| mercoledi 11 febbraio 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
E-mail: cen_doc_lotta@yahoo.it
Fax 06233213975
01-08/02/2003
Una crisi senza precedenti, ricca di incognite ma anche di paradossi, quella
dell'industria siciliana. È esplosa negli ultimi mesi con la vertenza Fiat, ma
covava da tempo in sordina, dietro la chiusura di centinaia di piccole aziende
che in fondo ne rappresentano la vera spina dorsale, ormai davvero sul punto di
spezzarsi. Il 10% delle imprese potrebbe essere spazzato via: dai 10 ai 15 mila
lavoratori potrebbero dunque ritrovarsi a spasso da qui a pochi mesi, per una
recessione che investe la Fiat, nella parte occidentale dell'isola; ma non
risparmia l'altro versante della regione, e siti all'avanguardia come quello di
St-Microelectronics che nell'Etna Valley catanese occupa oltre 4000 persone e da
due anni sta costruendo un nuovo stabilimento, l'M6, per la costruzione di una
versione avanzata di microchip a "memorie non volatili". Un declino
che ha punti di crisi acute in quasi tutte le nove province. A Palermo gli occhi
sono soprattutto puntati sulla Fiat, dove a giorni la produzione dovrebbe
riprendere seppur a singhiozzo: per i 1800 dipendenti è arrivato anche il
"regalo" della Regione che ha destinato a ciascuno 512 euro come
rimborso per i tre mesi di "fermo" obbligato trascorsi. Intanto però
almeno altrettanti sono i lavoratori delle aziende dell'indotto diretto: tredici
di queste hanno già avviato le procedure per la cassintegrazione. E sempre nel
palermitano è in crisi da tempo un'azienda che fino a qualche anno fa era
all'avanguardia nella costruzione di materiale rotabile: l'Imesi di Carini, del
gruppo Breda-Ansaldo. Nonostante un ricchissimo portafogli di commesse
internazionali - tra queste, le metropolitane di Copenaghen e Los Angeles -
l'Ansaldo ha annunciato la volontà di vendere alla Ciet di Pietro Mancini, che
nel palermitano ha già acquistato la Keller. Per i 164 operai dell'Imesi è un
salto nel vuoto.
Alla Sipem di Enna, i 160 lavoratori da giovedì stanno attuando una durissima
protesta.
Cresce il tasso di disoccupazione in Giappone al 5,5%, livello massimo dal dopo-guerra. Un dato superiore alle attese che porta la quota degli occupati a 61,1 rispetto al 66,3 negli Stati uniti. Oltretutto, il paese si avvicina sempre di più alla recessione considerato che l'inflazione ormai è prossima allo 0,7% e la spesa delle famiglie, a dicembre, è scesa del 6,1% rispetto al mese precedente e del 3,5% su base annua. Inoltre, gli ordini per le imprese di costruzione hanno subito una flessione annua del 9,1%, mentre il numero di nuove case è sceso del 3,4% nonostante i mutui hanno rendimenti vicino ai livelli minimi
I sindacati metalmeccanici di Bologna hanno ottenuto un contratto integrativo aziendale che era scaduto nel 2002 e che sta per essere varato ora dopo divisioni, scioperi e ore di trattativa tra i sindacati e la GD, azienda ad alta tecnologia di Bologna per l'impacchettamento delle sigarette, 1450 dipendenti, appartenente a un gruppo industriale con un fatturato annuo di 537 milioni di euro di cui circa la metà dovuto proprio alla GD. La proprietaria dell'azienda è una imprenditrice bolognese che ha voluto da sempre buone relazioni industriali. La Fiom, coerente con la sua linea, ha scelto di sottoporre le sue proposte per il rinnovo del contratto aziendale ai diretti interessati, cioè ai lavoratori. Sono andati a votare in 930 e a maggioranza hanno approvato la piattaforma della Fiom, che automaticamente è diventata anche la piattaforma di riferimento dell'azienda, ovvero la piattaforma su cui si è successivamente sviluppata la trattativa per arrivare all'accordo. Il prossimo appuntamento per la firma è fissato ora per il 10 febbraio, ma prima ci sarà una nuova consultazione dei lavoratori che comunque avendo approvato il testo iniziale dovrebbero approvare anche questo testo finale, visto che sono state ottenute quasi tutte le richieste della Fiom. Anche le Rsu di azienda sono mobilitate per chiudere il contratto, una struttura sindacale rappresentativa visto che è composta di 32 delegati (più della metà sono della Fiom). Il contratto della GD è fuori dal comune (almeno per questo periodo di attacco alla contrattazione) anche per i suoi contenuti. Dal punto di vista salariale ci sarà un aumento di 1700 euro all'anno, di cui 850 di anticipo uguale per tutti. Alla fine dei quattro anni di vigenza del contratto una percentuale (dovrebbe essere intorno al 30%) di questi aumenti rimarrà in busta paga. Il contratto prevede anche importanti elementi sul piano dei diritti. Intanto il sindacato è riuscito a strappare l'avvio di un tavolo di negoziato con tutto il gruppo e non solo con i rappresentati della GD. Vengono previste poi norme precise a proposito dei diritti alla salute e alla sicurezza, mentre si è aperto un discorso importante sui temi dell'organizzazione del lavoro e della formazione professionale dei dipendenti che comunque sono inquadrati quasi tutti ai livelli più alti della categoria. Tra le altre cose è stato previsto anche un accordo sulle modalità di anticipo del Tfr, la liquidazione che come è noto viene utilizzata dai lavoratori in modi diversi, quando servono soldi per evenienze di ogni tipo.
