia delle
rivoluzione informatica, la fabbrica con 14 dipendenti era pressoché
esclusivamente la ‘fabbrichetta’ artigianale
più o meno arretrata. Era diversa dalla grande
fabbrica: con organizzazione del lavoro standardizzata e – si diceva – con
rapporti di lavoro più burocratici e spersonalizzati. Da un lato c’era l’operaio
massa, dall’altra c’erano gli operai della piccola impresa con un
rapporto personale con il padrone.
Un
po’ era così, un po’ questo era lo stereotipo.
Ma tutto questo faceva differenza anche in termini
di contratto di lavoro e di licenziabilità. La
grande impresa inoltre si poteva permettere di praticare il labour
hoarding (il mantenimento di forza lavoro in
azienda anche quando non era strettamente necessaria); la piccola impresa no.
Qui i livelli di produttività erano più modesti e
grande la fatica del piccolo imprenditore. Insomma, la piccola azienda –
quella con meno di 15 dipendenti – viveva un vita
economica più difficile e aveva bisogno di sconti a tutti i livelli.
Essa rappresentava un quota significativa del
sistema delle imprese italiano, più alta che negli altri paesi di Europa; e
anche per questo si accettò di dare ad essa un grado di protezione, sia pure
a scapito dei lavoratori.
Non
che ora i divari di produttività non sussistano più.
I dati sulle imprese mostrano – come per altro ovunque al mondo –
incrementi di valore aggiunto per addetto al crescere della dimensione
aziendale, oltre che ovviamente aumenti delle retribuzioni e del costo del
lavoro. Ma è mutato il contesto e sono mutati
anche i rapporti interni. La piccole imprese – si
può dire – prima erano davvero tutte piccole. Questa non è né una
tautologia né una banalità. Il principale motivo
per cui il limite imposto dallo Statuto dei lavoratori non ha più lo stesso
senso di prima è che l’impresa con 15 dipendenti può ora essere piccola,
media o finanche grande dal punto di vista economico e finanziario: in qualche
ambito essa può rappresentare una piccola potenza finanziaria.
I
processi per cui si è arrivati a questo esito sono
molteplici. In primo luogo quelli ovvi: la rivoluzione informatica e in
generale il forte sviluppo tecnologico, che hanno
permesso di ridurre drasticamente la mano d’opera necessaria nella
produzione. La cosa è evidente nella industria,
dove quantità enormemente superiori di merci possono esse prodotte impiegando
quantità enormemente più modeste di persone. Ma l’informatica e la
micro-elettronica aggiungono qualcosa di più, un salto di
qualità in questa direzione, sia per la eliminazione di determinate
operazioni (e relative ingombranti macchine) sia per il fatto che esse possono
essere allocate all’esterno dell’impresa.
E
questo ci porta al secondo punto, che è quello più
importante: i processi di destrutturazione e riorganizzazione aziendale. È
qui che si è realizzato quel livello di trasformazione tale da rendere molto
meno significativa la questione del limite
dimensionale a 15 addetti. Di questi processi di destrutturazione-riorganizzazione
poco si discute e scarse sono le ricerche in materia. Si discetta in generale
e in astratto di flessibilità, ma pochi sono gli studi fondati su di una
analisi approfondita della realtà produttiva delle aziende e dei
processi lavorativi. Piuttosto attenti su questo però sono i giuristi del
lavoro, proprio per le implicazioni che i cambiamenti hanno rispetto alla collocazione
dei lavoratori, ai rapporti con le controparti e soprattutto al carattere
sempre più mutevole e sfuggente delle controparti.
Insomma
stiamo parlando di quel colossale processo di trasformazione-destrutturazione
aziendale che va sotto il nome di outsourcing.
Con questo termine si designa il processo per cui
una serie di operazioni svolte all’interno dell’azienda e con lavoratori
dipendenti dall’azienda stessa sono ora sempre più frequentemente gestite
da parte di altre imprese, collocate fisicamente nello stesso luogo fisico
dell’azienda – diciamo così – ‘madre’,
o in altro luogo.
