| giovedi 04 settembre 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
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23/08-30/08/2003
Rientro in fabbrica con il punto interrogativo per i trecentocinque lavoratori della Ics di Scarmagno, l'azienda che nel 1999 acquistò il settore personal computer della Olivetti. Chi assumerà la guida della fabbrica? Alla vigilia delle ferie Ics (società composta dal 51% da Mekfin e dal 49% da Ixfin) aveva annunciato la vendita degli asset produttivi alla Oli-it di Luigi Luppi, per dieci mesi già top manager di Scarmagno. Luppi aveva presentato un piano industriale che prevede che non ci sia mobilità per i cento addetti come ventilato da Ics. Al tavolo dell'Associazione Industriali del Canavese, però, era emersa in tutta la sua incertezza la questione più grande, ai limiti del paradossale. Ovvero: Luigi Luppi è disposto ad acquistare il pacchetto Ics soltanto se potrà disporre del marchio commerciale Olivetti. In caso contrario non ci sarà nessun passaggio di consegne. Olivetti - ora Telecom - finora ha taciuto. Carlo Fulchir, l'imprenditore friulano che costituì la Ics, si è sfilato dalla faccenda e, qualche mese fa, ha ceduto il 49% della società (per evitare pasticci sul marchio) e tutte le deleghe operative alla Ixfin dei fratelli campani Massimo e Marco Pugliese. I Pugliese hanno messo alla guida di Ics un uomo di fiducia, Ennio Conchiglia, già braccio destro di Roberto Schisano negli ultimi mesi di vita della Op Computer. Conchiglia, a sua volta, si è preso un impegno: pagare i debiti dell'azienda e cercare di rimetterla sul mercato, con un nuovo acquirente. Conchiglia aveva presentato un piano industriale che contempla un centinaio di mobilità, ovvero un terzo della forza lavoro, e aveva presentato al tribunale civile di Ivrea una istanza per dichiarare nullo il contratto d'acquisto della fabbrica dalla procedura fallimentare. Formalmente Luigi Luppi è pronto ad insediarsi a Scarmagno, ma manca l'ok della Olivetti. La situazione è ingarbugliata. E' un ragionamento fantaindustriale.
Non saranno toccati i salari ma dovrà chiudere, entro la fine dell'anno, almeno una fabbrica Goodyear, quella di Huntsville in Alabama. È questo il contenuto dell'accordo appena raggiunto tra la multinazionale dei pneumatici e i rappresentanti della United steelworkers of America. Il sacrificio di più di mille operai servirà a non abbassare i livelli salariali e previdenziali dei 19 mila dipendenti nei 14 impianti Usa di Goodyear, ma soprattutto consentirà alla compagnia di recuperare profitti. I sindacati si sono detti costretti ad accettare la decisione dell'azienda, ma assicurano che prima di firmare l'accordo raccoglieranno le adesioni dei lavoratori in tutte le fabbriche.
La Ford motor company ha annunciato questa settimana che la produzione delle nuove berline e delle sport wagon avverrà in Messico e in Canada anziché ad Atlanta. Il nuovo modello Futura uscirà nel 2005 dallo stabilimento di Hermosillo, in Messico. La notizia ha suscitato la reazione immediata dei metalmeccanici americani, preoccupati del progressivo spostamento dei nuovi modelli fuori dagli Usa e, pertanto, della possibile chiusura degli impianti di Atlanta. La multinazionale di Detroit ha già due fabbriche in Messico che costituiscono il 4 per cento della produzione nordamericana. Oltre la Ford, nel paese investono la Chrysler, che dalle due fabbriche sforna 400 mila veicoli l'anno (il 17 per cento della produzione nordamericana) e la General Motors che ha tre stabilimenti e arriva a 500 mila, superando il 9 per cento della produzione. Tra le europee c'è la Volkswagen (285 mila veicoli), che proprio in questi giorni ha raggiunto un accordo col sindacato per evitare il licenziamento di duemila operai a Puebla, riducendo però la settimana di lavoro da 5 a 4 giorni.