Un muratore di 58 anni, Raffaele Serpe, è rimasto ucciso da una pioggia di calcinacci e mattoni mentre lavorava a San Fruttuoso. L'uomo si trovava al piano terra del palazzo, dove confezionava i pacchi di mattoni che poi venivano issati fino al settimo piano. Il titolare dell'azienda, che si occupava anche del sollevamento dei carichi, è stato denunciato per omicidio colposo.
Il governo colombiano ha deciso di privare Guillermo Rivera Zapata, presidente dell'organizzazione agricola colombiana Sintrainagro, delle misure di sicurezza che finora gli aveva assicurato. Il dirigente sindacale continua tuttavia a muoversi per la sua attività in zone di estremo pericolo, come l'area bananiera di Clénaga-Magdalena e le regioni rurali di Còrdoba e Urabà, dove il livello di violenza è elevatissimo. Più di 400 dirigenti sindacali colombiani della Sintrainagro sono stati assassinati dal 1989 a oggi. Un appello per la sicurezza di Rivera Zapata è stato inviato dal segretario generale dell' International Union Food (Iuf), Ron Oswald, a tutte le organizzazioni affiliate, insieme con il testo di una lettera da far pervenire al governo colombiano con le firme di lavoratori, dirigenti sindacali e cittadini da tutto il mondo.
Il Consiglio della manodopera, l'organismo che in Arabia Saudita è incaricato delle politiche del lavoro, ha deciso di inasprire il suo piano di riduzione della manodopera straniera. Nel regno si trovano attualmente 7,5 milioni di stranieri su una popolazione totale di 17 milioni di persone, cioè più del 44%, una proporzione che il governo intende ridurre al 20% in 10 anni a causa della disoccupazione crescente dei sauditi. Prima non esistente, il fenomeno colpisce oggi circa 400mila persone. Già 34 professioni sono chiuse agli stranieri. A questa lunga lista il Consiglio sta per aggiungerne altre 22.
Il colosso telefonico statunitense in amministrazione fallimentare starebbe per tagliare altri seimila posti di lavoro. Lo ha scritto ieri il Washington Post, preannunciando per oggi la dichiarazione ufficiale. L'anno scorso, per tornare a galla e uscire dalla bancarotta protetta, la compagnia ha già licenziato 17mila dipendenti.
Vicente Fox ha tempo fino a mercoledì per rispondere alla richiesta avanzata dai contadini messicani di rivedere il trattato Nafta sul capitolo dell'eliminazione dei dazi all'agricoltura. Infatti, il Messico si trova in una situazione di netto svantaggio nei confronti degli altri due partner - Stati uniti e Canada - e la bilancia commerciale ha già registrato un saldo negativo proprio sul capitolo dei prodotti agricoli. Centomila campesinos, alla fine della scorsa settimana, hanno invaso lo Zocalo (il centro) della capitale, provenienti da tutto il paese, chiedendo che venga riservato loro lo stesso trattamento riconosciuto ai produttori statunitensi. Ai quali il governo Usa, anche quest'anno, ha rinnovato i sussidi. Il 13,5% dei contadini messicani vive al di sotto della soglia della povertà, con un salario medio giornaliero che si avvicina ad un dollaro al giorno. Il trattato Nafta, contro il quale nel 1994 si sono sollevati gli zapatisti, è entrato a pieno regime all'inizio di gennaio e da questa data in poi è stata decretata la fine degli aiuti (pari al 21% delle vendite) che il governo messicano garantiva ai contadini. Washington ha intimato al presidente Vicente Fox di non tenere conto delle proteste e di non mettere in discussione per nessuna ragione le clausole del trattato.
PUBBLICO IMPIEGO. 8 milioni di lavoratori aspettano che sindacati e
parti datoriali raggiungano un accordo, mentre i salari sono sempre più erosi
dall'inflazione. Ci sono i contratti aperti da oltre un anno come sanità,
istruzione e pubblico impiego. Sul piede di guerra sono gli impiegati pubblici
(oltre 3 milioni, compresa la scuola), il cui contratto è scaduto a fine 2001.