Ci
si chiederà cosa c’è di diverso rispetto ai processi di decentramento
produttivo che conoscevamo una volta. La novità
consiste proprio nel fatto che i lavoratori di una impresa
che contribuiscono alla produzione di una merce con un determinato marchio,
lavorano spesso proprio all’interno delle mura della stessa fabbrica, magari
svolgendo le stesse operazioni, però alle dipendenze di un altro padrone (che
forse è indirettamente lo stesso). La questione è dunque quante volte
bisogna contare fino a quindici perché l’azienda rientri nella soglia
prevista dallo Statuto.
Queste
cose, questi processi non c’erano trentacinque anni addietro, quando Giacomo
Brodolini pensava alla Statuto dei lavoratori.
Certo: alcune operazioni di scorporo riguardanti la pulizia, gli autobus per
il trasporto dei lavoratori, le mense aziendali e altro
erano già cominciate allora. Ma ora si
tratta di processi e fenomeni assolutamente diversi. Le
operazioni oggetto dell’outsourcing
riguardano in generale blocchi interi del processo lavorativo in senso
stretto, dove non cambia né l’organizzazione aziendale, né il lavoratore.
Cambia solo la proprietà. C’è dunque una moltiplicazione delle proprietà
e – dal punto di vista dei lavoratori – delle controparti all’interno
dello stesso stabilimento, delle stesse mura, dove lavorano spesso gli stesi
operai con le stesse macchine. E questo è un processo di destabilizzazione di
portata eccezionale, giacché l’impresa vera e propria si sottrae
a tutta una serie di vincoli e responsabilità nei confronti dei lavoratori,
che vanno ben oltre l’Articolo 18.
Le
piccole aziende sono dunque a volte più grandi e comunque
diverse per due ordini di motivi.
In
primo luogo – e questo è più noto e meno importante – perché lo
sviluppo tecnologico e in particolare la microelettronica hanno
permesso di sostituire uomini con macchine.
In
secondo luogo – e questo è l’aspetto più importante – con i processi di
outsourcing e ristrutturazione, esse non
sono altro che il nocciolo e il nucleo motore di una grande azienda, che prima
li conteneva insieme ad altre, oppure pezzi – a volte anche significativi
– di altre e più corpose aziende, con organizzazione e rapporti di lavoro
che nulla hanno a che vedere con il clima della piccola impresa artigianale di
una volta. Insomma l’outsourcing non è
dispersione produttiva né decentramento produttivo: è un processo che porta a
un complesso intreccio di realtà aziendali, magari in situazione gerarchica,
e rappresenta il prodotto di forme moderne di evoluzione della produzione.
All’interno
del vasto arcipelago delle imprese sotto i 15 addetti ci sono tante realtà. Ed
è perciò opportuno articolare il discorso in base ai diversi settori
produttivi, distinguendo tra industria e servizi, inquadrandolo all’interno
delle grandi trasformazioni della struttura produttiva italiana.
Secondo
il rapporto dell’Istat sulla situazione italiana
(rilevazioni sulle imprese), i lavoratori dipendenti delle industrie
manifatturiere (di ogni dimensione) sono in tutto
4.152.000: una cifra davvero modesta e pari a meno di un quinto del totale
degli occupati italiani e a una percentuale ancora più limitata del totale
delle forze di lavoro. Una cifra poi non diversa da quella
di 35 anni addietro e solo leggermente inferiore di quella di dieci
anni fa: in questi anni, infatti, il calo dell’occupazione industriale, del
quale si sente sempre parlare, ha riguardato – come si sa – solo la grande
industria, non tutta l’industria. Agli occupati in fabbrica vanno aggiunti
gli 814.000 dipendenti dell’edilizia, con il che il quadro non si modifica
di molto. Il massimo numero di lavoratori alle dipendenze di
imprese (cioè nel settore privato nell’economia) lo troviamo nei
servizi. Essi sono 4.276.000, vale a dire circa
100.000 in più degli occupati nell’industria. Questa è l’occupazione
dipendente totale nel settore privato dell’economia in Italia.
