| venerdi 17 gennaio 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
07-11/01/2003
Sei iscritto a un sindacato non gradito all'azienda? Il tuo premio di
risultato viene sospeso, e nessuno sa quando ti verrà corrisposto. Una media di
1000-1200 euro ciascuno - in alcuni casi anche 2500 euro - che circa mille dei
3500 dipendenti Enav non hanno trovato nell'ultima busta paga. Anpcat, Licta,
Cila Av, Cisal Av e Ugl non hanno firmato l'accordo del 7 dicembre scorso che
stabilisce le nuove turnazioni, "e quindi - scrive l'azienda in una lettera
al personale - non appare congruo che, pur con la loro scelta di
deresponsabilizzarsi, colgano comunque i benefici derivanti dall'accordo".
E' in atto una vera e propria discriminazione nei confronti degli iscritti ai
sindacati più critici. Le nuove turnazioni concordate varranno per tutti i
dipendenti, ma il premio di risultato verrà dato soltanto agli iscritti ai
sindacati firmatari e a quelli che non aderiscono a nessuna organizzazione. Il
messaggio è chiaramente intimidatorio: "potremmo colpirvi anche in
futuro". I sindacati discriminati chiedono l'annullamento dell'accordo,
dato che i sindacati che hanno firmato rappresentano soltanto il 30% del
personale. Tra di loro ci sono anche Cgil, Cisl e Uil, che comunque hanno
dimostrato solidarietà sull'episodio di discriminazione: molti loro iscritti
partecipano alle proteste attuate in questi giorni, che consistono
nell'applicazione alla lettera dei regolamenti.
Perché le cinque organizzazioni sindacali si sono rifiutate di firmare
l'accordo? Il contratto nazionale, scaduto il 31 dicembre 2001 e non ancora
rinnovato, prevede 130 ore mensili di lavoro per addetto, che non devono
superare le 152 inclusi gli straordinari. Un tetto che da tempo l'azienda vuole
abbattere, dato che in realtà se ne fanno molte di più: troppi straordinari
significano minore qualità del lavoro e dunque minore sicurezza del sistema,
dato il delicato ruolo svolto dai controllori di volo. La soluzione alternativa,
realizzata con l'accordo, è stata quella di ridurre il personale nei centri
radar, da 4 a 3 persone: sono state così cancellate "per magia" le
carenze di organico, e dunque il ricorso massiccio agli straordinari. Inoltre il
contrasto è anche in tema di assunzioni: da quest'anno i nuovi assunti - e si
parla già di 250 controllori - subiranno una notevole riduzione di stipendio
rispetto a quanto previsto dal contratto collettivo.
In una giornata quasi trionfale per Wall Street, non tutti i titoli hanno goduto. At&t, che aveva annunciato il taglio di 3.500 posti di lavoro e costi di ristrutturazione per 240 milioni di dollari nel corso del quarto trimestre dell'esercizio fiscale (che terminera' a fine marzo). Motorola potrebbe invece approfittare del giudizio favorevole degli analisti di Merrill Lynch, che ha aumentatole previsioni sugli utili trimestrali del gruppo. La maggior parte degli "esuberi" dovrebbe aver luogo nel corso di quest'anno.
PAKISTAN.
Nuova denuncia alla Nestlé, questa volta per lo sfruttamento degli allevatori
pachistani. L'associazione dei consumatori Lok Sujag ha presentato, alla fine di
dicembre, i risultati di una ricerca sul settore caseario nella regione del
Punjab, rivelando che la multinazionale alimentare compra latte dagli allevatori
sotto costo e poi lo rivende ai prezzi gonfiati dall'inflazione, con profitti
che superano il 200%. Grazie a una fitta rete d'intermediari, la Nestlé paga in
contanti il latte a prezzi inferiori ai costi di produzione, innescando un ciclo
d'impoverimento, di bassi investimenti nell'industria casearia e, perciò, di
dipendenza dai grandi gruppi. Gli allevatori vendono due litri di latte intero a
21,5 rupie (circa 30 centesimi), mentre i consumatori ne spendono da 68 a 92 per
la stessa quantità. A conferma dell'arroganza di cui viene accusata, la Nestlé,
tramite il portavoce Francois Perroud, ha risposto definendo i dati contenuti
nel rapporto "escrementi bovini".