Cgil, Cisl e Uil - la piattaforma è unitaria - annunciano battaglia nel caso in
cui il ministro Tremonti non si decida a sbloccare le risorse per la scuola e
quelle promesse dall'ex ministro Frattini.
COMMERCIO. E' stata da poco licenziata la piattaforma del commercio, che
verrà sottoposta alle assemblee aziendali. Per gli 1,5 milioni di lavoratori
del settore, Filcams, Fisascat e Uiltucs chiedono un aumento salariale mensile a
regime di 100 euro per il quarto livello, la volontarietà e un supplemento del
30% per il lavoro domenicale. Per i collaboratori coordinati e continuativi si
chiede la definizione, all'interno del contratto nazionale, di un compenso
minimo corrispondente a quello del lavoro subordinato: si vuole evitare che
figure come le commesse, tipicamente subordinate per organizzazione del lavoro e
orari, siano retribuite come co.co.co.
TRASPORTO PUBBLICO LOCALE. 120 mila addetti, il contratto è scaduto da
oltre un anno: Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti chiedono un aumento di 106,39
euro mensili e l'applicazione della riduzione di orario settimanale a 38 ore, già
concordata nel contratto quadriennale.
AGROALIMENTARI. 350 mila addetti, in scadenza nel maggio prossimo. Flai
Cgil, Fai Cisl e Uila Uil chiedono un aumento mensile di 100 euro, la
riscrittura delle norme sulle terziarizzazioni e l'introduzione della
contrattazione di secondo livello sul territorio per le imprese che non
praticano la contrattazione aziendale.
INGHILTERRA. Nella fabbrica d'auto più produttiva d'Europa, la Nissan di Sunderland, Inghilterra del nord, lunedì è stato raggiunto l'accordo per l'aumento dei prossimi due anni, ma senza sindacato e alle condizioni della direzione. Un comitato interno di lavoratori, indipendente dalle sigle metalmeccaniche nazionali, ha ceduto all'offerta di un magro 3 per cento fino al 2004, partendo da una richiesta del 6. Pur contando 800 iscritti su 4.500 dipendenti, i rappresentanti del sindacato Amicus sono stati esclusi dalla contrattazione e, anche per questo, hanno minacciato lo sciopero, il primo dal 1984, anno d'insediamento della multinazionale giapponese. Alla fine, però, l'hanno spuntata i dirigenti.
ALGERIA. Il sindacato nazionale dei metalmeccanici algerini Fntmmee,
insieme alla confederazione generale Ugta, fa sapere che si sta preparando a
nuove azioni di protesa contro l'imminente dismissione di un primo, consistente
gruppo di aziende statali. "Il 2003 si annuncia caldo sul fronte sindacale
- ha dichiarato nei giorni scorsi Salah Djennouhat, vicesegretario dell'Ugta -
ci sono tutte le premesse per un'esplosione sociale". Il ministro
dell'industria Abdelhamid Temmar aveva appena annunciato l'individuazione di ben
320 imprese da vendere nei prossimi due anni. Il piano prevede l'alienazione di
700 industrie in tutto, anche di quelle più competitive, per attirare capitali
e investimenti dall'estero. Per contenere il danno sociale che conseguirebbe
alla dismissione (la disoccupazione è al 27 per cento) il sindacato ha
richiesto almeno la predisposizione di adeguati ammortizzatori e l'aumento dei
minimi salariali, dagli attuali 8 mila dinari mensili (pari a circa 104 euro) a
20 mila.
INDONESIA. Da quasi un anno, 368 dipendenti della Honda Prospect
Indonesia sono in attesa di essere reintegrati, dopo la sospensione per uno
sciopero, secondo l'azienda, illegale. In questi giorni la Federazione
internazionale dei metalmeccanici (Fim) sta raccogliendo adesioni tra le sigle
affiliate di tutto il mondo per fare pressione sulla direzione Honda, affinché
riprendano le trattative e a ogni lavoratore sia restituito lo stipendio
arretrato e il posto. Nel marzo del 2002, i negoziati per gli aumenti erano
arrivati a un punto morto e si giunse allo sciopero, previsto dalla legge
indonesiana. La commissione sulle dispute del lavoro di Jakarta ha dichiarato
l'azione di protesa perfettamente legale, ordinando il reinserimento dei
sospesi.