Sono stati salvati dalla forte campagna di opposizione dei sindacati i 3.933 lavoratori brasiliani della Volkswagen a rischio di licenziamento. Questa settimana i dirigenti locali del gruppo tedesco hanno dovuto garantire pubblicamente che quei posti non verranno toccati, almeno fino al 2006. Nei giorni scorsi, la Volkswagen do Brasil aveva deciso di trasferire i quasi 4 mila operai delle fabbriche di San Bernardo e di Tuabaté, nel distretto automobilistico di San Paolo, alla nuova società Autovisao. Il sindacato dei metalmeccanici ha visto nell'operazione solo un passaggio meno diretto verso il successivo licenziamento. Per questo, tutti i lavoratori hanno scioperato e manifestato in segno di solidarietà fino a che la direzione non ha deciso di tornare indietro. La casa automobilistica tedesca cerca di tagliare sul personale per la progressiva perdita di quote sul mercato brasiliano (dal 27 al 21 per cento in un anno) rispetto alla General Motors e alla Fiat.
Finita la pausa estiva degli scioperi a singhiozzo che negli ultimi due mesi hanno bloccato gran parte dell'industria automobilistica (per ottenere la settimana lavorativa di 40 ore), è prossimo il fermo nelle fabbriche GM Daewoo e Kia. Alla richiesta del 24 per cento di incremento i dirigenti Daewoo hanno risposto con un misero 10, inducendo i lavoratori a decidere per lo sciopero questa settimana. La Kia si rifiuta di raddoppiare i contributi previdenziali e di concedere la maggiorazione del 12 per cento. Inoltre, per la direzione sarebbe inaccettabile la proposta del sindacato di partecipare alle decisioni aziendali. Tutt'altro atteggiamento in Giappone, invece, dove la sigla Japan auto workers union ha confermato in questi giorni che non intende chiedere per il prossimo anno gli aumenti generali per la categoria, tranne specifici casi di anzianità e di merito. La decisione è frutto di un compromesso con i maggiori produttori d'auto, come la Toyota, in base al quale il sindacato aspetterà la piena ripresa del settore prima di avanzare altre domande.
Per 1.440 dipendenti Boeing sono arrivate le lettere di licenziamento. Dalla fine del 2001, l'azienda ha cancellato circa 35.000 lavoratori e punta ad arrivare a 40.000 per la fine dell'anno. La maggior parte dei licenziati riguardano lo stabilimento di Chicago, che produce Jet. La Casa bianca ha fatto un contratto di ben 17,2 miliardi di dollari con l'azienda. La commessa prevederebbe una fornitura di 100 aerei da rifornimento, utilizzati dall'esercito.
27 agosto 2003
I lavoratori della Ferro Italia riuniti nel Comitato di base, l'unico coordinamento sindacale completamente autorganizzato si battono da più di un mese contro la chiusura dello stabilimento di Cannara, piccolo centro tra Perugia e Assisi. Lunedì mattina, al rientro dalle ferie, un'affollatissima assemblea ha riscritto con voto unanime le richieste dei lavoratori contro la chiusura dell'impianto che, fino ad oggi, ha creato ricchezza minimizzando il rischio infortuni. Ora su questa base si dovrà aprire un confronto con i vertici aziendali, che non si sono fatti vedere. La fabbrica invece è praticamente occupata anche se le produzioni continuano e il magazzino è presidiato per evitare l'impoverimento delle scorte. La Ferro Italia (azienda del gruppo statunitense Ferro Corporation, leader nella produzione di materiali destinati all'industria ceramica) ha un fatturato di 71 milioni di euro, un profitto di oltre 4,6 milioni, un programma di prevenzione degli infortuni che ha azzerato gli incidenti sul lavoro, un organico di 110 dipendenti con altri 50 occupati nell'indotto, la certificazione di qualità. Oltre un mese fa è saltato fuori che l'azienda dovrà chiudere, per i lavoratori la richiesta di ammortizzatori "in uscita", i diritti totalmente calpestati. Da qui la mobilitazione, l'autorganizzazione operaia La lotta del Comitato di base è riuscita a trascinare nella lotta anche i confederali, all'inizio piuttosto freddi per essere stati scavalcati dalla mobilitazione spontanea dei lavoratori e poco convinti degli obiettivi. Le richieste dei lavoratori sul tavolo della trattativa sono: mantenere in attività l'impianto fino alla fine dell'anno, come limite temporale minimo per lo studio di soluzioni alternative mirate alla rioccupazione di tutti i dipendenti; la disponibilità della Ferro Corporation a mettere in vendita la fabbrica anche ad altre aziende che operano nello stesso settore garantendo un valore di mercato; istituire un tavolo di discussione con le istituzioni regionali e le associazioni di categoria per l'eventuale ricorso agli "ammortizzatori" in uscita. La fabbrica è presidiata per evitare ulteriori danni agli impianti e alle scorte. Indymedia Umbria ha pubblicato tutti i comunicati del Comitato di base della Ferro (http://italy.indymedia.org/features/umbria/).