KENYA.
Stop alle importazioni di farina, zucchero e riso. Lo hanno chiesto la scorsa
settimana gli agricoltori kenioti al nuovo governo del National rainbow
coalition (Narc) per salvare il settore dalla crisi. I rappresentanti dei
produttori cerealicoli di Uasin Gishu accusano l'esecutivo precedente (Kanu) di
avere liberalizzato il mercato in modo eccessivo, causando un crollo generale
dei prezzi e l'impoverimento dei coltivatori. Lo stesso denunciano gli
agricoltori delle regioni occidentali per l'importazione di zucchero raffinato
in migliaia di tonnellate dai paesi aderenti al Comesa, mercato comune
dell'Africa orientale e meridionale, come Zimbawe, Zambia, Sudan, Malawi e
Sudafrica. Su queste importazioni, il governo ha imposto finora il 18 % di
valore aggiunto e il 7 % per l'authority di settore. Da quando il Kenya è
entrato a far parte del Comesa, nel 2001, la caduta delle vendite dei prodotti
locali nel mercato interno ha portato, infatti, a un aumento generale della
disoccupazione.
PANAMA.
La divisione panamense della Chiquita brands international non conviene più e
va chiusa. I dirigenti della multinazionale hanno annunciato nei giorni scorsi
che la produzione della filiale Puerto Armuelles fruit verrà interrotta perché
avrebbe perso circa 90 milioni di dollari negli ultimi sei anni. La Armuelles
impiega 3.200 lavoratori provenienti dalla costa panamense sul Pacifico e
rappresenta un terzo della produzione totale Chiquita nel paese. Il gruppo
alimentare è presente da oltre un secolo nel piccolo stato dell'America
centrale e oggi controlla l'89% dell'esportazione di prodotti ortofrutticoli. La
decisione della multinazionale ha trovato l'opposizione forte del sindacato
Sitrachilco. La Chiquita avrebbe anche proposto ai lavoratori di rilevare la
società locale organizzandosi in forma di cooperativa, così da togliersi ogni
responsabilità, ma il Sitrachilco ha detto no anche a questa ipotesi.
Nell'ultimo anno, non sembra che l'andamento della produzione sia stato così
rovinoso da motivare una chiusura, mentre è noto che la Armuelles ha dovuto
affrontare, perdendole, varie vertenze per accuse di pratiche antisindacali.
COLOMBIA.
Da quest'anno, vaste azioni di protesta contrasteranno la politica antisindacale
della Coca Cola in Sudamerica. Al Forum sociale Latinoamericano di dicembre, a
Bogotà, i sindacati e i gruppi del movimento hanno deciso di reagire alla
violazione dei diritti umani e del lavoro praticata, in modo più o meno
diretto, dal colosso americano. Per il 24 gennaio, è stato richiesto un
incontro con il presidente della multinazionale, così da presentargli un
rapporto dettagliato. Negli ultimi dieci anni, sono otto i sindacalisti
assassinati dai gruppi paramilitari, due quelli fuggiti per chiedere asilo e 48
i licenziati. Erano tutti attivisti della Panamco, la principale società
imbottigliatrice della Coca Cola per il Sudamerica. Nei giorni scorsi, intanto,
la Panamco ha ceduto alle pressioni del sindacato dei lavoratori alimentari
peruviani sottoscrivendo l'accordo per il rinnovo contrattuale. Lo stesso è
avvenuto in Guatemala, dove la sigla Stecsa ha ottenuto il rispetto delle
proprie condizioni dopo ben 22 mesi di trattative.