CANADA. I sindacati dei metalmeccanici canadesi sono molto preoccupati
per la chiusura progressiva degli stabilimenti d'auto, un'industria che finora
ha reso il paese uno dei 10 maggiori produttori di veicoli al mondo. Il
segretario generale del Canadian auto workers, Buzz Hargrove, martedì ha
rivolto un appello al governo centrale e a quelli regionali affinché
intervengano per attirare più investimenti. Dal 1990, di 17 nuovi stabilimenti
creati in Nord America, solo uno appartiene al Canada, 10 agli Stati uniti e 6
al Messico. Le prossime chiusure annunciate sono quelle della Daimler Chrysler
di Windsor e della Ford di Oakville. La Chrysler è in trattativa con
l'amministrazione dell'Ontario per la costruzione di un nuovo impianto
multimiliardario nel 2005.
Il governo torna a mostrare gli artigli sull'articolo 18, e rilancia con forza il patto per l'Italia, che ne prevede la sospensione per tre anni nelle imprese che assumendo superino la soglia dei 15 dipendenti. Dice il sottosegretario al welfare Sacconi: "La questione articolo 18 è chiusa con il patto per l'Italia e non intendiamo riaprirla, neanche se prevarranno i no al referendum". La discussione sull'848 bis, il provvedimento che riguarda proprio l'articolo 18, partirà entro dieci giorni e l'esecutivo punta all'approvazione definitiva entro luglio. L'848 bis contiene anche la riforma degli ammortizzatori e la proroga della mobilità lunga per gli operai della Fiat. Bisogna augurarsi che questa nuova uscita del governo rialimenterà le lotte già avviate contro la prima delega, e richiamerà prepotentemente in campo chi si è battuto contro la modifica dell'articolo 18. E spingendo la CGIL a chiarire la sua posizione sul referendum: lo stesso Epifani ha detto che "la Cgil non può stare con chi vota no". Paolo Patta, della minoranza Cgil Lavoro Società e tra i promotori del referendum per l'estensione dell'articolo 18, dice che proprio la vittoria del sì potrebbe bloccare i progetti del governo. Gigi Malabarba, senatore del Prc, dice che prima del referendum non è possibile che Ciampi promulghi una legge che va contro il quesito, ma che il rischio che la legge venga approvata si profilerà dopo il voto: "E' dunque fondamentale che tutta la sinistra si impegni per fare vincere il sì, questo attacco ai diritti può servire proprio per ricompattare il fronte che l'anno scorso si è battuto in difesa dell'articolo 18".
La compagnia greca Ote Telecoms ha annunciato ieri la sua intenzione di tagliare 9.000 posti di lavoro nel principale operatore telefonico della Romania. La società aveva preso il controllo di Romtelecom meno di una settimana fa sborsando 243 milioni di dollari, che le avevano consentito di aumentare la sua quota da un terzo al 54%. Ote è una proprietà statale e Romtelecom è il suo più grande singolo investimento all'estero. Già l'anno scorso la scure si era abbattuta su Romtelecom, tagliando via 8.500 posti di lavoro. La Romania, dove solo il 18% della popolazione ha un telefono fisso, viene vista come una terra di conquista assai redditizia dalla società greca, che sta dominando la ristrutturazione dei servizi telecom nei Balcani con acquisizioni totali di 1,4 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni.
Trasferimento di una linea di produzione in Slovacchia, terziarizzazione del Commerciale, licenziamento per 520 lavoratori su 1350. Questo il piano industriale presentato dalla Embraco - società controllata attraverso BrasMotor dalla Whirpool - e condiviso da Fim e Uilm. Un piano che secondo la Fiom dopo il forte ridimensionamento nasconde la futura chiusura dello stabilimento scaricando in questo modo sui lavoratori scelte sbagliate della dirigenza. Così il sindacato ha deciso - se non dovessero arrivare novità sulla vertenza - oltre alle forme tradizionali di lotta di costituire un comitato per il boicottaggio dei prodotti Whirpool.
Sono mesi che MercatoneUno non si presenta alle convocazioni del ministero del lavoro sottraendosi al confronto con il sindacato. Cgil, Cisl e Uil denunciano la dirigenza della catena di negozi d'arredamento (80 punti vendita in Italia) per numerose violazioni nei rapporti con lavoratori e sindacati. Specie per quanto riguarda la sorveglianza dei dipendenti con telecamere senza autorizzazione e contro le normative vigenti. MercatoneUno spa pretende di non avere nulla a che fare con la catena delle 50 srl che gestiscono uno o al massimo due negozi. I sindacati non mollano e chiedono un incontro con tutte e tre le divisioni ministeriali che hanno competenza in materia.
Cristiano Traini, un giovane frigorista meccanico di 26 anni ha perso la vita in uno stabilimento di Porto d'Ascoli. L'uomo stava effettuando la manutenzione agli impianti dell'azienda ortofrutticola dove lavorava, quando è rimasto schiacciato dal rullo compressore che trasporta gli alimenti destinati alla commercializzazione.