Inoltre,
in ciascuno dei settori indicati (manifattura, edilizia e servizi) bisogna
tenere conto anche dei lavoratori autonomi, spesso titolari delle imprese dove
sono occupati i lavoratori dipendenti, che abbiamo prima contato. Essi sono
circa 800.000 nell’industria, concentrati praticamente
del tutto nelle imprese con meno di 20 addetti, e portano il totale degli
addetti al settore a 4 milioni e 968 mila. Gli autonomi ovviamente hanno
comprensibilmente una incidenza molto più alta nel
terziario e in edilizia.
Prendendo
per buoni questi dati, passiamo a vedere quanti sono più o meno – e con
criteri largamente ‘nasometrici’ – i
lavoratori già protetti dallo Statuto dei lavoratori e quanti quelli
potenzialmente interessati dal referendum. I primi sono un po’ più di 6
milioni (come somma dei dipendenti dell’industria e di quelli del
terziario), mentre i secondi sono un po’ meno di tre milioni ( i lavoratori
dipendenti di imprese sotto i 15 dipendenti). Tra
questi, meno di un milione e mezzo si trovano nell’industria; anzi, se ci
riferiamo alla sola industria in senso stretto (detratte le costruzioni),
scendiamo a qualcosa come 900.000.
È
per questi che si fa la battaglia. Non solo per
loro. Ma se pure fosse solo per loro, la battaglia
sarebbe più che legittima. Chi ha conosciuto la vita
nella piccola azienda industriale negli ultimi dieci anni o venti anni sa bene
come sia duro, difficile e pericoloso il lavoro in quelle situazioni.
Il grado di sfruttamento della piccola impresa industriale è andato
aumentando negli ultimi anni, in rapporto al peggioramento delle condizioni di
lavoro. Studi sulla condizione operaia non se ne fanno più. Il Pci
ha smesso di farne quando è diventato Pds. Ma si
sa come sia debole nella piccola fabbrica la
situazione dei lavoratori e delle loro stesse rappresentanze. Ed è per questo
– per il fatto che l’abuso, compreso il
licenziamento senza giusta causa, è la norma – che è giusto e sacrosanto
rivendicare l’estensione dell’Articolo 18. Il licenziamento per
rappresaglia è il rischio maggiore che corre chi, in queste condizioni, si
permette di fare azione sindacale o di organizzare la lotta contro quelle
condizioni di lavoro.
E
la cosa è ancora più vera per i lavoratori del terziario. Un padrone può
avere due o tre ditte di pulizia sotto i 15 dipendenti. Non vedo cosa ci sia
di male a impedire il licenziamento per
rappresaglia in ciascuna di queste imprese. Sfido a questo proposito i
contrari al referendum a vedere un po’ come si lavora alle dipendenze di una
ditta di pulizia .
Inoltre
è proprio nel terziario che l’outsourcing si
pratica con maggior forza. Pensiamo alle case editrici. Una volta, se si
pubblicava un libro dall’editore ‘tal dei tali’
di Roma, si andava in redazione dove il libro veniva – come si dice in gergo
– ‘lavorato’. Ora
in redazione c’è solo qualche signora colta ed elegante, magari parente del
padrone, perché il libro lo lavora la ditta ‘Artemisia’
(o che so io) di Siena, con non si sa con quali rapporti con la casa editrice
madre: e nella quale chi lavora è magari socio di cooperativa.
E
questo ci porta alla seconda delle obiezioni al referendum, quella in un certo
senso di segno opposto. Si dice che questa misura interessa solo una parte dei
lavoratori meno protetti. Anzi si afferma che in un certo senso anche i
lavoratori a tempo indeterminato alle dipendenze di imprese
di dimensioni sotto i 15 addetti appartengono a una categoria di garantiti (di
insiders, come si dice ora). Questo, da un certo
punto di vista, è vero: la maggior parte di giovani che hanno trovato lavoro
in questi ultimi anni non hanno problemi di licenziabilità
(con o senza giusta causa), giacché lavorano con un contratto a tempo
determinato o come collaboratori coordinati e continuativi
(e quindi non come veri e propri dipendenti), anche quando lavorano di fatto
in posizione subordinata in aziende soprattutto nel terziario. Ma
i loro problemi sono analoghi – solo un po’ più gravi – a quelli degli
occupati teoricamente a tempo indeterminato. Non c’è alcun motivo per
metterli in contrapposizione.