I dirigenti dei due principali sindacati confederali - la Unión General de
los Trabajadores (Ugt) e le Comisiones Obreras (Ccoo) - hanno convocato uno
sciopero generale di tutto il settore agricolo per il prossimo 20 febbraio, a
otto mesi esatti da quello che nel giugno scorso paralizzò l'intero paese.
Del decreto che ha portato in piazza quasi mezzo milione di spagnoli, resiste
oggi solo la parte relativa alla riforma del sussidio agrario, che d'ora innanzi
potrà essere richiesto soltanto da coloro che già lo ricevevano prima,
tagliando fuori le nuove generazioni e quelli che prima della suddetta riforma
non presentavano i requisiti necessari.
In pratica, secondo il testo di legge (parzialmente modificato, ma in maniera
giudicata ancora largamente insufficiente dai sindacati), viene abolito il Piano
di impiego rurale (Per), che garantiva un sussidio di 325 euro al mese (fino a
un massimo di sei mesi all'anno) per tutti coloro che potessero dimostrare di
aver accumulato almeno 35 giornate lavorative. Non quindi un semplice sussidio
di disoccupazione, bensì una specie di contributo per sottooccupati, pensato
apposta per una categoria - quella dei cosiddetti "temporeros",
stagionali.
D'ora in poi, per gli stagionali troppo giovani e per quelli che lavorano troppo
poco (tra cui molte donne) scatta invece l'ora della Rai (Rendita attiva di
inserimento), un nome che è già tutto un programma: si tratta di un nuovo tipo
sussidio, più o meno equivalente a quello esistente in precedenza, ma erogato
una tantum per soli sei mesi, durante i quali lo Stato si impegna ad aiutare gli
stagionali a trovare un nuovo impiego e a garantire corsi di formazione per la
loro riconversione.
Lo stato si tiene i soldi dei contributi versati per decenni dai lavoratori in
previsione di momenti di crisi, come quello attuale. Proprio su questo aspetto
fanno leva i sindacati, facendo giustamente rilevare che il "Per" non
era un'elemosina dello Stato, ma un diritto acquisito grazie ai versamenti all'Inem,
più o meno l'equivalente della nostra Inps.
A essere danneggiate da questa riforma saranno soprattutto le regioni autonome
più meridionali (300.000 stagionali in Andalusia, oltre 60.000 in Extremadura).
Per le casse dello stato, invece, è un sospiro di sollievo, anche se l'Inem
rimane uno dei pochi istituti pensionistici europei ancora in attivo. Ma in
questa occasione, più che far quadrare i conti, si trattava di fare la voce
grossa e di non modificare l'ultimo baluardo del disastroso "decretazo".
Ennesimo effetto negativo della finanziaria del governo Berlusconi: hanno perso il posto di lavoro oltre 60 coadiutori del ministero della sanità, tutti veterinari, chimici e farmacisti che operano presso le frontiere per la prevenzione contro la Bse (più noto come morbo della "mucca pazza") e la "Blu Tongue". I loro contratti di collaborazione, scaduti il 31 dicembre 2002, non sono stati rinnovati per il mancato stanziamento delle risorse necessarie a coprire i costi del personale. Questo mentre l'Unione europea chiede un rafforzamento dei controlli delle merci alle frontiere e, recentemente, ha sollecitato l'inserimento di regole più severe sulle importazioni di carne e latticini da paesi terzi. I veterinari, utilizzati per coprire la ormai cronica mancanza di personale specializzato, hanno lavorato per anni con contratti annuali di collaborazione. Con l'attuale finanziaria, il governo invece di stabilizzare il loro rapporto di lavoro decide di non investire più sull'efficienza e la qualità dei controlli alle frontiere.
