sabato 08 marzo 2003 - snaterinforma  

NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e Lotta
E-mail: cen_doc_lotta@yahoo.it

Fax 06233213975
01-07/03/2003


1 marzo 2003

CONTRATTO DEI MINISTERI

Firmato all'Aran da sindacati e governo una "intesa preliminare" che riguarda solo i 204mila lavoratori dei ministeri. Meno di un decimo, quindi, dell'intero settore del pubblico impiego. Ma è certamente il primo di tutti i comparti, compreso quello della scuola. L'aumento medio complessivo a regime è di 106 euro mensili per tredici mensilità. Sono previste due tranches di aumento dello stipendio: al primo gennaio 2002 e al primo gennaio 2003 per complessivi 75 euro. La restante quota è finalizzata all'aumento dell'indennità di amministrazione (11 euro al mese) e al salario variabile definito in contrattazione integrativa (11 euro al mese). Infine è stata modificata la busta paga con il conglobamento della indennità integrativa speciale (contingenza) nella voce stipendio. Il costo di questa operazione (circa 9 euro mensili) permetterà di avere una indennità di buonuscita più elevata a chi andrà in pensione dal primo gennaio 2003 in poi. Gli aumenti stabiliti dovrebbero consentire la crescita della retribuzione media complessiva del 5,66% così come definito nell'accordo del febbraio 2002 tra Governo e Sindacati e confermato dalla legge finanziaria 2003. Non c'è traccia, nella parte normativa, sia del Libro bianco che della tanto discussa direttiva sull'orario di lavoro. Queste assenze parlano di una stanchezza generale del governo, rilevabile anche nei numeri dell'aumento contrattuale. Soddisfatti i sindacati confederali. Un po' meno le sigle del sindacalismo di base. Paolo Leonardi, portavoce nazionale delle Rappresentanze di base, è molto critico ed elenca uno per uno i punti di dissenso. "Innanzitutto, va sottolineata l'assoluta inadeguatezza dell'aumento salariale. E' un contratto insufficiente nella parte economica, quindi, e che non affronta il problema dell'ordinamento professionale". Per quanto riguarda la soluzione del problema del precariato nella pubblica amministrazione, secondo le Rdb, c'è un vero e proprio buco. Il sindacato di base ha intenzione di sottoporre l'ipotesi di accordo a un referendum tra i lavoratori.

PRECARI IN PIAZZA A PALERMO

Nuova manifestazione di protesta dei lavoratori socialmente utili in servizio negli uffici regionali della Sicilia, per chiedere la stabilizzazione del posto di lavoro "resa possibile - spiegano i Cobas - dal contratto di riclassificazione del personale regionale". Alla manifestazione hanno preso parte circa mille lavoratori precari. Una delegazione dei Cobas/Codir, con una rappresentanza dei manifestanti, è stata ricevuta dall'assessore regionale al Lavoro. 


2 marzo 2003

VERTENZA BOCOGE

Resta da attendere che il verdetto del Tribunale diventi definitivo. Tuttavia, la sentenza di primo grado vergata dal giudice del lavoro Silvana Ferrentino costituisce, indubbiamente, il primo passo verso il ritorno alla vita occupazionale per un'ottantina di lavoratori che la Bocoge avviò alla mobilità nel settembre del 2001. Storia d'una vertenza infinita caratterizzata da momenti di tenzione, da interventi istituzionali. L'azienda scaricò i circa ottanta lavoratori con una decisione unilaterale che non tenne conto delle istanze dei diretti interessati. Ottanta famiglie si ritrovarono senza un sostegno economico. I lavoratori contestarono i provvedimenti di licenziamento perchè ritenevano, anche in base alle notizie attinte dall'ente appaltante (l'Unical), che ci sarebbero stati margini di tranquillità per l'azienda dal punto di vista della continuità dei lavori. Fu chiesto alla Bocoge d'attivare gli ammortizzatori sociali per evitare lo strumento drastico della mobilità. Si sarebbe trattato di una procedura temporanea perchè erano in arrivo nuovi finanziamenti. Ma così non fu e venne avviata la procedura di mobilità. Nel settembre del 2001 l'azienda inviò le prime lettere di licenziamento. Provvedimenti che furono impugnati davanti al giudice del lavoro. Che ha riconosciuto illegittimo il comportamento dell'azienda, ordinando il reintegro dei lavoratori».