Questa
è l’epoca del lavoro atipico: dato rispetto al quale bisogna far chiarezza.
Quando si parla di lavori atipici ci si riferisce
solitamente al tipo di occupazioni che esulano dal modello che si era andato
consolidando nel corso del ventesimo secolo, fondato su di un rapporto di
lavoro stabile alle dipendenze e a pieno tempo. Intorno a questo modello era
andata costruendosi la normativa sul lavoro e intorno a quel modello si era
andato strutturando il sistema di relazioni
industriali e sindacali. In Italia il culmine di quel modello è stato
rappresentato dallo Statuto dei lavoratori. Ma, da più di quindici anni, è
iniziato un processo di arretramento, di riduzione
delle garanzie e di forti innovazioni sul piano del governo del mercato del
lavoro e dei rapporti di lavoro, che ha incrinato pesantemente quel modello e
ha avuto il suo culmine nella Legge delega sul mercato del lavoro, appena
approvata. Il processo è motivato da una serie di assunti
tutti discutibili e a volte pesantemente insensati.
Il
primo è che la scarsa capacità di sviluppo occupazionale, in Italia come in
Europa, sia dovuta, innanzitutto, a comportamenti dell’offerta di lavoro,
che sarebbe troppo rigida e rifiuterebbe le occasioni di lavoro effettivamente
offerte. Questo assunto è anche alla base del Libro Bianco del governo; ma
c’è una vasta schiera di economisti – non solo
di sinistra estrema –, che sottolineano come l’origine della
disoccupazione nel Mezzogiorno abbia a che fare con la domanda di lavoro, cioè
con la politica economica e non con le politiche attive del lavoro, che
servirebbero ad adeguare l’offerta di lavoro (che peraltro non c’è).
L’altro
assunto riguarda la presunta assenza di mobilità del lavoro in Italia. La
credenza – smentita da dati elementari – è che in Italia si vuole restare
a tutti i costi abbarbicati al posto di lavoro con grave danno per le imprese.
Il libro di Bruno Contini, edito di recente 1, mostra al contrario proprio
come in Italia nel settore privato dell’economia il tasso di mobilità sia
molto alto, molto più alto che negli altri paesi Europa. Insomma, la
trasformazione della struttura dell’occupazione è già cominciata da
tempo nel nostro paese. La precarizzazione
è forte e riguarda soprattutto i giovani: sono loro le principali vittime del
processo di destrutturazione del mercato del lavoro
e dello smantellamento delle garanzie all’interno dell’occupazione.
I
lavoratori atipici ‘forzati’ sono tanti,
tantissimi: ormai sono milioni. Rispetto alla dimensione del fenomeno però
bisogna stare attenti a evitare confusioni: per
esempio a non sommare tutte queste categorie, giacché molti degli atipici
rientrano nelle categorie che abbiamo prima elencato, come i lavoratori
dipendenti o i lavoratori ‘autonomi’ (tali, ad
esempio, vengono considerati i collaboratori coordinati e continuativi: i ‘co-co-co’).
Ma per questo rimando all’articolo di Giancarlo
Aresta2.
Nella
loro maggior parte i lavoratori atipici non rientrano
tra i potenziali interessati dall’estensione dall’Articolo 18. Ma questo
non è un buon motivo per ritenere che essi non siano interessati alla
estensione dei diritti ai lavoratori della piccola impresa, dove in
generale sono collocati. Il messaggio repressivo di ascendenza
‘dalemiana’ «meno ai padri, più ai figli»
non ha mai convinto la gente, soprattutto i figli. I ragazzi sanno che la
riduzione delle garanzie offre loro l’ingresso in una situazione del mercato
e della organizzazione del lavoro sempre più
destrutturata. E di questo non hanno che da
soffrirne. Il clima di controllo e di abuso si
generalizza. La riduzione dei diritti anche per gli occupati con contratto a
tempo indeterminato stabilisce un clima di soggezione e di paura, che
è svantaggioso anche per chi è assunto a tempo determinato.