Contro il nuovo piano d'impresa che renderà ancora più complicata la possibilità d'intervenire per correggere una tendenza che ha il solo scopo di deindustrializzare l'azienda, con il rischio di una deriva analoga a quella di altri complessi industriali del nostro paese, Fiat in testa: queste le motivazioni con cui sindacati confederali del gruppo Enel hanno deciso quattro ore di sciopero per venerdì 7. Lo stop nelle centrali elettriche, invece è iniziato lunedì e proseguirà secondo un calendario di distacchi giornalieri fino al 19 febbraio.
Contro la precarietà delle condizioni dei lavoratori del Terzo settore, gli operatori sociali napoletani hanno organizzato un sit-in di protesta giovedì mattina davanti il comune. Agli enti locali chiedono regolarità delle retribuzioni, pianificazione di servizi duraturi nel tempo e incremento della spesa sociale comunale.
Il governo ha ottenuto ieri l'approvazione definitiva della delega 848 sul mercato del lavoro: adesso mancano solo i decreti attuativi per aprire la fiera delle precarietà. Il 18 febbraio prenderà il via, alla commissione lavoro del Senato, l'iter parlamentare della delega 848bis, cioè l'abbattimento - per i prossimi tre anni "solo" sperimentale e limitato ad alcune tipologie di imprese - dell'articolo 18. Il governo ha detto sì al lavoro a chiamata, alla flessibilizzazione del part time, allo staff leasing (affitto a vita di interi reparti di produzione da aziende specializzate); il collocamento potrà essere fatto anche da soggetti privati, comprese le agenzie di lavoro interinale, i consulenti del lavoro e le università; il ruolo del sindacato viene snaturato: gli enti bilaterali azienda-sindacato certificheranno i rapporti di lavoro e potranno selezionare il personale, dando il via in questo modo a una commistione di interessi che annullerà il conflitto. Il cocktail formato da questa delega, l'848bis e quella già approvata che riforma la legge 223/91 sui licenziamenti collettivi è davvero micidiale: si dà il via ai licenziamenti liberi e un domani, a seconda di come sarà disegnato il decreto attuativo, si potranno fare licenziamenti collettivi senza giustificarli più neppure con piani industriali dettagliati. Va ricordato che questa legge delega è stata passata sotto silenzio anche dalla maggior parte delle forze sindacali di base oltre che da quelle confederali e che solo la spinta di alcuni gruupi di lavoratori autorganizzati ha portato a un pur simbolico sit-in sotto il Senato il giorno 5.
Nelle grandi imprese (quelle con oltre 500 dipendenti e che in totale occupano il 21% dei dipendenti dell'industria e il 29% nei servizi) seguita a diminuire l'occupazione: in novembre i dipendenti dell'industria (al netto della cig) erano il 3,9% in meno rispetto al novembre del 2002, mentre nei servizi la flessione su base annua è dello 0,4%. Dal 1995, anno di inizio della rilevazione, l'occupazione nelle grandi industrie è diminuita del 17%. Secondo l'Istat in un solo anno l'occupazione è diminuita di 29mila unità. Rispetto al novembre 2001 è invece aumentata al 4,5% l'incidenza delle ore di straordinario, a conferma della tendenza degli industriali di occupare meno lavoratori, ma farli lavorare di più.
Con l'accusa di sabotaggio, il governo venezuelano ha licenziato circa 6.000 lavoratori della compagnia petrolifera Pdvsa, colpevoli di avere sabotato la produzione durante i due mesi di sciopero. L'adesione dei manager e dei tecnici al "paro" ha infatti provocato una caduta del 50% della produzione di petrolio e ricadute notevoli sulle entrate del paese. Il presidente Chavez è dovuto ricorrere all'esercito per riattivare gli impianti della Pdsva - che erano stati in parte manomessi dagli scioperanti - ed in parte è riuscito all'inizio di febbraio a riportare l'estrazione del greggio a un 1,8 milioni di barili al giorno. Il vicepresidente Josè Vicente Rangel ha scartato l'ipotesi che il governo possa ridare l'impiego a questi impiegati. Mentre l'Unapetrol, il sindacato di categoria, ha presentato una formale protesta davanti all'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) contro Chavez, per avere attentato alla libertà sindacale così come è riconosciuta nella costituzione del paese. Il ministro del lavoro Maria Cristina Iglesias, ieri , ha dichiarato che le sono pervenute più di tremila denunce contro le imprese che hanno sistematicamente violato i diritti dei lavoratori.
Terzo incidente mortale su lavoro in Toscana nell'ultima settimana. Marco Carletti, 36 anni, è stato travolto da un enorme blocco di roccia che si è staccata da una cava di travertino a San Casciano dei Bagni, in provincia di Siena.