CALZATURIFICIO RUGGERI

I lavoratori del calzaturificio Ruggeri si sono riuniti con le famiglie nella sala affollata che ospitava l’incontro pubblico deciso dagli stessi lavoratori per coinvolgere la città e le istituzioni. Sono 39, su 133 addetti scampati alla prima sforbiciata dell’anno scorso, i lavoratori, quasi solo operai, che vivono con la spada di Damocle sul capo. Per loro tanta solidarietà, parole di incoraggiamento. La Ruggeri non crede più nel calzaturiero e pensa ai licenziamenti come unica garanzia per le banche creditrici. Lo sciopero di 4 ore venerdì è riuscito con la quasi totalità di adesioni. Ora è stata coinvolta la Regione, nella persona dell’assessore Ugo Ascoli, che dovrebbe incontrare in settimana una delegazione dei lavoratori. Lo scoglio da superare è il "no" dell’azienda a qualsiasi trattativa. "Si licenzia e basta, non abbiamo alternative", continua a ripetere la proprietà.

CASSA INTEGRAZIONE ALLA SAN MARCO

Comunicazione in bacheca: altre quattro settimane di cassa integrazione nello stabilimento lentiaiese della San Marco. I malumori in fabbrica non mancano anche per il modo in cui i dipendenti vengono messi a conoscenza delle cose che li riguardano. Rabbia e preoccupazione per un posto di lavoro che si sperava di riprendere in questa settimana e, invece, si starà nuovamente a casa. Mesi di rallentamento produttivo necessario perchè la produzione si accumula e il mercato pare si sia saturato. Il primo mese di cassa è stato fatto da metà novembre alla fine di dicembre dell'anno scorso. A gennaio speravano fosse finita ma s'erano solamente illusi: la crisi continua e il mese scorso la filatura e il reparto retrazione (dove le rocche retratte vengono preparate per la tinteggiatura) sono tornati in cig, così sarà ancora fino al 31 marzo. Filatura e retrazione risentono più che in tintoria e dipanatura (dove almeno tre giorni alla settimana pare si produca) di una crisi economica e del settore. I lavoratori però non sanno più che pesci pigliare e non ne possono più di stare fra le quattro mura di casa: anche perchè adesso sono preoccupati e temono per il posto di lavoro. Non è la prima volta che in San Marco si arriva alla Cig e di ristrutturazioni l'organico, oggi formato di circa 180 persone, ne han viste passare. Di solito tra fine anno e inizi di quello successivo le ferie "si allungano", causa bonacce e fermi di mercato, ma adesso i dipendenti pensano decisamente siano durate anche troppo.

CASSA INTEGRAZIONE ALLA SICOI

La Sicoi sas, ditta con sede a Tolfa, ha dovuto attivare la procedura per la cassa integrazione salariale ordinaria a zero ore per 20 unità, per 13 settimane. La Sicoi è aggiudicataria dell’appalto per la demolizione degli isolamenti termici al gruppo 3 della centrale Torre Valdaliga Sud di Civitavecchia (in Ati con Mcp e Riva e Mariani) ma i lavori non partono. Inoltre, sono, per il momento, "sfumate" le speranze di aggiudicarsi i lavori, con le altre due imprese locali, per lavori legati alla riconversione a carbone di Tvn. La Sicoi non è in grado di rinnovare i contratti a tempo determinato a 15 unità e, se tra 13 settimane non saranno cambiate le cose, la messa in mobilità scatterà per 25 lavoratori.