"Non lo so dove lavoro". Nicola Cattani, da due anni in cassaintegrazione, è di Antrodoco, provincia di Rieti. Oggi è dipendente della Lares Tecno, uno degli spezzoni in cui anni fa è finita frantumata la grande Italtel. "Sono 31 anni che lavoro in fabbrica", dice Isabella Angelone. Quando aveva 16 anni, entrò in una fabbrica che si chiamava Sit-Siemens. Ora è dipendente della Siemens, è anche lei è in cassa integrazione e andrà in pensione grazie a un trattamento di mobilità lunga di 8 anni. Mario Di Domenico è invece già in pensione da qualche mese: entrò in Sit-Siemens nel 1970. Nel 1982 transitò dall'Italtel alla Sip. Le storie di questo genere si moltiplicano qui a L'Aquila, nella zona di quello che fu il grande polo dell'elettronica. Luigi Magnante è da poco entrato in mobilità breve (quattro anni): figura storica delle lotte operaie e del sindacato di fabbrica, è passato per la Sit-Siemens, l'Italtel, la Flextronics. All'inizio, a L'Aquila, c'era la Marconi. Poi, in coincidenza con l'apertura dell'autostrada Roma-L'Aquila, arrivò la grande fabbrica, la Sit-Siemens. Sit significava Società italiana telefoni. Sit-Siemens era il risultato della collaborazione azionaria e di know how tra la tedesca Siemens e il gruppo Iri-Stet. Questo avvento della grande fabbrica, a L'Aquila, non aveva avuto precedenti storici e l'approdo in terra aquilana di tecnologie tedesche e capitali statali rientrava perfettamente nella logica del tempo, quella della Dc locale. Forza di governo la Dc mostrava la capacità di gestire e spostare risorse pubbliche, nonostante che L'Aquila non fosse compresa nella geografia dei poli di sviluppo immaginata e disegnata dalla logica dell'intervento straordinario. Chiunque conosca minimamente la conformazione del polo elettronico e la composizione delle sue forze di lavoro sa che esse affluirono in fabbrica integralmente dall'esterno della città. Fu una grande stagione di inurbamento provocato, per giovani - donne e uomini - provenienti dalla valle di Navelli, dalla valle subequana, dall'area reatina, dalla Marsica, dall'altipiano delle Rocche, dall'alto Sangro, dalle Marche. Il problema dell'Aquila è da sempre il suo isolamento. Prima che geografico, nel senso del deserto sociale. Così l'avvento industriale aveva il senso di riempire lo spazio sociale lasciato vuoto da una classe borghese mai esistita. A riempirlo era la nuova classe operaia, la cui invenzione come entità sociale era nelle mani dei circoli politici che a L'Aquila hanno sempre comandato nell'ombra. Il ciclo vitale dell'insediamento Sit-Siemens dura sostanzialmente un decennio. E' la fase della elettromeccanica. A metà degli anni Settanta la grande concentrazione di risorse che accompagnava l'arrivo del progetto Proteo materializzava il punto di massimo sviluppo occupazionale nella megafabbrica dell'Aquila, che giungeva a quasi 5 mila addetti. A chiusura del ciclo, la consunzione del discorso tra Iri-Stet e Siemens. Con la fuoriuscita di Siemens nasceva Italtel. Che l'elettronica e la microelettronica dovessero costituire il futuro della produzione a L'Aquila risultava visibile anche da un altro dato. La facoltà di ingegneria istituiva proprio all'inizio del primo ciclo di vita dell'insediamento industriale il corso di laurea in ingegneria elettronica. Se avesse