Una presenza consolidata e su cui poggia il futuro stesso dell'agricoltura italiana. E, in questo caso, l'Italia parla europeo. I dati diramati ieri dall'Osservatorio sui lavoratori extracomunitari dell'Inps, non lasciano dubbi: i lavoratori extracomunitari stagionali regolarmente impegnati nelle imprese agricole europee sono oltre 520 mila su un totale di 4 milioni e 600 mila. Ovvero, più di un lavoratore stagionale agricolo su 10, nell'Unione, è straniero e il loro apporto, in Italia, è cresciuto del 15% negli ultimi anni diventando una risorsa irrinunciabile. La maggiore presenza si è registrata in Germania, con 250 mila presenza, 120 mila in Grecia mentre al terzo posto, quest'anno, si colloca l'Italia con 80 mila lavoratori (quasi uno su dieci). Le regioni italiane che maggiormente beneficiano dell'apporto degli stranieri sono quelle del nord - Trentino, con il 27%, Emilia Romagna, con il 12,7% e Veneto, con il 10% - ma anche la Sicilia segna un 8,3%. Non mancano i casi di imprenditori italiani che, non avendo figli a cui affidare l'impresa, scelgono di far continuare l'attività ai loro lavoratori stranieri. Certo, l'ingresso degli agricoltori immigrati - almeno in Italia - è ancora quasi sempre a carattere stagionale, quindi precario, e va sottolineato come i recenti decreti flussi abbiano privilegiato questo strumento, a scapito di forme di impiego più durature. Con il tempo, circa un 10% dei rapporti di lavoro si trasforma in contratti a tempo indeterminato. Parlando di agricoltura e stranieri non si può tacere sulla permanenza di larghe fasce di lavoro al nero, spesso gestite da organizzazioni criminali. Da una ricerca condotta dal Censis nel 2001 a Caserta, Rimini e Trento è emerso che, nella media delle tre aree, il 39,6% degli stranieri lavorava senza contratto, il 32,8% con un contratto, mentre il 10,4% era in corso di regolarizzazione.
Hanno accolto il vicepresidente del senato Domenico Fisichella stesi a terra nell'ingresso dell'Isae. Così i dipendenti dell'Istituto di ricerca hanno protestato - in occasione della presentazione del rapporto annuale sul federalismo - contro l'immotivato ritardo nell'emanazione dei bandi di concorso previsti dal contratto nazionale di lavoro e per la non applicazione degli accordi sottoscritti con i sindacati. Da mercoledì, comunque, i dipendenti sono in stato di agitazione permanente.
Un centinaio di operatori sociali hanno manifestato davanti la sede del comune di Napoli per protestare contro le condizioni di precarietà lavorativa in cui versano. La categoria che interviene nel disagio sociale - si legge in una nota del collettivo degli operatori napoletani - è costretta a vivere con stipendi bassi e inadeguati, troppo spesso pagati con mesi di ritardo, ed è soggetta ad un'alta flessibilità e mobilità lavorativa. I manifestanti chiedono quindi un immediato tavolo di confronto con il comune per la pianificazione di servizi e per l'incremento della spesa sociale sul territorio.
I lavoratori di Altoprofilo, la web-agency milanese di Gian Luca Bragiotti hanno scioperato ieri in segno di protesta per la chiusura dell'azienda e la perdita del proprio posto di lavoro. L'Altoprofilo è stata infatti messa in liquidazione. Nella proprietà figurano anche gruppi come Pirelli, Benetton, IntesaBci e Mediobanca.
Oltre duecento lavoratori hanno presidiato la sede del cda della Cirio. I dipendenti preoccupati per la crisi del gruppo e per la possibilità di perdere il posto di lavoro d'accordo con il sindacato hanno anche scioperato per quattro ore.