Dopo la pausa natalizia, ripartono gli scioperi nei trasporti. Dal 10 al 31 gennaio sono tredici gli scioperi nazionali o a rilevanza nazionale. Il 10 gennaio, 8 ore (10-18) di sciopero dei controllori di volo, indette separatamente da Cisal Av e da Licta, Anpcat e Cila Av. Il 17 gennaio, una giornata di sciopero per i ferrovieri degli impianti fissi, con due scioperi separati di Orsa e Fltu Cub. Seguirà lo stop di 24 ore delle ferrovie, proclamato dall'Orsa, dalle 21 di sabato 18 gennaio. Il 21 gennaio, 4 ore (12-16) di piloti e assistenti di volo di tutte le compagnie, proclamate da Filt Cgil, Fit Cisl, Ugl, Anpac, Anpav, Up e, separatamente, da Uilt e Sulta. Il 22 gennaio, 24 ore per i controllori di volo del Cav di Catania (Fit, Uilt, Ugl, Licta, Anpcat e Cila Av). Il 25 gennaio, 4 ore (10-14) del personale Sea e Sea Handling di Malpensa e Linate (Cub trasporti e Slai Cobas). Il 31 gennaio, scioperano dalle 14 alle 18 gli assistenti di volo di Air One (Filt, Fit e Uilt), e otto ore di fermo nei mezzi pubblici (Cnlt, Sin Cobas, Fltu Cub, Slai Cobas e Rdb Cub).
Il produttore taiwanese di elettronica di consumo, Sampo, ha acquistato la maggioranza del pacchetto azionario della tedesca Grundig, evitandole così il fallimento. L'accordo è stato firmato ieri a Monaco ed è chiaramente incentrato proprio sull'operazione di salvataggio. Non è stato reso noto l'importo dell'accordo stesso, ovvero la cifra che Sampo ha pagato per l'acquisto della maggioranza della prestigiosa azienda di elettronica. Specializzata nella produzione di televisioni e autoradio, Grundig ha accusato una perdita di 150 milioni di euro nel 2001, su un fatturato di 1,28 miliardi. In un anno la società tedesca ha tagliato 1.180 posti di lavoro su un'occupazione totale di 6000 persone.
Il presidente Lula da Silva propone un nuovo piano di lotta alla marginalità.
Un progetto per concedere un titolo di proprietà ai favelados (abitanti delle
favelas) delle grandi città brasiliane. La proposta è stata spiegata, per
conto del governo, dal ministro della giustizia Màrcio Thomaz Bastos, che ha
sostenuto che il piano prevederebbe delle gradualità. La prima, un censimento
degli abitanti; la seconda, un riconoscimento legale (o notarile) della proprietà
della terra, della casa e della baracca. Infine, verrà data ai favelados
l'opportunità di potersi recare in banca per richiedere un prestito. Il governo
Lula ha anche previsto uno stanziamento per la realizzazione della prima parte
del progetto che dovrebbe aggirarsi intorno ai 300 milioni di dollari. Che
saranno soprattutto impiegati per censire ed iscrivere legalmente la popolazione
all'anagrafe.
Attualmente, secondo gli ultimi rilevamenti effettuati nel 2000 dall'Istituto
brasiliano di geografia e statistica (Ibgs), i domicili corrispondenti sono
stati contabilizzati in 1.650.548 unità, distribuite in 3.905 raggruppamenti
suburbani (favelas), presenti in quasi tutto il paese. Per una popolazione
complessiva di 6.550.634 brasiliani, di cui la maggior parte risiede nella zona
sud-est del paese. Di un certo rilievo è il dato, sempre fornito dall'Ibgs, che
indica che le favelas in Brasile sono notevolmente aumentate tra il 1991 e il
2000. Sono passate da un numero di 717 a 3.905, per effetto di un impoverimento
generalizzato che riguarda ormai 50 milioni di brasiliani.
La Banca mondiale - attraverso indagini realizzate l'anno passato - ha inoltre
rilevato che circa 2,34 milioni di brasiliani vivono in abitazioni fatiscenti e
improvvisate, fatte di plastica, carta o latta; spesso sotto ponti o in auto
abbandonate. Altri 9 milioni di persone vivono in più di due o tre persone in
abitazioni fatte di una sola stanza. Il fenomeno della marginalità e del
sovrappopolamento suburbano riguarda le più grandi città, Rio de Janeiro, San
Paolo, Belem.