MICRON

Un'ora di lavoro in più al giorno potrebbe allontanare lo spettro dei licenziamenti e rilanciare la produzione di qualità. L'equazione Micron è semplice e viene espressa dal direttore Sergio Galbiati in un messaggio a tutti i dipendenti dello stabilimento di Avezzano. Galbiati indica gli standards della Micron: "Per i giornalieri almeno 227 giorni di presenza annui e almeno 9 ore al giorno di lavoro, per i turnisti almeno 169 giorni all'anno da 12 ore di presenza. La decisione di aderire a questo standard è su base volontaria, in quanto non richiesta per contratto". Galbiati apprezza "una grande parte del sindacato che riconosce nella presenza di questa realtà un valore da sostenere". "C'è un'altra parte del sindacato invece il cui ruolo si è ridotto a una difesa politica del proprio ambito di potere, a una difesa reazionaria dello stato di privilegio che deriva dal ruolo. In sostanza la difesa di chi dovrebbe legittimamente essere tra i 1.900 (la Micron dovrà tagliare il 10% dei posti di lavoro tra i 19mila dipendenti in tutte le filiali del mondo ndr) che vengono lasciati a casa al posto di ottimi lavoratori che invece se ne devono andare solo perché il loro settore è stato tagliato". Una crociata vera e propria, insomma, da parte della Micron che cerca la massima produttività lavorativa. 


3 marzo 2003

LICENZIAMENTI ALLA SAAB

La svedese Saab, gruppo General Motors, ha deciso una ulteriore riduzione della sua forza lavoro per 100 addetti entro fine mese. La riduzione di organico si aggiunge al piano di licenziamenti di 1.300 lavoratori già varato lo scorso novembre e interessa l'impianto Saab di Trollhaettan. La compagnia sottolinea come queste misure vadano ad inserirsi in un più ampio progetto di ristrutturazione. 


4 marzo 2003

SCIOPERO IN BENETTON

Otto ore di fermata per ogni turno, ieri, negli stabilimento della provincia di Treviso. E' il secondo sciopero in tutta la storia dello stabilimento; il primo solo un mese fa e per l'identico motivo. La protesta è stata scatenata dal piano di "esuberi" (95) decisi dall'azienda dopo che il marchio Nordica è stato venduto alla Tecnica Group. A Castrette di Vallorba c'è stato anche un presidio; fermi anche gli impianti di Trevignano, Ponzano e Venegazzù. 


5 marzo 2003

VERTENZA ANGELO COSTA: CONTRATTO FISSO PER TUTTI

Alla fine ce l'hanno fatta. Sembra incredibile dirlo oggi, in un periodo in cui il precariato - complici le recenti riforme del governo - diventa sempre più selvaggio: ma anche in un call center si possono avere diritti, e la lotta sindacale paga. Alla Angelo Costa, società che offre i propri servizi alla multinazionale Western Union, specializzata nel trasferimento del denaro degli immigrati all'estero abbondavano contratti da co.co.co. - dunque niente ferie, malattia, maternità, pensioni da fame - perdipiù rinnovati ogni tre mesi, per un lavoro sostanzialmente dipendente: orari, giustificazioni per le minime assenze, subordinazione alla gerarchia aziendale. Pane quotidiano in quasi tutti i call center, ma dietro la pressione esercitata dal sindacato Cub, la Angelo Costa ha deciso di chiudere un accordo innovativo, puntando sulla qualità del lavoro. E ora i 180 addetti del call center romano sono tutti dipendenti. Una mobilitazione sindacale, mediatica e politica che l'azienda ha preferito non affrontare di petto, decidendo al contrario di sedersi al tavolo delle trattative. Sono stati così chiusi due accordi, uno con la Cisl, che rappresentava i lavoratori interni al call center, e un altro con la Cub, che organizzava quelli licenziati: chi era già dentro, è passato da co.co.co. a un contratto a tempo indeterminato, di formazione lavoro o di apprendistato (con l'impegno, per questi ultimi due, di trasformarli in tempo indeterminato dopo la conclusione). Dieci dei lavoratori rimasti fuori hanno ottenuto il reintegro con un posto a tempo indeterminato full time e un indennizzo pari a tutte le mensilità perdute (sette di loro hanno poi scelto di non rientrare); altri tre hanno ottenuto soltanto l'indennizzo. La Cub ha ottenuto anche due delegati interni - fino a oggi non li aveva, perchè non firmataria di contratto - e i lavoratori tra pochi mesi procederanno all'elezione delle rsu: è la prima volta per loro, i co.co.co. non hanno diritto a una rappresentanza sindacale. 


