| mercoledi 05 novembre 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
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24/10-03/11/2003
Nella catena Usa Wal Mart, leader mondiale della grande distribuzione, una mega retata lanciata all'alba di ieri, più di trecento lavoratori immigrati clandestini sono stati arrestati in 61 grandi magazzini della catena di 21 stati degli USA. Per la maggior parte provenienti dall'est europeo, i lavoratori uscivano dagli edifici dopo aver effettuato le pulizie notturne, ed erano stati infatti reclutati da imprese di subappalto. Chi impiega lavoratori clandestini rischia negli Stati uniti una multa di 10mila dollari per ogni persona. E' dubbio che a pagarli sarà la Wal Mart che, con ogni probabilità, si affretterà a dichiarare di essere all'oscuro di quel che faceva la sua mano sinistra, cioè le ditte appaltatrici. Dunque, pochi danni finanziari, per il gigante del commercio al dettaglio. Quanto a quelli di immagine, con tutte le cause in corso per comportamento anti sindacale e sessista, c'è poco da rovinare.
Salta l'accordo tra ministero, sindacati e imprese appaltanti e lunedì 27 i lavoratori delle pulizie nelle scuole manifesteranno in viale Trastevere a Roma, davanti al ministero dell'istruzione. La vertenza è aperta da due anni. Dopo una lunga battaglia per assicurare lavoro e occupazione la contrapposizione vede le imprese appaltatrici tentare di accaparrarsi le maggiori risorse messe a disposizione dalla finanziaria, mentre i sindacati chiedono di aumentare le ore di lavoro settimanali dalle attuali 30 a 36.
Adesioni molto alte in Campania allo sciopero generale di ieri, secondo i primi dati diffusi da Cgil, Cisl e Uil. In piazza sono scese circa 140 mila persone, di cui 100 mila a Napoli. Massima la partecipazione allo sciopero nelle aziende metalmeccaniche di Pomigliano: 100 per cento alla Fiat auto e alle aziende collegate Comau Marelli, Stola Auto Stamp e De Vizia, all'Ansaldo ed alla Whirlpool. Solo dieci giovani lavoratori interinali hanno fatto il loro ingresso in fabbrica alla Fiat Avio. 90 per cento all'Alenia di Pomigliano, 100 per cento alla Alcatel di Battipaglia, alla Merloni ed alla Firema di Caserta. Quasi totalmente bloccate le attività del terziario. Chiuso l'Ipercoop di Afragola, mentre l'80 per cento degli addetti del Carrefour di Casoria non si è recato al lavoro. Alla Rinascente di Napoli lo sciopero ha riguardato il 90 per cento dei dipendenti. Adesione totale tra gli addetti della Napoliservizi, percentuali alte anche negli alberghi. Nelle due aziende di Arzano del presidente di Confindustria, Antonio D'Amato, la Seda e l'Ipi, la partecipazione allo sciopero ha raggiunto rispettivamente il 95 e 90 per cento. Adesione media del 60 per cento tra ferrovieri e lavoratori della scuola. In Irpinia, adesione totale allo sciopero alla Novi legno di Avellino, 98 per cento alla Albatros di Solofra, 80 per cento alla Ferrero. I disagi del non-lavoro e del precariato, i problemi di una piazza difficile come Napoli sono emersi anche quando Angeletti ha dovuto subire una pesante contestazione, tra spintoni, urla e insulti, dei lavoratori delle aziende dell'amianto che in mattinata avevano conquistato la testa del corteo. La loro rabbia è esplosa per la cancellazione dei benefici previdenziali da parte dell'articolo 47 della Finanziaria. Alla fine la rottura si è ricomposta. Altro incidente dinanzi alla sede dell'agenzia interinale Adecco di Napoli, che è stata imbrattata con scritte contro "il caporalato legalizzato" da aderenti al movimento dei Disobbedienti.
Dalle cinque di ieri mattina un centinaio di operai di Fincantieri di Palermo ha protestato davanti all'ingresso dello stabilimento, impedendo il transito di mezzi e uomini. La protesta era indirizzata contro il decreto del governo che taglia i benefici ai lavoratori esposti all'amianto. Gli operai dei cantieri navali di Palermo lamentano di non avere avuto ancora nessuna risposta alle loro richieste. La mobilitazione dura ormai da un mese e non finirà qui. Domani ci sarà una nuova manifestazione davanti ai cancelli.