Sul baco da seta l'Italia ha costruito un impero tessile finché allevare bachi da seta non è diventato molto oneroso. La produzione massiccia della seta è pertanto diventata patrimonio soprattutto di due paesi: Cina e India, che possono vantare un prodotto che non ha nulla di artificiale se non la maniera assai innaturale con la quale i bachi vengono ingozzati per filare il bozzolo. Ma quanto costa in realtà la seta asiatica? Come viene prodotta, da chi e a che costo sociale? Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto di un'ottantina di pagine sulle condizioni di lavoro dei bambini indiani, tra i principali operai degli opifici del Karanataka, del Tamil Nadu o dell'Uttar Pradesh che costituiscono il cuore del silk business indiano. Il titolo fa riferimento non esattamente al termine "schiavi" ma per un suo equivalente: una sorta di prigionia per debiti, un vincolo spesso difficile da sciogliere e che, ancora una volta, ha per oggetto i bambini. Il fenomeno non è marginale. Secondo il rapporto, nonostante l'India abbia buone leggi e si sia fatta carico del problema del lavoro minorile, il governo di Delhi non fa abbastanza. Le sue campagne contro il lavoro forzato dei minori hanno raggiunto fabbriche importanti come quelle dei tappeti o dei beedi (sigarettine che richiedono, come per la seta, abili manine) ma le migliaia di fabbriche e fabbrichette sfuggono al messaggio e ai controlli. Le condizioni sono spesso terribili: bambini che possono anche avere solo 5 anni, lavorano 12 o più ore al giorno per sei ma anche sette giorni alla settimana. Niente scuola per questi piccoli operai, che si ritrovano, alla fine della loro carriera, ad essere adulti ignoranti e impoveriti, spesso colpiti duramente nel fisico da un lavoro che impone loro di infilare le dita nell'acqua bollente (sistema usato per uccidere il baco prima che diventi farfalla e distrugga il bozzolo, vanificando il lavoro per cui è stato allevato). Maneggiare questi vermi, spesso in condizioni igieniche tremende, comporta malattie che si sommano all'esposizione ai vapori e agli effluvi dei macchinari delle fabbriche di seta. A monte c'è ovviamente anche un problema sociale e politico. Esiste infatti uno stretto legame tra lavoro forzato e caste, la divisione sociale che separa rigidamente gli appartenenti ai diversi gradini dell'ordine sociale. La maggior parte di questi piccoli schiavi appartiene ai dalit, così in basso nella gerarchia sociale da essere chiamati fuori casta.
Diminuisce la disoccupazione, a gennaio, negli Stati uniti. Secondo i dati pubblicati dal Dipartimento al lavoro, il numero dei disoccupati è diminuito dal 6%, registrato a dicembre, al 5,7%. Il miglior risultato degli ultimi mesi. I nuovi occupati sono circa 143 mila unità, il doppio di quanto si aspettassero gli analisti. Soprattutto, c'è stato un recupero significativo rispetto alla perdita dei posti di lavoro calcolata a fine anno, quando erano state licenziate 156 mila persone. Due anni fa - più precisamente a marzo del 2000 - l'industria e il settore dei servizi, hanno iniziato a licenziare. Ma, il momento più critico per l'occupazione è venuto con l'avvento della recessione a marzo del 2002 e, subito dopo, l'attacco alle Torri Gemelle l'11 settembre. Allo stato attuale, 8,3 milioni di statunitensi risultano senza lavoro contro gli 8,7 milioni calcolati a dicembre e circa 1,7 milioni di disoccupati sono lavoratori marginali che aspettano più di dodici mesi per trovare un posto stabile.
I disoccupati del coordinamento di Acerra, esasperati dal tira e molla delle istituzioni locali sulle possibilità di accesso ai corsi professionali regionali, hanno bloccato ieri i binari, isolando per tutta la giornata la stazione di piazza Garibaldi. Fino a sera nessun treno è riuscito a partire o arrivare, fermi anche i convogli a lunga percorrenza. L'emergenza ha costretto TrenItalia a dirottare il traffico ferroviario sulla stazione di Villa Literno, con metro e bus che hanno fatto la spola traghettando i viaggiatori. Sono mesi che i disoccupati chiedono un incontro con il sottosegretario al lavoro Viespoli per una verifica sui criteri d'accesso ai tremila posti per i senza lavoro ultratrentacinquenni dell'intesa siglata tra governo, regione Campania e provincia di Napoli il 23 luglio scorso. Un protocollo che ha stanziato 15 milioni di euro di incentivi per le imprese che li assumeranno. Così ieri in città è scoppiato il caos con proteste a macchia di leopardo. Per cinque ore il traffico del centro storico è andato in tilt.
La Marzotto di Manerbio cessa l'attività e licenzia 270 lavoratori. La Filtea Cgil non ha sottoscritto l'accordo che sancisce la chiusura dello stabilimento, firmato invece dai tessili di Cisl e Uil. Non condivide il cosiddetto piano industriale della Marzotto e ritiene che l'intesa non fornisca certezze sulla durata della cassa integrazione straordinaria. La certezza, semmai, è che la cigs sarà trasformata ben presto in mobilità. Secondo la Filtea, la chiusura disattende l'accordo del 2000 che impegnava la Marzotto a fare dello stabilimento di Manerbio la più importante tessitura laniera d'Europa. La produzione sarà trasferita in qualche paese dell'Est dove il costo del lavoro è da 5 a 10 volte inferiore.