Sciopero da Guinnes dei primati per un operaio torinese. Guido Novello, 54 anni, residente a Settimo Torinese, città di 47 mila abitanti alle porte del capoluogo, rischia di passare alla storia con il soprannome di "Stakhanov al contrario". Invece del celebre minatore russo, indicato come esempio da Stalin per l'aumento della produttività del lavoro, Novello si distingue per il suo incrociare le braccia: a fine 2002, infatti, ha festeggiato due anni esatti di sciopero consecutivo. Già dipendente dell'acciaieria Lucchini di Settimo Torinese, poi diventata Siderpotenza ed ora Ferriere Nord Spa, nel settembre 2000 Novello fu uno dei destinatari dei provvedimenti aziendali di trasferimento allo stabilimento di Potenza. Con altri quaranta colleghi, fece causa alla Siderpotenza, tutelato dalla Cgil. Dopo alterne pronunce giudiziarie ed il trascorrere dei mesi, fuori dallo stabilimento rimasero in cinque. Racconta Novello: "Ad un certo punto, i responsabili della Fiom ci dissero: vi mettiamo in sciopero, così non vi licenziano. Il fatto è che ormai mi sembra che tutti si siano dimenticati della nostra situazione: sia l'azienda che il sindacato. Ho pure perso i contatti con gli altri ex colleghi. Non so se nel frattempo abbiano trovato un'altra sistemazione". E il sindacato se non se n'è dimenticato, certamente se ne sta disinteressando. Alla Camera del lavoro di Settimo Torinese, il responsabile della Cgil, Luigi Paschero, ha detto "come te, ce ne sono tanti altri. Stai tranquillo. E' inutile che vieni qua tutti i momenti". Novello è da due anni senza stipendio e senza la possibilità di iscriversi all'ufficio di collocamento, perché ufficialmente ancora assunto, pur essendo in sciopero da ben due anni! Dal dicembre 2000, puntualmente, ogni mese, al suo domicilio giunge una busta paga per zero euro, spedita per raccomandata dall'ufficio amministrazione dello stabilimento di Potenza. Accanto a ciascun giorno c'è scritto "sciopero".
Non si è chiusa la trattativa per i contratti del pubblico impiego. Governo
federale, Länder e comuni avevano offerto un aumento del 2,2% nel 2003 e
dell'0,6 nel 2004; la confederazione sindacale Ver.di chiedeva il 3%.
Il sindacato deve assicurare l'avvicinamento dei salari dei lavoratori dell'Est
a quelli dell'Ovest (stipendi diversi, ma prezzi delle merci ormai uguali); il
governo ha invece un margine di manovra ristrettissimo e poco tempo a
disposizione. Lunedì scorso la rottura è arrivata dai "datori di
lavoro" (stato federale, regioni e comuni), per bocca del ministro
dell'interno Otto Schily, che ha giudicato "troppo vicina alle richieste
sindacali" la proposta di compromesso avanzata dal mediatore ufficiale,
Hans Koschnick. La confederazione, la sua parte di passi indietro li aveva già
compiuti: accettava infatti di rinunciare a un giorno di ferie e di ritardare
per un anno l'inquadramento "regolare" dei nuovi assunti, nonché di
rinviare al 2007 l'equiparazione salariale tra Est e Ovest. Il governo vorrebbe
invece anche un prolungamento della durata del contratto dai 18 mesi proposti
dal "mediatore", fino a un massimo di 24. Questo consentirebbe di
sbandierare un accordo al di sotto del 3% (in effetti l'aumento medio sarebbe
soltanto del 2%). In caso di mancato accordo 2,8 milioni di lavoratori dei
servizi pubblici sono pronti a fermarsi a tempo indeterminato, come già fecero
nel 1992. Per l'economia tedesca, al limite della crescita zero, equivarrebbe al
precipitare nella seconda recessione in due anni.