Insomma
all’estensione dell’Art.18 a quei lavoratori a
tempo indeterminato, che ora ne sono esclusi, sono
interessati tutti. La crescente disperazione che serpeggia tra i giovani –
che li porta fuori dalla politica tradizionale e li
rende spesso poco interessati alle tematiche sindacali – non li ha ancora
incarogniti: se la prendono con tutti, ma non con ‘i garantiti’.
I «privilegi degli insiders» sono una bufala
inventata da qualche intellettuale filopadronale.
I ragazzi ce l’hanno con il destino, o con la
società ingiusta; qualcuno magari ce l’avrà finanche con il capitalismo.
Di certo non ce l’hanno con gli operai e i
lavoratori dipendenti, soprattutto quelli di aziende sotto i 15 dipendenti,
dove hanno già qualche fratello che tira avanti una vita dura.
E
allora torniamo al referendum. La tragedia delle nuove condizioni di lavoro
passa ora attraverso le famiglie. Sono i ragazzi che stanno in casa ad
aspirare a condizioni di lavoro meno mortificanti. Essi spesso lavorano al
nero. Gli va meglio se hanno un contratto ‘co-co-co’
o a tempo determinato. E se – per colmo di fortuna, si fa per dire – gli
spetta una assunzione regolare a tempo
indeterminato vorrebbero evitare abusi e ricatti di licenziamento.
E
allora gli altri? Gli altri sanno di essere sulla stessa barca. E
lo sanno anche le mamme e i padri degli altri. Ecco perché su queste tematiche
la gente è sensibile. Contrariamente al referendm
sulla scala mobile, questo referendum può davvero toccare la gente comune, può
interessare i padri per i figli. Per questi motivi credo che la mia
tradizionale e radicata obiezione ai referendum politici su tematiche
di lavoro in questa occasione non regga. La gente ora è interessata. Eccome.
L’altra
obiezione è quella secondo cui questo referendum casca in un brutto momento («non
ci voleva proprio ora»), perché rischia di spaccare la sinistra. È una
obiezione seria, ma non bisogna dimenticare che il primo attacco
all’unità viene da chi pensa e scrive che l’Articolo 18 dovrebbe essere
cancellato per tutti. Penso che bisogna discutere a lungo anche con gli
esponenti di questa linea spiegando cos’è la vita di un insider
– come lo chiamano loro –, in una fabbrica metalmeccanica
o in una ditta di pulizie.
Sul
tema dei diritti del lavoro la destra è stata all’attacco ed è riuscita a
imporre le sue scelte sia sul piano strutturale che sul piano istituzionale. E
tutto è avvenuto con scarsa capacità e volontà di risposta, fino alla grande
raccolta di firme in difesa dell’Articolo 18, che ha imposto comunque un alt
al governo. Questa può essere la seconda ‘volta buona’.
È una grande occasione di dibattito e
mobilitazione. Certo, il governo attuale (eletto dal popolo, sia pure con
ristretto margine) con la Leggi di delega sul mercato del
lavoro ha imposto un grado di smantellamento del sistema di garanzie
mai visto. Il diritto del lavoro «che aveva consegnato al
XXI secolo una società più umana» va a farsi benedire. La battaglia
parlamentare non solo è persa, ma con il sistema della delega si è impedito
di farla.
Allora,
l’iniziativa referendaria è un’occasione: un’ occasione
di mobilitazione, ma anche di chiarimento e dibattito. È, nello stesso tempo,
una battaglia da fare e a far la quale bisogna convincere la gente. «Let’s
die in harmish», non
lasciamoci uccidere senza combattere (Shakespeare).
E poi non è detto che non ce la si possa fare.