senso misurare con le stagioni le vite delle donne e degli uomini che hanno vissuto, hanno lavorato, si sono organizzati e hanno lottato dentro e contro Sit-Siemens e poi dentro e contro Italtel, per finire da qualche anno in una delle quattro aziende prodotte dalla frantumazione della fabbrica, non sarebbe logico parlare di autunno della fabbrica. Il polo elettronico dell'Aquila è da tempo entrato nell'inverno. In coincidenza con la fuoriuscita di Siemens, un accordo tra azienda, sindacato metalmeccanico e Sip sancisce il passaggio di un esercito di dipendenti da Italtel a Sip. Già questo è un atto di dissipazione di know how di altissimo livello professionale e di distruzione di energie sperimentate nella durezza dello scontro. Con la politica di privatizzazione delle aziende a capitale pubblico, il governo di centrosinistra non ha dato l'assenso alla frantumazione dell'Italtel. Il risultato è costituito da quattro diverse aziende. Siemens resta a L'Aquila unicamente con la ricerca e 200 addetti (gli altri 270 dipendenti hanno questa sorte: 70 passati alle dipendenze di Compel, una piccola azienda, e gli altri in cassa integrazione, pur restando formalmente in Siemens, in attesa di mobilità); Flextronics, 938 dipendenti: ora a cassa integrazione. Dal primo giugno alla Flextronics è subentrata Finmek Solutions, che si è impegnata a "saturare" un organico massimo di 550 unità, mentre i restanti vanno in mobilità; Lares Tecno, entrata in regime di liquidazione controllata (210 dipendenti: tutti a cassa integrazione, perché il governo non ha individuato alcun soggetto industriale che subentri); Cophatec (20 dipendenti).
In mobilità, per due anni, con una indennità di 600 euro, mediamente il 60 per cento del salario: questa la sorte di 110 lavoratrici e lavoratori Siemens Cnx dell'Aquila. Per favorire la fuoriuscita l'azienda si era impegnata a integrare l'indennità di mobilità pagata dall'Inps fino all'80 per cento del salario. Dalla firma dell'accordo 90 lavoratori sono usciti dal rapporto di dipendenza con la Siemens e grazie alle vecchie normative sulla mobilità percepiscono l'80 per cento, ma per gli altri 110 dipendenti per i quali è stata annunciata la messa in mobilità l'azienda non intende tirar fuori un centesimo per integrare lo scarso reddito.
Il prodotto lordo degli Stati uniti nel secondo trimestre dell'anno è cresciuto a un tasso annualizzato del 3,1%. A rafreddare un po' gli entusiasmi, soprattutto delle borse, è però arrivato il dato diffuso dal dipartimento al lavoro sulle richieste inziali di sussidi di disoccupazione: nella scorsa settimana quasi 400 mila neo-licenziati sono stati costretti a rivolgersi agli uffici del lavoro per chiedere di beneficiare dell'indennità. La crescita registrata tra aprile e giugno di quest'anno è la più ampia dal terzo trimestre 2002 ed è stata trainata dai consumi, che rappresentano quasi il 70% del pil, ma soprattutto dall'impennata della spesa pubblica per la difesa. Sul fronte degli investimenti, l'incremento annualizzato è stato dell'8%, contro una flessione del 4,4% nel precedente trimetre. Eccezionale l'apporto fornito dalla spesa pubblica aumentata del 25,2% grazie allo stratosferico incremento della spesa bellica: +45,9%. Una variazione che ha un solo precedente: la guerra in Corea del 1951.