Tutto sembrerebbe perciò spingere Schroeder verso un accomodamento. Una
sconfitta alle elezioni regionali significherebbe infatti perdere la maggioranza
al Bundesrat proprio nel periodo in cui, invece, il governo ha necessità di far
passare le linee fondamentali della sua nuova politica economica: un drastico
taglio delle tasse (cui dovrebbero seguire la "riforma" delle pensioni
e quella del welfare) per raggiungere una delle condizioni poste l'altro ieri
dalla Commissione europea, ovvero la riduzione del deficit.
Il ministero del lavoro tedesco ha diffuso i dati sulla disoccupazione in dicembre: 28.000 senza lavoro in più (dopo i 35.000 di novembre), che porta il totale a 4 milioni e 225mila, pari al 10,1% della popolazione attiva. Secondo il capo dell'Ufficio federale del lavoro, Florian Gerster, la situazione potrebbe addirittura peggiorare nei primi sei mesi dell'anno, per poi schiarirsi a partire dalla seconda metà. Tutto dipende, com'è ovvio, dalla "ripresa" sempre evocata e da tre anni rinviata. La "situazione internazionale" - rischio guerra, prezzo del petrolio, flessione dei corsi azionari (-40% per Francoforte nel 2002) - può naturalmente provocare a breve scenari totalmente opposti tra loro.
In un documento dei tre sindacati metalmeccanici, tra l'altro, si chiedeva di
affrontare la crisi Fiat con la cassa integrazione a rotazione e i contratti di
solidarietà, e non con la cig a zero ore e la mobilità, e non con la chiusura
di interi stabilimenti. Ora quell'unità è saltata e il documento unitario è
stato stracciato, in quanto Fim e Uilm hanno deciso di firmare l'accordo con la
Fiat per mettere fuori dalle fabbriche 500 lavoratori, come previsto dal piano
rifiutato, con lo strumento della mobilità - leggi prepensionamenti. Ieri a
Torino si sono firmati i primi protocolli separati alla Magneti Marelli. Lunedì
altre centinaia di espulsioni saranno avallate da Fim e Uilm. La Uilm, che ieri
ha riunito il suo coordinamento nazionale Fiat, lo dice a chiare lettere:
bisogna firmare gli accordi con l'azienda, anche se altro non sono che la
gestione del piano che la stessa Uilm aveva rifiutato. La Fim si nasconde dietro
la volontà dei delegati nelle singole realtà produttive, ai quali però
l'organizzazione chiede di firmare e i delegati firmano. Dal coordinamento
nazionale Fiom del gruppo Fiat, invece, è uscita una decisione opposta, e cioè
la conferma delle posizioni unitarie che rifiutano il piano Fiat-governo, in
particolare la cassa integrazione a zero ore e la mobilità, lunga o breve che
sia.
Il coordinamento Fiom ha deciso di presentare la sua posizione in tutte le sedi,
dal ministero del welfare agli stabilimenti interessati, in cui sarà avanzata
la richiesta di applicazione del piano: cassa integrazione a rotazione, nessuna
chiusura degli stabilimenti, contratti di solidarietà. Per sostenere questa
battaglia i metalmeccanici della Cgil hanno indetto 8 ore di sciopero in tutto
il gruppo Fiat. Saranno scioperi molto articolati, in più giorni, per ottenere
il massimo risultato con il minor sforzo possibile da parte dei lavoratori, il
cui salario è già falcidiato dall'inflazione e dal ritardo nel rinnovo del
contratto. Colpire soprattutto là dove fa più male, e cioè dove si fabbricano
i modelli che tirano o su cui si punta, dalla Punto, alla Multiwagon della
Stilo, ai veicoli commerciali. L'obiettivo è la riapertura del negoziato con
l'azienda, in un momento in cui sindacato e lavoratori sono completamente
esclusi dalle manovre e dalle battaglie tra aspiranti liquidatori
dell'automobile. Chiunque vinca, deve sapere che dovrà fare i conti non solo
con gli americani della Gm e con le banche creditrici, ma anche con i
lavoratori.