Lo sciopero generale è caduto proprio nel medesimo giorno in cui è entrata in vigore una delle più nefaste leggi che nella storia della repubblica i lavoratori abbiano dovuto subire: la controriforma del mercato del lavoro, ora contenuta nel decreto legislativo 10 settembre 2003 n. 276. E' stata l'occasione di una prima forte protesta di massa contro il padronato che ha voluto questa legge, contro il governo e i sindacati collaborazionisti; segna l'inizio di una lotta che deve condurre non a una più o meno parziale revisione della legge, ma tout court alla sua cancellazione. Perchè nei suoi contenuti costituisce un salto di qualità, per ostilità nei confronti del sindacato e in violazione della dignità dei lavoratori. Per sintetizzare le direttive del provvedimento, da una parte sta lo svilimento del ruolo contrattuale del sindacato, dall'altra sta l'insieme delle disposizioni destinate alla disintegrazione del tessuto produttivo, e ancora da un'altra l'insieme delle disposizioni che introducono nuove forme di flessibilità, nelle quali non è neanche più possibile parlare di lavoro, anche se precario, ma piuttosto di attesa di lavoro, di totale dipendenza personale: in cambio di due soldi, la così detta indennità di disponibilità. E poi, per questa legge, della contrattazione se ne può fare anche a meno: tant'è che se il sindacato decidesse di non voler contrattare questa stomachevole flessibilità, sarà il ministro del lavoro a provvedere in sua sostituzione, secondo una costante del provvedimento, che richiama il sistema corporativo. Oppure, se non dovesse esservi contrattazione, in altri casi, fa lo stesso, perché in sua sostituzione saranno il datore di lavoro e il lavoratore a decidere tra loro. Come nel caso delle clausole elastiche o flessibili (riferibili alle variazioni dell'orario o del turno di lavoro) del part-time, per le quali, con tanta ipocrisia, con una mano sembra darsi gran spazio alla contrattazione, ma poi, con l'altra lo si riprende, per la semplice ragione che i datori di lavoro si guarderanno bene dal contrattare a livello sindacale quando sanno che, a livello individuale, dove le possibilità di ricatto sono infinite, hanno assai maggiori convenienze. Su un terzo fronte, forse il più grave, si son voluti colpire sindacato e lavoratori: quello costituito dalla possibile combinazione della somministrazione di lavoro, dell'appalto di mano d'opera e della possibilità di trasferimento di unità produttive aziendali, secondo una nuova disciplina che rende tutto più facile per l'impresa. Con la somministrazione di lavoratori, per ogni esigenza produttiva, organizzativa e ovviamente sostitutiva, da parte di agenzie ad hoc costituite, le imprese possono prendersi da fuori, senza instaurare propri rapporti di lavoro subordinato, lavoratori già in qualche modo organizzati o da organizzare; altrettanto può farsi affidando in appalto ad un capo squadra di lavoratori, da lui dipendenti, lavori che fanno parte dell'attività aziendale; terzo tassello, il trasferimento ad altre imprese, delle quali magari si abbia il controllo, di parti o unità produttive aziendali. E' questo il sistema, ora congegnato dalla legge, per separare il lavoro dall'impresa, per dare alle imprese la possibilità di realizzare «il sogno» di una fabbrica senza lavoratori propri; per togliere diritti e garanzie ai lavoratori e sopratutto per rendere la vita difficile al sindacato. Sulle nuove flessibilità, altro pilastro della legge, pare sufficiente citarne alcune per rendersi conto di cosa siano: lavoro intermittente (il lavoratore si mette a disposizione del datore di lavoro per fare lavori discontinui o saltuari), lavoro ripartito ( un medesimo lavoro svolto da due lavoratori), lavoro a tempo parziale (si è già detto con turni mutevoli nella durata e nella collocazione temporale); poi la nuova destinazione dell'apprendistato, anche per l'acquisizione di un titolo di studio di livello secondario o universitario, con buona pace dell'istruzione scolastica e grande gioia della Moratti. L'idea di contrattare, anche se la legge prevede la possibilità di contrattazione separata, e quindi la possibilità per la Cgil di evitare una contrattazione di puro e semplice sostegno alla legge, questi livelli di precarietà del lavoro, è dura a digerirsi: semmai il nostro «sogno» è che i giovani lavoratori, ai quali sono destinati questi tipi di lavoro, anche se pressati dal bisogno, decidano di ribellarsi, di rivoltarsi contro questo sfruttamento: preparare questo momento è un impegno primario del sindacato nella lotta al lavoro precario. Da subito dobbiamo impedire che la legge si consolidi, con la lotta perché essa fallisca, con prassi contrattuali che affermino, invece, il diritto alla stabilità del lavoro. Senza aspettare e senza troppo sperare che un altro governo intervenga con sostanziali modifiche o per abrogarla: questa storia della precarietà è iniziata prima, sua madre è il centrosinistra.
La sospensione dell’assistenza farmaceutica indiretta non ha bloccato l’autunno caldo della Sanità. Lunedì resteranno chiusi i 56 centri di riabilitazione della Napoli 1 per una protesta contro l’Azienda sanitaria e la Regione: stavolta saranno in prima fila i tremila dipendenti delle strutture convenzionate per partecipare alla prima giornata di sciopero indetto direttamente da Cgil, Cisl e Uil. Niente terapie per migliaia di pazienti, mentre il personale della riabilitazione sarà in piazza, in attesa di un confronto in programma martedì con lo staff del presidente della giunta, Antonio Bassolino. Tremila dipendenti senza stipendio da mesi nei centri di riabilitazione e il rischio di dover vivere da un momento all’altro con problemi occupazionali provocati dal debito che la Regione non riesce a fronteggiare. I farmacisti hanno ripreso ieri la spedizione delle ricette. Regione e Asl pagano gennaio e febbraio, col ricorso al factoring i farmacisti otterranno il pagamento in tempi brevi anche di marzo, aprile e maggio. Le case di cura chiedono 500 milioni di euro, laboratori di analisi e centri radiologici 360 milioni di euro, altrettanto i centri di riabilitazione. E tutti sollecitano la centralizzazione dei pagamenti e la finalizzazione dei fondi.