Per i confederali dell'isola lo sciopero è stato un banco di prova. Adesso si guarda alle prossime battaglie unitarie. Nella Cgil c'è chi pensa ad uno sciopero generale di tutti i lavoratori contro il governo di centro destra della Regione che si accinge a varare una legge finanziaria che sta creando malumori persino nella stessa Casa delle libertà. Prima però potrebbero fermarsi i lavoratori della sanità. In casa Cisl non erano pochi quelli che temevano di essere sommersi dai fischi dei lavoratori. Non a caso sotto il palco allestito davanti alla presidenza della Regione i colonnelli della Cisl hanno piazzato i propri uomini, con tanto di bandiere per dare il polso della partecipazione. La politica dei governi Berlusconi e Cuffaro è stata il bersaglio principale di Cgil, Cisl e Uil che hanno elencato i punti di crisi dell'industria: la Fiat di Termini Imerese, l'Imesi di Ansaldo-Breda, l'Eni, l'Enel, la Fincantieri, il settore delle installazioni telefoniche, il polo tessile di Riesi, la Italtel, la St Microelectronics. Gli stessi slogan dei lavoratori hanno preso di mira più le istituzioni che gli industriali, la cui unica colpa è di non aver un peso rilevante in Sicilia, dove il rischio desertificazione è determinato dalla fuga dei grandi gruppi più che dalla crisi delle piccole e medie imprese, tradite dal centro destra che ha rimesso mani agli incentivi penalizzando il Mezzogiorno, come nel caso della St di Catania che ha dovuto alzare la voce per ottenere certezze sul credito d'imposta per gli investimenti.
Si sono fronteggiati per quasi un'ora davanti al municipio di Mestre. Da una parte, i lavoratori del Petrolchimico di Porto Marghera in sciopero al termine della manifestazione. Dall'altra, i giovani del centro sociale Rivolta e il comitato che ha promosso la raccolta di firme per il referendum sulla chimica. Urla, spinte, insulti, con la polizia costretta a improvvisare un cordone di sicurezza. Ad un certo punto, è spuntato anche un cappio... su misura di Gianfranco Bettin, prosindaco dei Verdi. A più riprese, la situazione ha rischiato di degenerare. Poi hanno fatto tutti un passo indietro. Appuntamento a giovedì pomeriggio nel capannone del Petrolchimico, dove un'assemblea pubblica rimetterà a confronto sindacato, amministratori, movimento e gruppi ecologisti sul futuro di ciò che resta del polo chimico in laguna. E' una polemica che ha radici ventennali: il diritto alla salute e la difesa del posto di lavoro che non si conciliano all'ombra delle ciminiere di Marghera. Nelle ultime settimane, il confronto ha assunto toni sempre più accesi anche a causa dell'incidente del 28 novembre, quando alla Dow Chemical sono bruciate fra le dieci e le venti tonnellate di peci e per 112 minuti si è sfiorata una catastrofe simile a quella di Bhopal... All'inizio di gennaio, la prima "scintilla" all'assemblea permanente destinata a sfociare nella richiesta di referendum popolare. La replica un paio di settimane fa, in via Ca' Marcello di fronte alla Cgil: un corteo di studenti non risparmia slogan ai sindacalisti della chimica reduci da un incontro in regione. Ieri mattina, l'ultimo episodio. Il corteo del Petrolchimico (duemila lavoratori) si avvia verso il centro di Mestre: sciopero di quattro ore per la difesa dell'occupazione, dopo la chiusura del caprolattame. In piazzale Sicilia, gli operai incontrano il vice-sindaco Michele Mognato dei ds e l'assessore Luciano De Gasperi, accompagnati da funzionari del Comune. Nel corteo si notano anche Bettin e Caccia. La manifestazione ha l'autorizzazione a raggiungere il municipio di Mestre, dove però c'è un banchetto per aggiungere firme alle 3000 già raccolte a sostegno del referendum lanciato dal Comitato cittadino contro il rischio chimico. In piazza Ferretto, inizia il "confronto" fra tute blu e giovani del Rivolta. E quando Bettin scende in strada per controllare la situazione, è accolto da fischi e insulti. Inoltre, dopo 14 mesi dalla sentenza assolutoria di primo grado non è ancora stato fissato a Venezia il maxiprocesso d'appello ai 28 tra dirigenti ed ex dirigenti di Montedison ed Enichem accusati delle morti e delle malattie di centinaia di operai del Petrolchimico di Marghera per avvelenamento da cloruro di vinile monomero (cvm) e per l'inquinamento della laguna.
Centinaia di ricercatori hanno occupato ieri i laboratori del Cnr di Pisa, il più grande d'Italia in cui lavorano 1.300 persone. E' stata una protesta simbolica contro il commissariamento dell'ente e il taglio dei fondi alla ricerca previsto dalla finanziaria. Ricercatori, tecnici e amministrativi hanno sospeso la propria attività e hanno aperto i laboratori alla cittadinanza, per mostrare il lavoro dell'istituto. I ricercatori pisani hanno annunciato per i prossimi giorni proposte di modifica della riforma del ministro Moratti