6 marzo 2003

MARCONI

La buona notizia è che l'Ote, storica fabbrica fiorentina di apparecchiature di radiocomunicazione, è ritornata a Finmeccanica. La cattiva è che fra le macerie del gruppo Marconi restano in bilico i settori Communications e Mobile Access, con più di 800 dipendenti a rischio di perdita del lavoro. Così ieri a Sestri Ponente alcune centinaia di loro sono scesi in piazza, per ricordare che solo nel già cassintegrato stabilimento di Genova della Marconi Communications & Mobile Access sono previsti 160 esuberi. Così come altre centinaia di lettere di mobilità potrebbero segnare il destino dei complessi produttivi di Marcianise e Chieti, anch'essi in agitazione. Dopo le due ore di sciopero di ieri, il coordinamento sindacale del gruppo si ritrova oggi a Roma con i rappresentanti della multinazionale inglese, per riavviare una trattativa interrotta alla fine di febbraio. Dalla partita occupazionale, che all'inizio della crisi riguardava circa duemila addetti italiani della Marconi, ora potrebbero forse uscire i seicento lavoratori della Ote, 230 dei quali dovevano finire in mobilità.

AGNESI

Lavoratori dell'Agnesi in sciopero. I dipendenti dell'azienda del Gruppo Colussi, dello stabilimento sulla superstrada di San Marino, ieri hanno incrociato le braccia per 4 ore, per protestare contro i comportamenti della proprietà, decidendo inoltre di sospendere il ciclo continuo su 7 giorni. "Da Natale alla Befana - lamentano i lavoratori - ci costrinsero ad annullare le feste in cambio di riconoscimenti economici che poi non sono arrivati". Totale incertezza dei turni di lavoro, impossibilità di programmare il proprio tempo libero, tra gli altri motivi dello sciopero di ieri.

CASSA INTEGRAZIONE ALLA IXFIN

C'è una bozza d'accordo tra Ixfin e sindacati. Si dovrebbe andare direttamente alla firma, senza passare per l'assemblea dei lavoratori, abitudine ormai consolidata dei sindacati. Punto fondamentale dell'accordo è la rotazione dei cassintegrati, che sarà del 50 per cento della forza lavoro in cig prevista nella richiesta iniziale. Quindi da lunedì prossimo 10 marzo, data probabile dell'inizio della cassa integrazione ordinaria per i 262 dipendenti dell'azienda elettronica (222 operai e 40 impiegati), dovrebbero andare in cig circa 130 dipendenti che successivamente ruoteranno con gli altri 130. La richiesta complessiva dell'azienda è di 13 settimane, non consecutive, di cassa integrazione, anche se non c'è al momento un calendario già stabilito, visto che l'azienda si è riservata di deciderlo sulla base delle commesse. I sindacati hanno chiesto anche che la Ixfin anticipi le competenze ai lavoratori (per evitare i tempi lunghi dell'Inps) e hanno strappato all'azienda la promessa di verificare i carichi di lavoro negli altri stabilimenti del gruppo (Chieti, Marcianise, provincia di Salerno) che attualmente stanno lavorando a organico pieno.