Ottanta dipendenti con l’incubo della lettera di benservito, tre milioni di euro che mancano all’appello, ma soprattutto gravi accuse sui costi delle cartelle dell’acqua e della gestione: basta e avanza per un furibondo venerdì nero al Consorzio di bonifica dell’Oristanese. I licenziamenti non sono la soluzione giusta per risanare la situazione finanziaria del Consorzio. Secondo il vice presidente vi è una grave differenza tra gli agricoltori che praticano la doppia coltura del mais e loietto per le quali i contatori denunciano consumi sino anche a 380 euro per ettaro, mentre il resto dell’utenza che pratica la monocoltura o colture a basso consumo idrico, pagano attualmente nella stessa misura degli altri nonostante consumi dei volumi idrici e della corrente elettrica siano in misura molto inferiori.
Positiva conclusione per la vertenza che aveva portato allo sciopero dei lavoratori dei Sili, nato dal mancato rinnovo di un contratto a tempo determinato di uno degli operai. Con l'intervento del presidente Moscherini si è arrivati ad un accordo migliorativo tra le parti, che porterà alla riassunzione a tempo indeterminato del lavoratore cui non era stato rinnovato il contratto, al rinnovo di 18 mesi dei contratti in scadenza di altri due operai ed ad un tavolo di confronto sulla delocalizzazione dei Silos che si aprirà a gennaio. L'incontro risolutore si è svolto nel pomeriggio di venerdì, presso l'Autorità Portuale, e vi hanno preso parte il presidente Gianni Moscherini, la società Sili e Magazzini e la Filt Cgil. Dal tavolo della trattativa è scaturita la proposta mediata dallo stesso Moscherini, che ha indotto le parti ad una ulteriore consultazione.
I sindacati hanno evidenziato con forte preoccupazione come questa azienda di elettronica di consumo (impianti di amplificazione e casse acustiche) con circa 300 dipendenti in gran parte donne, ora di proprietà della Sun Capital, finanziaria americana che ha come unico obiettivo quello di "ridimensionarla per poterla nuovamente cedere, sia fortemente indebitata e interessata a un consistente decentramento della produzione in Paesi asiatici". Ciò potrebbe significare un ridimensionamento dell'occupazione, che potrebbe coinvolgere fino a due terzi dei dipendenti. Sinora, i contatti con la proprietà non hanno portato ad alcuna forma di confronto e chiarimento, si è evidenziata l'assoluta assenza di qualsiasi progetto di risanamento industriale. Le Rsu e i sindacati hanno avanzato una richiesta di incontro all'amministratore delegato della Sun-Capital, che dovrebbe essere a Reggio ai primi di novembre. Il sindaco Spaggiari ha avanzato la disponibilità del Comune a incontrare i rappresentanti della proprietà.
Il Giudice del Lavoro del Tribunale di Salerno in data 23.10.2003 accoglie il ricorso depositato dal Sindacato COBAS – Scuola riconoscendo la condotta antisindacale della Dirigente Scolastica dell’ I.T.A.S. "Santa Caterina da Siena" di Salerno nei confronti della RSU dell’Istituto e verso la rappresentante sindacale COBAS e ordina alla stessa Dirigente Scolastica di retrocedere da tale comportamento condannandola al pagamento delle spese di giudizio. L’esecutivo provinciale dei COBAS – Scuola intende proseguire nell’impegno da sempre assunto con fermezza e coerenza sia per garantire la trasparenza degli atti amministrativi e la certezza del diritto a tutti i lavoratori dell’Istituto Santa Caterina da Siena sia per tutelare i rappresentanti sindacali nell’esercizio delle loro funzioni.
Fermo totale al Conateco, il terminal che gestisce l'80% dell'intero traffico container del porto. I motivi della vertenza riguardano la riorganizzazione del lavoro su quattro turni - così come vuole il contratto collettivo nazionale di lavoro - avviata da Conateco e sulla quale lavoratori e organizzazioni sindacali non hanno ancora trovato un accordo. Questa situazione si trascina ormai da giovedì. Proprio per scongiurare la completa paralisi del traffico contenitori, la stessa Autorità Portuale è intervenuta, già da venerdì, per cercare una mediazione tra le parti. Ma l’assemblea che si è tenuta sabato, ha invece decretato la continuazione dello sciopero. Conateco ha deciso di rivolgersi al prefetto per trovare una soluzione. Nel frattempo tutto è fermo. Non si imbarcano né si sbarcano contenitori dalle navi, spedizionieri e autotrasportatori non possono né consegnare né ritirare la merce, mentre il terminal continua a rimanere bloccato e saturo.