La vertenza Belleli è finita. I fatturati hanno sempre gridato vittoria, ma la produzione di piattaforme petrolifere e carpenteria pesante, in vent'anni, ha occupato appena 2000 persone. Tutte al servizio della commessa, sempre diversa, che avrebbe fatto della Belleli un fabbrica modello nel Mercato dell'impiantistica. Poi la società mantovana ha chiuso. A 800 lavoratori, da 5 anni in attesa di ricollocazione, il 31 dicembre la cassa integrazione scadrà. Nel numero gli ex impiegati, ma anche parte degli allora operai a cui è stato promesso il posto sullo yard, area portuale tra le più appetibili. Salvi dal licenziamento i 600 neo prepensionati per amianto, e, al momento, anche i 600 operai assorbiti dall'Ilva. Un affare come gli altri per Riva, che, a buon costo, ha messo le mani su personale altamente specializzato, che ha reso precario con assunzioni a termine. Nell'estate del `92 la fabbrica venne scorporata in due sotto aziende: la Belleli Elettrostrumentale e la Belleli Montaggi. Sullo yard s'insedieranno 4 medie imprese: Marcegaglia, che produrrà caldaie industriali occupando 120 persone; la Taranto Off shore, la Nuova Simi e l'Iris, che, tra manutenzioni e carpenteria pesante, daranno lavoro a un centinaio di ex Belleli; tutti operai. Ma agli ex dipendenti poco importa di chi sia l'affare. Riva ha fatto uno stock e li ha spalmati su tutta la fabbrica. Assunti col 3° livello, a prescindere da mansioni e anni di anzianità. La rabbia dei cassintegrati ora si fa più forte. Si organizzano, scendono in piazza. Il 1° maggio, gli iscritti allo Slai Cobas hanno allestito una tenda davanti a Palazzo di città.
I metalmeccanici della provincia di Brescia scenderanno in sciopero generale di 4 ore venerdì 5 settembre, per fermare la strage provocata dagli infortuni nei luoghi di lavoro. Carlos Victor Sandoval Garibay di 33 anni, immigrato dal Perù e in Italia da tre mesi, è il lavoratore deceduto in seguito all'infortunio mortale accaduto alla Iro di Odolo (Brescia)il 26 agosto 2003, è la quinta vittima negli ultimi due mesi in aziende metalmeccaniche della provincia di Brescia. Ma Garibay è una doppia vittima, della fabbrica e delle leggi sull'immigrazione. Aveva infatti un permesso di soggiorno falso, pagato duemila euro per aggirare la Bossi-Fini, lavorare e morire lavorando. C'è chi pensa che gli infortuni mortali siano sostanzialmente dovuti alla fatalità, o peggio che siano il prezzo da pagare all'industrializzazione del nostro paese. La realtà è che in questi anni c'è stata una trasformazione delle fabbriche che ha visto un netto peggioramento delle condizioni di lavoro, l'aumento dei ritmi lo ha reso più alienante e l'organizzazione del lavoro è tesa al massimo della competitività, la ricerca del risparmio con il ricorso agli appalti ed ai subappalti ha aumentato il precariato e favorito la violazione delle norme di sicurezza. In molti casi lavoro precario significa basso salario, orario prolungato e condizioni pesanti: tutto questo viene imposto con il ricatto della possibile perdita del posto di lavoro. In seguito all'estendersi delle diverse forme di precariato sono sempre più i lavoratori che vivono condizioni difficili e sono esposti a grandi rischi per la loro salute ed incolumità fisica. Lavoratori uccisi da macchinari o materiale che li ha schiacciati, uccisi in seguito alla caduta dal tetto di un capannone, o schiacciati dai mezzi di trasporto interno: in queste condizioni muoiono sia ragazzi alle prime armi, che lavoratori con molti anni di esperienza alle spalle.
L'Istat ha confermato ieri il dato emerso settimana scorsa dalle città campione: l'inflazione ad agosto è al 2,8% su base annua, grazie a un aumento nel mese dello 0,2%. Dopo cinque mesi in cui erano stati ancorati al 2,7% d'aumento, i prezzi sono ripartiti. Nel complesso siamo di fronte a un aumento dell'inflazione in periodo se non di recessione certamente di stagnazione, cioè di scarsità della domanda. Il rapporto dell'istituto di statistica indica i responsabili degli aumenti: trasporti, alberghi ristoranti e pubblici esercizi. Tutte categorie legate a doppio filo con le vacanze estive e i cui prezzi sono saliti tra 0,7 e 0,8% in un solo mese. Ai trasporti, in particolare, ha nuociuto il rincaro della benzina.