FLEXTRONICS

Un'attesa spasmodica, quella dei lavoratori Flextronics e Lares Tecno, che hanno vissuto il giorno più lungo. E ieri sera, intorno alle 23, quando la trattativa era ancora in corso, c'è stato un blocco stradale davanti alla Flextronics tenuto conto che le notizie da Roma erano quantomeno contradditorie. E a un certo punto c'è stato anche il timore di una rottura della trattativa. Solo questa mattina il quadro potrà essere più chiaro. Per tutta la giornata i lavoratori hanno seguito l'incontro "a distanza", mantenendo i tre presìdi allestiti nel piazzale ex Italtel, a Palazzo Branconi-Farinosi e davanti a Palazzo Chigi. Solo un gruppo di operai ha raggiunto Roma, nel pomeriggio, per sostenere la posizione dei sindacati nella spinosa vertenza del polo elettronico.

VERTENZA ALLA INGRED E ALLA CONCERIA ROMA

Ingred e conceria Roma, due vertenze difficili che vedono gli operai in prima fila a difendere il posto di lavoro. I dipendenti della Ingred, ex I.Cont, azienda dell'area industriale del Calaggio, da ieri mattina presidiano l'ingresso dello stabilimento per protestare contro lo il trasferimento di macchinari da parte del gruppo che si è aggiudicato l'asta fallimentare. In un comunicato le maestranze sostengono che "il gruppo D'Amato è al momento solo interessato a prelevare i macchinari per riposizionarli in altri suoi stabilimenti. I lavoratori a questa ennesima presa in giro non ci stanno e metteranno in essere tutte le iniziative di lotta affinché vengano garantiti i livelli occupazionali esistenti". I lavoratori della conceria Roma da ieri sera hanno deciso di presiodiare l’azienda. Stamane, infatti, potrebbe essere notificato lo sfratto. È fallita la mediazione tra le parti e a nulla sono valsi gli inhterventi di rappresentanti istituzionali per giungere ad un accordo. Il clima è teso e gli operai sono pronti ad incatenarsi nuovamente ai cancelli.

IMESI

Dieci operai dell'Imesi si sono arrampicati sul tetto del capannone dove si effettuano lavori di carpenteria, a una altezza di circa 30 metri, all'interno dello stabilimento di Carini. "Non scenderemo - dicono - fino a quando non avremo garanzie dal Prefetto di Palermo o da esponenti istituzionali sul mantenimento dei nostri posti di lavoro". La direzione della fabbrica si è messa in contatto con la sede centrale di Pistoia del gruppo Ansaldo-Breda, proprietario dello stabilimento dove si produce materiale rotabile e che occupa a 164 addetti. In serata, i pompieri hanno montato un telone sotto il capannone per tentare di convincere i dieci operai che si trovano sul tetto a desistere dal loro proposito suicida. I lavoratori sono rimasti in contatto telefonico con alcuni sindacalisti che partecipavano alla riunione tecnica in corso al ministero delle Attività produttive con i vertici del gruppo Ansaldo-Breda. 


7 MARZO 2003

FERRIERA DI SERVOLA

Sarà il sindaco Roberto Dipiazza a incontrare stamane il responsabile delle relazioni esterne del gruppo Lucchini, Francesco Semino, per discutere del futuro dei lavoratori della Ferriera di Servola, che ieri hanno scioperato contro i tagli dei livelli occupazionali. All’atto della formalizzazione della prima proposta di chiusura definitiva dell’attività siderurgica, i posti di lavoro in Ferriera erano 700 - hanno sottolineato i lavoratori, all’uscita dall’incontro in Municipio, al quale ha partecipato anche l’assessore per le risorse umane, Lucio Gregoretti - ma ad oggi si sono già ridotti a 540 e l’azienda ha dichiarato che ci sono altri 80 esuberi. La Lucchini ha chiesto di poter ricorrere alla cassa integrazione straordinaria. Le organizzazioni sindacali hanno bocciato questa domanda, perché tale processo può venir avviato soltanto nell’ambito di una ristrutturazione aziendale già partita, ma la direzione - hanno proseguito i lavoratori - ha proceduto ugualmente, infischiandosene del rispetto delle procedure, con un atto unilaterale che denunciamo pubblicamente.