È da un anno che la ex-Bertero, oggi di proprietà di una multinazionale francese, la Chargeurs, sta riducendo le produzioni a Vinovo privilegiando lo stabilimento che ha nella Repubblica slovacca. La manodopera nel settore tessile costa di meno nei cosiddetti Paesi dell’Est e la ex-Bertero nel 2000 aveva gà trasferito alcune lavorazioni. Allora vi furono scioperi a Vinovo contro questa scelta della direzione e il problema si risolse parzialmente con una serie di dimissioni incentivate. Nello scorso anno a novembre l’azienda comunicò ai sindacati e all’Amministrazione comunale un esubero di 50 operai e di 5 impiegati in seguito al trasferimento del reparto tessitura in Slovacchia. Secondo alcuni il reparto di fissaggio con circa 50 dipendenti rimarrà senz’altro a Vinovo, a parere di altri invece anche questa lavorazione tessile potrebbe essere trasferita in Slovacchia. Anzi: la proprietà sarebbe addirittura intenzionata a vendere a lotti lo stabilimento vinovese.
Il colosso giapponese Sony tenta il rilancio e si prepara a soluzioni radicali: via oltre il 10% del personale, 20 mila posti di lavoro nel mondo su un totale di 154 mila dipendenti. Inoltre, è in vista una joint venture con la rivale sudcoreana Samsung: i due big dell'alta tecnologia produrranno schermi tv ultrapiatti a cristalli liquidi. La Sony taglierà i costi fissi per affrontare la sempre più combattiva competizione dei produttori sottocosto - soprattutto cinesi. Sony dirà addio anche a un vecchio modello di stabilimento produttivo - da qui anche la scelta di tagliare posti di lavoro - dove la produzione avviene "verticalmente", costruendo ogni singolo pezzo di un prodotto. Il presidente del gruppo fa l'esempio della fabbrica di televisioni di Pittsburgh, negli Stati Uniti, "dove si produce tutto, anche il vetro degli schermi". Un modello non più efficiente, i costi fissi sono troppo alti - conclude Nobuyuki - abbiamo troppa gente al lavoro. Via dunque al modello "orizzontale", agli accordi con altri operatori per un modello di produzione più flessibile, dove si scambiano prodotti, sistemi operativi, contenuti. Il piano di ristrutturazione costerà al colosso della tecnologia 3,5 miliardi di dollari nei prossimi 3 anni, ma prevede di ridurre i costi fissi di almeno 3 miliardi di dollari nel 2006. Rispetto ai 20 mila dipendenti che verranno fatti fuori - attraverso prepensionamenti e blocchi del turnover - l'azienda ha precisato che 7 mila riguarderanno salariati giapponesi, concentrati soprattutto nella produzione di tubi catodici per televisori, considerati ormai superati e rimpiazzabili dagli schermi ultrapiatti a cristalli liquidi. Ad essere abbandonata, comunque, sarà più di una produzione: la Sony è attualmente impegnata in 100 campi di attività nei settori elettrico ed elettronico, ma il 10% è destinato a chiudere perché ormai considerato improduttivo.
I giornalisti dell'emittente televisiva Ventiquattrore Tv, controllata dal gruppo editoriale il Sole 24 ore, entrano in sciopero. In un comunicato sindacale diffuso ieri si legge che "quasi al termine di un progetto che prevede il conferimento della redazione a Radio 24, l'azienda non ha assicurato il riconoscimento delle garanzie regolamentarie degli istituti economici analoghi a quelli riconosciuti ai colleghi del quotidiano, compreso il forfait multimediale. In questo modo - continua la nota - l'azienda ha disatteso, nei fatti, l'adempimento di un accordo sottoscritto il 22 luglio". Il sindacato dei giornalisti denuncia una forte diminuzione dell'organico redazionale da 26 giornalisti a 12.
Il quadro del settore metalmeccanico italiano è tutt'altro che roseo, e per il momento non si intravede una via d'uscita. L'analisi dell'osservatorio Fiom conferma la diagnosi di un'industria in "declino". La crisi italiana è inserita nel contesto di un'Europa altrettanto ferma: secondo l'Fmi, il pil del nostro paese crescerà soltanto dello 0,4% nel 2003, il continente dovrebbe attestarsi sullo 0,5%. A ben altri ritmi marciano la Cina (+7,5%) e gli Usa (+3%), mentre il Giappone rivedrà la luce dopo il buio degli ultimi anni (+2%). Con un'economia che va male, gli imprenditori italiani hanno scelto di recuperare competitività comprimendo notevolmente salari e diritti - vedi la legge Biagi e il contratto separato con Fim e Uilm. Contro l'arretramento del lavoro e per il rilancio dell'industria, la Fiom ha già avviato il suo autunno di lotte e di precontratti alternativi (già 220 siglati): il prossimo appuntamento nazionale è lo sciopero di 8 ore del 7 novembre, ma già il 31 ottobre sono previsti presidi davanti alle sedi Mediaset e Rai di Roma, Milano, Napoli e Bologna, per chiedere un'informazione più corretta. Il dato più interessante dell'analisi Fiom, quello che tocca più da vicino la vita quotidiana degli operai, riguarda il rapporto tra i salari e l'aumento dei prezzi: nel settore manifatturiero nel periodo 1997-2003, l'Italia è l'unico paese in cui la crescita dell'inflazione è stata superiore a quella delle retribuzioni. Davvero una bella botta per i lavoratori, e anche in senso assoluto le paghe italiane del manifatturiero crescono notevolmente meno rispetto al contesto internazionale (previsioni 2003 dell'Fmi: +2,1% Italia; +3,2% media europea; +6,1% Regno Unito, +5,4% Stati Uniti). Aumentano anche le ore di cassa integrazione, passando da 28,5 ogni mille ore lavorate nel primo semestre 2002 a 36,7 di quest'anno.