Più di 400 posti negli stabilimenti irlandesi della Carpets international sono a rischio. La settimana scorsa la compagnia è finita in amministrazione controllata per il forte indebitamento accumulato nell'ultimo anno e la direzione delle fabbriche di Donaghadee e Killinchy ha avvisato molti operai che nei prossimi giorni potrebbero essere licenziati definitivamente. La Carpets international è il maggiore produttore di tappeti e filati del Regno Unito e attualmente impiega circa 1.200 persone.
Le nuove sanzioni poste dagli Stati uniti all'importazione di prodotti tessili birmani stanno provocando la chiusura di centinaia di fabbriche e il licenziamento di migliaia di lavoratori. Da giovedì 28 agosto il mercato americano ha ufficialmente chiuso le porte ai filati provenienti dal Myanmar, ex Birmania, perché governato dalla giunta militare denunciata da organizzazioni umanitarie e forze politiche di tutto il mondo di repressione, lavoro forzato e altre gravi violazioni dei diritti civili. Il caso più recente è quello della leader democratica Aung San Suu Kyi tenuta in carcere per più di tre mesi dopo una manifestazione politica, a maggio. Nel distretto tessile sorto intorno alla capitale Yangon, hanno già chiuso oltre 100 stabilimenti, più di un terzo dell'industria locale. Gli Stati uniti sono da sempre i maggiori importatori del tessile birmano, con acquisti da società a capitale soprattutto sudcoreano, taiwanese e di Hong Kong di circa 356 milioni di dollari l'anno. La forza lavoro supera le 350 mila unità nel distretto. Dopo le pressioni e le campagne di boicottaggio delle organizzazioni non governative, anche altre multinazionali stanno ritirando gli investimenti. Tra le aziende tessili, l'italiana Lotto ha annunciato due settimane fa che interromperà ogni rapporto con i fornitori birmani.
Va avanti da giugno la vertenza contro l'azienda tessile californiana Tarrant per il mancato pagamento dei premi di produzione e i numerosi licenziamenti senza giusta causa. Questa settimana i 750 lavoratori riuniti nella sigla indipendente Suittar hanno rinnovato l'appello alle organizzazioni sindacali internazionali e a quelle statunitensi affinché intervengano. La Tarrant messicana ha la sua fabbrica principale ad Ajalpan, nello stato di Puebla, dove i 1.400 dipendenti producono jeans per alcune note marche di abbigliamento: Levi's, Calvin Klein, Gap e Polo Ralph Lauren. A giugno, un gruppo di 800 operai aveva scioperato perché non erano ancora stati pagati i premi di produzione previsti dal contratto sugli utili del 2001 e del 2002. Avrebbero integrato i salari che ora non superano i 70 dollari alla settimana, per turni di lavoro che non scendono mai sotto le 10 ore al giorno. L'azienda ha negato che ci fossero profitti tali da giustificare premi, ma allo stesso tempo ha investito in nuovi macchinari e nuove sedi nella zona. Dallo sciopero è cominciata una vertenza che ha portato negli ultimi due mesi al licenziamento ingiustificato di 200 dipendenti, tra attivisti o semplici iscritti al Suittar. In attesa del pronunciamento del tribunale del lavoro, Levi's e Gap hanno deciso di non comprare più dalla Tarrant.
La delegazione aziendale Siemens Cnx ha avanzato la sua ultimativa offerta, mettendo sul tavolo la somma di 125 euro come integrazione pagata dall'azienda al trattamento di mobilità (600 euro) percepito dalle 110 lavoratrici. La delegazione di parte sindacale e le Rsu di fabbrica hanno valutato l'offerta di Siemens Cnx il massimo ottenibile e hanno sottoscritto il verbale di accordo che è stato poi approvato dall'assemblea di fabbrica nella tarda mattinata di ieri. In questo modo le 110 lavoratrici percepiranno per due anni 725 euro al mese anziché 600. L'accordo di un anno fa diceva che l'azienda avrebbe integrato l'indennità di mobilità fino all'80% del salario, ma nei giorni scorsi il gruppo prussiano aveva fatto marcia indietro appellandosi al decreto legge sulla mobilità lunga, che a suo avviso ha cambiato lo stato delle cose.