PANIFICIO VETTE FELTRINE

Qualcosa non quadra, per il sindacato che sta seguendo il fallimentare del panificio Vette feltrine di Villabruna, nella chiusura dell'attività e nel licenziamento dei sedici dipendenti da parte della ditta Verrico, la società da pochi mesi subentrata nella gestione dell'azienda. Perché se da un lato la società Vette feltrine, proprietaria dell'unico panificio industriale della provincia di Belluno, è stata dichiarata fallita dal tribunale di Belluno, dall'altro lato la procedura fallimentare non impediva alla Verrico di continuare comunque ad usare capannone e macchinari per sfornare pagnotte. Invece il curatore fallimentare, il commercialista bellunese Giovanni Bellia, quando martedì è arrivato a Villabruna per l'inventario dei beni ha trovato l'attività già in via di smobilitazione: la Verrico aveva comunicato alla Vette feltrine la fine dell'attività ancora prima della nomina del curatore. Ci sono molti punti che meritano di essere approfonditi sulla gestione dello storico panificio feltrino da parte della Verrico, subentrata dal primo dicembre scorso alla società Vette feltrine, di cui è socio il "patron" dell'azienda, Arno Bragagnolo, e che è amministrata dalla moglie Maria Stella Marcon. Punti da chiarire che non c'entrano con le vicende della società Vette feltrine, attraversata nell'autunno scorso da una crisi di liquidità, ma che riguardano proprio la nuova azienda, pur dichiaratasi senza responsabilità nella sospensione della produzione e nel licenziamento del personale. C'è da una parte un pregresso con la società Vette feltrine, visto che alcuni lavoratori che se ne sono andati chiedevano il pagamento del trattamento di fine rapporto e di stipendi arretrati. Ma ci sono anche alcuni lavoratori passati alle dipendenze della nuova società, la Verrico, che lamentano di non aver ricevuto lo stipendio negli ultimi mesi.

VERTENZA NEMS SBLOCCATA

Si è conclusa positivamente la vertenza dei lavoratori dell'impresa Nems srl di POrtovesme (Sardegna) che lamentavano il mancato pagamento di alcune buste paga. Ieri mattina i titolari dell'impresa che opera nel cantiere Enelpower hanno ricevuto le somme spettanti e il blocco ai cancelli è stato rimosso. La vertenza è esplosa quando i lavoratori hanno deciso di presidiare gli ingressi del cantiere per la costruzione della nuova centrale termoelettrica. Per due giorni le maestranze, anche con il sostegno e la solidarità dgli elettrici e delle altre imprese di appalto, hanno incrociato la braccia. La società Varian ha dato in subappalto i lavori di demolizione della vecchia centrale ma nell'esecuzione dei lavori è emerso che le quantità di amianto erano superiori a quelle previste nel capitolato d'appalto. E non solo, a mettere in difficoltà la Nesm srl sono intervenuti i tecnici del presidio multizonale di prevenzione di Portoscuso che hanno accertato presunte irregolarità nel cantiere. Gli ingressi sono stati posti sotto sequestro in attesa della messa in sicurezza. Con la sistemazione del cantiere si prevedera la ripresa dell'attività invece i lavoratori non sono stati richiamati a lavoro. Anche il mancato pagamento delle buste paga ha contribuito ad aumentare la tensione e alla fine il cantiere è stato bloccato.