Non si fermano le manifestazioni dei lavoratori colpiti dall'amianto contro l'articolo 47 in finanziaria che vorrebbe tagliare i benefici riconosciuti fino a questo momento. Ieri gli operai AnsaldoBreda di Pistoia hanno incrociato le braccia dalle 9 alle 11 e sono sfilati in corteo per le vie cittadine fino alla prefettura. Una delegazione dei rappresentanti della Rsu insieme con i segretari provinciali di Fiom, Fim e Uilm, ha incontrato il vice prefetto, Bonfissuto. Stessa scena a Matera, dove una delegazione di lavoratori guidata da dirigenti di Cgil, Cisl e Uil ha manifestato davanti alla prefettura, incontrando il prefetto, Elio Priore.
Sono circa 2.700 i tagli di personale in Alitalia. Il dato é stato fornito ieri dal cda, e comprende 1.488 esuberi veri e propri mentre altre 900-1200 sono le persone che potrebbero essere trasferite assieme alle attività che verranno cedute in outsourcing. Dopo l'approvazione del piano industriale e la conferma di 2700 esuberi in Alitalia si passa alla fase dello scontro con i sindacati. Ieri l'azienda aveva convocato le organizzazioni dei lavoratori per la presentazione del piano, ma tutte le sigle hanno preferito disertare l'incontro: si sono invece riunite in altra sede e hanno chiesto l'apertura urgente di un tavolo al governo. Il fronte dei lavoratori si riscalda e si parla di 4 ore di sciopero di tutto il settore. Non si sa su quali settori si abbatterà la scure degli esodi, nè si parla ancora di prepensionamenti, ammortizzatori sociali o altre forme di uscita. Quello che sembra più sicuro è che ad essere interessato sarà soprattutto l'insieme degli impiegati, concentrati nel centro della Magliana. Un portavoce di Alitalia ha confermato ieri che non è interessato agli esodi il personale di terra e di volo, handling compreso, tutti operanti a Fiumicino. Anche per quanto riguarda le esternalizzazioni, nulla è ancora ufficialmente trapelato, eppure da tempo manifestano più di una preoccupazione i lavoratori dei servizi informatici, che hanno fatto già parecchie ore di sciopero. In ogni caso, l'azienda ha detto che verranno avviati contatti con altre società per la cessione, e Alitalia dovrebbe anche conservare quote di minoranza. Il problema per i lavoratori ceduti, ovviamente, sarà quello di garantire le attuali tutele: se Alitalia assicura che manterranno i livelli di reddito attuali, resta certo del tutto aperto il problema delle altre garanzie e l'applicazione di nuove eventuali flessibilità. Al personale di volo, infine, il cui contratto scade a dicembre, con il rinnovo verrà chiesto un maggiore "efficientamento", ovvero un nuovo rapporto tra retribuzioni e ore di volo. L'azienda non parla di una eventuale proroga dei contratti di solidarietà, ma non si esclude che possano rispuntare fuori nella trattativa con i sindacati. E' dunque tagliando oltre il 10% del personale (in tutto 22 mila dipendenti) che Alitalia si appresta a rilanciare le proprie attività, presentandosi con l'abito buono al matrimonio delle due sorelle Air France e Klm, già avviato. Fuori dalla vicenda Alitalia, c'è da segnalare l'allarme lanciato ieri da Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti del Lazio: le compagnie straniere presenti a Roma, in tutto 65, solo nell'ultimo anno hanno licenziato in tronco - il comparto è privo di ammortizzatori sociali - ben 142 lavoratori, pari al 13% del personale: nel catering si è passati in pochi anni da 1400 a 900 addetti, nelle pulizie da 1200 a 900 addetti.
Il gruppo bancario britannico Lloyds Tsb ha annunciato la chiusura di un call center nel Regno Unito che comporterà circa 1.000 esuberi entro la fine del 2004. La decisione segue analoghe iniziative da parte di altre banche britanniche, che negli ultimi tempi hanno trasferito le operazioni di call center soprattutto in India. E la Lloyds farà lo stesso: entro il dicembre dell'anno prossimo chiuderà il suo centro di Newcastle, che dà lavoro nel complesso a 986 persone. Ma questo è solo l'inizio. La banca ha infatti sottolineato che chiuderà gradualmente altri centri nel Paese per spostare queste attività in India.
Una mozione sarà presentata in Regione per cercare di salvare i 28 lavoratori del "Santa Chiara" sotto il peso del possibile licenziamento e richiamare la giunta agli impegni presi per rilanciare l'attività della casa di cura di piazza Indipendenza. Nel giugno scorso nella piena bagarre, fu approvata in consiglio regionale una mozione che prevedeva il salvataggio della struttura e il conseguente ritiro dei licenziamenti. La struttura sarebbe stata utilizzata per l'attività intramnoenia. di fatto sarebbe stata costutita una società mista pubblico-privata. Ma così non è stato e i lavoratori sono rimasti con il fiato sospeso per tutti questi mesi. Le possibilità di trovare una soluzione sono affidate alla trattativa fra proprietà della casa di cura e assessorato regionale alla sanità che procede a rilento e che, a quanto sembra, si è bloccata da alcune settimane. La Regione sembrava intenzionata, d'intesa con l'Asl, a dar vita ad una società mista pubblico-privata che dovrebbe gestire Santa Chiara ed è proprio a seguito della trattativa che la proprietà ha congelato per due volte i licenziamenti. Numerose sono state le manifestazioni di protesta dei lavoratori e dei sindacalisti. La struttura di Santa Chiara opera in regime di convenzione con l'Asl 10 per importanti settori compreso quello oncologico.
I dati diffusi dall'Istat su "Struttura e competitività del sistema delle imprese industriali e dei servizi" relativo al 2001 registra che le imprese italiane comprese in questa definizine sono 4,1 milioni, occupano 15,1 milioni di addetti (9,7 milioni i dipendenti) e realizzano valore aggiunto per 554 miliardi di euro. Le microimprese (meno di 10 addetti) sono il 95,2%, occupano il 48,4 degli addetti, il 23,5 dei dipendenti, il 30,1 del fatturato, il 33% del valore aggiunto. La produttività media del lavoro è di 36,6mila euro per addetto (ma nelle microimprese è il 43% inferiore a quello delle aziende con 250 dipendenti). Il maggior gap di produttività è tra sud e nordest; mentre il salrio nelle microimprese è inferiore del 43,9% a quello dei dipendenti di aziende con 250 o più addetti.
C'è una regola abbastanza ovvia che gli operai edili conoscono bene: quando piove, nei cantieri a cielo aperto, non si può lavorare. Per questo, secondo il contratto nazionale, le ore perse per cause meteorologiche vengono coperte dalla cassa integrazione ordinaria. Le imprese edili sono obbligate ad anticiparla per poi farsela rimborsare dall'Inps territoriale. Ma che cosa accade quando i lavoratori sono assunti a tempo determinato tramite agenzie interinali? Nulla, per la Fillea Cgil di Napoli: le agenzie devono comportarsi secondo la normativa generale. Ma da alcune settimane è in atto un aspro contenzioso tra sindacato e Manpower campana. La vicenda riguarda complessivamente 28 edili assunti con contratti temporanei dalla Net Service, controllata a sua volta dall'Arin, l'azienda idrica municipalizzata del comune di Napoli, per i lavori di manutenzione della rete. 12 di questi lavoratori non hanno più un rapporto con la Manpower perché, dopo alcuni contratti trimestrali, sono stati "stabilizzati". Gli operai però vanterebbero nei confronti dell'agenzia gli arretrati salariali per le giornate di sospensione causate dagli eventi atmosferici, che questa rifiuta di pagare. Mentre anche gli altri 16, assunti da alcune settimane, continuerebbero a non beneficiare del trattamento previsto. Inoltre, la multinazionale americana non riconoscerebbe il diritto a riunirsi in assemblea, la costituzione della rappresentanza sindacale aziendale, il rispetto del contratto della provincia di Napoli (applicando invece quello di Milano). La Manpower si comporta come caporalato legalizzato, che ricorda quello bracciantile degli anni '50. Il sindacato, oltre a aver proclamato lo stato d'agitazione, sta valutando la possibilità di chiedere la rescissione di contratto tra Manpower e Net Service. Dall'agenzia si difendono affermando di aver già versato alla Cassa Edile di Napoli la contribuzione dello 0,30% per le giornate di assenza dovute al maltempo, inviando una copia dei prospetti alle parti sindacali. Affermano inoltre di riconoscere "assolutamente il diritto imprescindibile dei lavoratori a partecipare ad assemblee sindacali, purché il lavoratore informi tempestivamente l'agenzia". Il solito scarica barile: la Cassa edile si rifiuta infatti di versare l'anticipo cig finché l'agenzia non se ne assumerà le responsabilità.