SARDEGNA BARITE

La Sardegna Barite è la società che ha chiesto all'assessorato regionale all'Industria il rilascio della concessione mineraria per la coltivazione del giacimento di fluorite, barite, piombo e zinco in località Is Crabus su un'area di 418 ettari appartenenti ai Comuni di San Vito e Villasalto. I lavoratori in cassa integrazione dal mese di dicembre dello scorso anno rischiano di perdere il posto di lavoro a causa della lungaggine del procedimento di valutazione di impatto ambientale richiesto dall'organino tecnico istruttore dell'assessorato regionale all'Ambiente che di fatto iompedisce l'inizio dell'attività indispensabile per iniziare l'attività produttiva.

TRIESTE TRASPORTI: CONTINUA IL PROCESSO CONTRO 57 LAVORATORI

Sui temi contrattuali dello sciopero nazionale si innesta la vicenda dei 57 autisti della Trieste Trasporti accusati di interruzione di pubblico servizio per aver dato vita allo sciopero spontaneo del gennaio 2001, e che stamane compariranno davanti al giudice per la seconda udienza. All’epoca, avevano incrociato le braccia per protesta contro le decisioni di Trieste Trasporti, subentrata all’Act: la Tt aveva disdettato tutti gli accordi in vigore, abolito i 27 giorni annui di riposo e denunciato 120 esuberi. Da qui la reazione delle sigle sindacali, e la proclamazione immediata dello sciopero. Fuori, quindi, dagli schemi della 146, la legge che ne regola l’attuazione, procedure e tempi di preavviso. Sul banco degli imputati, secondo i sindacati, "non ci dovrebbero finire i lavoratori bensì la legge 146, che va cambiata - sostiene il segretario regionale Uiltrasporti Giampiero Fanigliulo - in quanto a senso unico". Una legge che i sindacati confederali stessi avevano voluto! "Il nostro timore- interviene il segretario Filt-Cgil Angelo D’Adamo - è che in una situazione straordinaria, come una possibile guerra, si ripresenti la questione dell’obbligatorietà o meno nell’uso delle infrastrutture, vedi il recente caso dei treni". Dal canto loro, le Rappresentanze sindacali di base, al di là dei punti fermi sulla 146 e la vicenda dei 57 autisti, operano un distinguo riguardo agli accordi sottoscritti dai confederali (mancato aggancio dei salari all’inflazione e penalizzazione dei neoassunti)e preannunciano per stamane, oltre alla consegna al giudice di oltre 4mila firme di solidarietà, un nutrito presidio davanti al tribunale anche per ribadire il "sì" al referendum sull’articolo 18.

LSU A CARBONIA IN SCIOPERO

Metà sono in sciopero da una settimana, gli altri in agitazione ma in attesa anche loro di incrociare le braccia. Sono sul piede di guerra, i lavoratori socialmente utili al servizio del Comune, da qualche giorno decisi a portare avanti le proprie rivendicazioni per ottenere l’integrazione oraria e impieghi stabili. Il gruppo degli Lsu addetti, in Municipio, agli uffici dei Lavori pubblici, Personale, Urbanistica, Servizi generali e Archivio è giunto oggi al settimo giorno di occupazione dell’aula consiliare. Una protesta che proseguirà anche questa sera, durante la seduta del Consiglio comunale che si preannuncia tesa. Intanto una parte dell’opposizione chiede la convocazione dell’assemblea civica. Lo sciopero sta creando disagi alla macchina burocratica e ben presto all’azione degli Lsu che lavorano in Municipio potrebbero unirsi i loro colleghi del cantiere di via Roma, che per ora hanno dichiarato lo stato di agitazione. A proposito della Somica, che ha effettuato sinora 14 delle 30 assunzioni annunciate e che ha iniziato ad operare da qualche mese nel settore delle manutenzioni, la Giunta ha voluto chiarire i motivi del ritardo. Il Governo ha cancellato i benefici per le assunzioni e per il bilancio comunale ciò si traduce in una maggior costo di 230 mila euro l’anno nel 2003: è evidente che questa situazione condiziona i progetti per la Società mista e per gli altri lavoratori socialmente utili.