"Il decreto che sancirà il passaggio delle tratte Cagliari-Milano, Alghero-Milano e Alghero-Roma da Air One a Meridiana deve prevedere il passaggio automatico dei lavoratori da un vettore all’altro". I sindacati mettono le mani avanti. Si può ripetere quel che è successo tre anni fa quando i lavoratori occuparono gli aeroporti e fecero lo sciopero della fame. Domani le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil chiederanno al presidente Italo Masala un incontro urgente per sollecitare un’intesa tra l’Enac e i vettori che preveda la tutela dei lavoratori di Air One. Attualmente, tra Alghero e Cagliari, il vettore milanese conta oltre 100 dipendenti che dal prossimo primo gennaio potrebbero trovarsi a spasso. Da Meridiana giungono in ogni caso notizie confortanti. La portavoce Loredana De Filippo conferma la proposta a costo zero avanzata nelle settimane scorse dalla compagnia dell’Aga Khan e spiega che "Meridiana è disponibile ad assorbire i lavoratori". Ma i sindacati sollecitano una soluzione politica e chiedono la garanzia nero su bianco di lavoratori.
Nei cantieri si contano i morti come in una guerra! In meno di un anno sono 11 le vittime del lavoro nel settore delle costruzioni nel Lazio. Quattro negli ultimi due mesi. Tragico il bilancio dell'incidente sul lavoro avvenuto nella serata di ieri a Tivoli che è costato la vita a due operai, uno, Marco Amorini, di appena 18 anni. Salgono così a 11 le vittime sul lavoro nel settore delle costruzioni nel Lazio dall'inizio dell'anno. L'anno scorso sono state due. L'incidente dell’altro ieri è senza dubbio riconducibile alla scarsissima attenzione alle norme di sicurezza, commenta la Fillea, alla fretta nel realizzare i lavori, agli orari e ai ritmi di lavoro inaccettabili. I lavori per la posa del solaio della cabina elettrica di 100 metri quadrati in costruzione all'ingresso della clinica convenzionata Italian Hospital Group, erano stati eseguiti con troppa fretta e poca attenzione, il tetto è crollato schiacciando gli operai. Altro particolare è che gli operai, pendolari da Frosinone, lavoravano dalla mattina presto, erano già dodici ore che erano lì e sicuramente erano troppo stanchi. Inoltre si stava lavorando di sera. Un cantiere edile è stato intanto sequestrato a Nerola per violazione della legge sulla sicurezza del lavoro. Era sprovvisto di ponteggi regolari ed i carabinieri della compagnia di Monterotondo e gli ispettori della Asl Rm G vi hanno posto i sigilli. I titolari, che avevano alle dipendenze anche un romeno clandestino, sono stati denunciati. In altri due cantieri, sempre in paese, sono state accertate violazioni amministrative per circa 7.000 euro.
Meno 35. Tanti sono i giorni che mancano al licenziamento di 489 tute blu dell’ex Alfa Romeo. Di qui il riscaldarsi della protesta. Il problema del reimpiego dei lavoratori potrebbe essere rimandato tramite il rinnovo della cassa integrazione da parte del governo (il ministro del Welfare, Roberto Maroni, è favorevole). Sul fronte delle possibilità di occupare i lavoratori ex Alfa in un polo dell’auto ecologica, nessuna novità. Ma c’è anche il polo logistico gestito da Abp (Alfa business park, società partecipata da Estate Sei e Aig Lincoln).
Se il telefono di casa diventa improvvisamente muto, che si fa? Si chiama la Telecom e, dopo aver perso buoni dieci minuti alle prese con nastri registrati che - tra un'offerta e l'altra - ti costringono a fare la gimcana sulla tastiera, si segnala il guasto a un operatore (quasi sicuramente un lavoratore «atipico» che risponde da chissà dove) e si resta in attesa dell'intervento riparatore. Peccato che assieme ai tempi della segnalazione, anche quelli della riparazione si siano allungati terribilmente negli ultimi anni. Miracoli della privatizzazione. E degli appalti che hanno esternalizzato l'assistenza come la manutenzione e la messa in opera della rete telefonica. A farla sono ormai imprese che non hanno più nulla a che fare con Telecom, che ottengono l'appalto con offerte al massimo ribasso e che sempre più spesso utilizzano anche personale irregolare, lavoratori in nero. In alcuni casi questi fantasmi che attraversano l'Italia su misteriosi furgoni sono lavoratori cassintegrati delle stesse imprese appaltatrici, che in questo modo arrotondano i magri proventi della Cig in cui "vivono" da diversi anni. Il disagio per l'utenza, l'abbassamento della qualità dei servizi e la giungla del lavoro nero marciano di pari passo. Da quando la Telecom è stata completamente privatizzata, nel 1997, passando per Colaninno e approdando a Tronchetti Provera, si è aperta la voragine della corsa agli appalti della gestione della rete, che Telecom, nonostante la liberalizzazione, continua a controllare. Ne hanno pagato i costi gli utenti attraverso l'abbassamento della qualità del servizio e i lavoratori con la contrazione occupazionale. Iniziava la corsa al massimo ribasso nell'attribuzione degli appalti, perché, come in tutte le imprese private, la competizione si fa sui costi, pazienza per la qualità, tanto gli utenti non hanno alcun potere contrattuale, possono al massimo cambiare gestione (con non poche difficoltà burocratiche) ma anche la concorrenza deve passare attraverso i cavi della Telecom. Dieci anni fa i lavoratori che posavano i cavi, li accudivano e facevano assistenza ai clienti erano 45.000; oggi sono 25.000, distribuiti tra tante imprese, alcune consistenti (come la Site che occupa 1.400 addetti), altre minuscole. Ma di questi 25.000, almeno 10.000 sono irregolari, cioè non risultano da nessuna parte, o risultano tra quei 5.000 lavoratori, concentrati soprattutto al sud, che sono - alcuni anche da nove anni - in cassa integrazione. E' un lavoro che richiede alta professionalità, ed è naturale che persone abituate a un salario dignitoso non si accontentino del sussidio di cassa integrazione, non abbiano voglia di starsene con le mani in mano e si prestino al lavoro nero. E le imprese sono ben contente di ricorrere alle prestazioni irregolari attraverso il subappalto, visto che un'ora di lavoro di un operaio specializzato costa attorno ai 22 euro, mentre la cifra scende a poco più di 7 euro per chi lavora in nero.
Suona presto la sveglia oggi per le maestranze di Polimeri Europa. L'appuntamento questa volta non è con l'orologio marcatempo ma con i colleghi non turnisti e con i delegati sindacali. A partire dalle 6 scatta infatti il presidio davanti ai cancelli di via Baiona per bloccare la produzione dello stabilimento per un'intera giornata. La fabbrica è in sciopero, come è accaduto parecchie volte negli ultimi mesi, per arginare i piani di dismissioni del management dell'Eni. Lo sciopero è contro il piano della società di chiudere alcuni impianti delle gomme sintetiche dell'Isola 16 e di mettere in vendita il dimetilcarbonato. Così i dipendenti di Polimeri Europa manifesteranno per il centro fino a raggiungere piazza del Popolo, dove una delegazione di lavoratori e sindacalisti sarà ricevuta dal prefetto Calandrella.
Scatta oggi la cassa integrazione per i cento dipendenti della fonderia, che fa capo alla Portovesme Srl. Lo stabilimento non chiuderà i battenti, ma per un anno i cancelli della fabbrica rimarranno chiusi e le conseguenze si faranno sentire anche sui 50 operai delle imprese d’appalto. La decisione era stata annunciata già da tempo e si è cercato invano di porvi rimedio. Non è servita la forte mobilitazione di tutti gli operai che hanno manifestato per le strade del paese. E non è servito neanche il viaggio della speranza degli operai al ministero dell’Industria a Roma che si è concluso con una fumata nera. Intanto l’azienda fa sapere che la fermata della fonderia, dove viene raffinato il piombo che giunge da Portovesme, si deve principalmente alla concomitanza di due fattori negativi. In primo luogo al rialzo eccessivo dell’euro nei confronti dello dollaro e in secondo luogo al fatto che la società risente del ribasso improvviso del prezzo dello zinco che è passato dagli 1100 dollari a tonnellata di alcuni mesi fa agli attuali 800 dollari. Di qui la decisione della Portovesme Srl, che fa capo al gruppo svizzero Glencore, di fermare gli impianti produttivi e di mandare a casa i 100 operai in attesa che le cose migliorino nell’ambito del mercato internazionale dei metalli non ferrosi. E come se non bastasse ancora oggi l’azienda è messa fuori mercato dagli alti costi energetici (100 vecchie lire al kwh rispetto alle 44 della concorrenza europea). Nel territorio sardo del Medio Campidano il tasso di disoccupazione supera il 32 per cento e un giovane su due è senza lavoro. E non c’è davvero pace per i cento operai della fonderia, che già l’anno scorso avevano iniziato ad aprile 2002 un periodo di cassa integrazione che poi era stato interrotto dopo due mesi. Ma questa volta la crisi non lascia intravedere rapide soluzioni.
E' cresciuta la tensione tra i dipendenti della Chini Costruzioni di Trento. Cgil, Cisl e Uil hanno indetto una manifestazione unitaria, in programma per questa mattina alle 9 presso palazzo Onda, dove si trova la sede della società. Recentemente la proprietà ha annunciato di voler chiudere l'attività in Trentino nell'arco di un anno e mezzo e di concentrarsi all'eterno dei confini provinciali. Poco tempo fa è stato detto che la chiusura era ormai questione di giorni, tanto che i dipendenti, una trentina in tutto, erano in attesa delle lettere di licenziamento. Quelle lettere, però non sono ancora arrivate: ma ai lavoratori non è stata ancora versata la paga di settembre che la Chini Costruzioni avrebbe dovuto saldare entro il 15 ottobre. A questo punto non si capisce quale siano le intenzioni della proprietà. Qualcuno si è già licenziato e ha trovato un altro lavoro, per gli altri la stessa Chini Costruzioni si è impegnata a trovare una nuova collocazione.