All'Alfa Romeo di Arese la lotta contro il piano Fiat, più precisamente contro l'accordo di programma tra la multinazionale torinese e il governo Berlusconi siglato il 5 dicembre a Roma con l'opposizione dei sindacati, riprenderà mercoledì con il blocco di tutte le portinerie (call center compreso). Le Rsu stanno avvisando telefonicamente i mille cassintegrati perché si presentino a dar man forte ai lavoratori che quel giorno sciopereranno. Uno sciopero unitario di confederali e sindacati di base, come unitaria è l'assemblea generale convocata per lunedì. Lì si vedrà se la spaccatura a livello nazionale tra la Fiom da una parte e la Fim e la Uilm dall'altra sulla gestione della mobilità avrà ripercussioni anche ad Arese. Le voci su cordate e contropiani per "salvare" la Fiat lasciano tiepidi gli aresini.
Fiat Avio, uno dei gioielli di famiglia del Lingotto, entra in crisi. Nella
giornata di ieri, infatti, i lavoratori che costruiscono per Agnelli componenti
di aeroplani ed elicotteri hanno scioperato un'ora prima di ogni inizio turno,
raccogliendo le forze necessarie anche per organizzare un corteo all'interno
dello stabilimento di via Nizza. Alta, oltre al 90%, l'adesione allo sciopero.
La protesta è stata decisa al termine dell'assemblea con i lavoratori promossa
unitariamente da Fim, Fiom e Uilm contro l'indisponibilità dell'azienda a
mettere in cassa integrazione a rotazione i lavoratori durante il periodo di
trasferimento delle linee da Torino a Rivalta. Una soluzione, quest'ultima,
decisa da tempo in ossequio alle trasformazioni urbanistiche che il capoluogo
piemontese subirà in questi anni per poter ospitare le Olimpiadi invernali del
2006. Nell'area in questione vedrà la luce un nuovo palaghiaccio. Fiat Avio a
Torino conta quasi 2.000 addetti, che adesso vedono messo a rischio il proprio
futuro occupazionale. L'azienda ha annunciato ai sindacati un calo del 27% della
produzione nel 2003, cercando di fornire delle rassicurazioni sulle prospettive
del gruppo. Non è credibile però che, dopo aver fatto numerosi sabati di
straordinario, dalla Fiom né condivisi né sottoscritti, ora Fiat Avio rifiuti
di gestire il calo dei volumi produttivi con strumenti ordinari. Il rischio è
che diventi consuetudine utilizzare meccanismi che prevedono, alla fine del
percorso, solo la mobilità.
Il rifiuto ad attuare la rotazione dei lavoratori nasconde problemi ben più
gravi. La deduzione più logica è che anche all'Avio si preparano
licenziamenti. Bene hanno fatto i lavoratori a rispondere subito con lo sciopero
e i cortei interni.
L'anno economico americano appena concluso ha lasciato sul terreno ben
101.000 nuovi disoccupati nel solo mese di dicembre. Se si tiene presente che
gli analisti si attendevano invece un crescita dell'occupazione di 20.000 unità,
si ha la dimensione approssimativamente esatta dello sconquasso che sta montando
nel mercato del lavoro Usa. Il tasso di disoccupazione non è per il momento
cambiato (è sempre al 6%, ma occorre sapere che i criteri statistici yankee
sono di manica molto larga, visto che considerano "occupato" anche chi
ha svolto nel mese un lavoretto saltuario), ma è il più alto degli ultimi
anni. Per di più, mentre il Dipartimento del lavoro rendeva nota questa
notizia, JC Penney - la seconda catena di grandi magazzini d'America -
comunicava il licenziamento di 2.300 dipendenti. Solo due giorni fa l'Alcoa ne
aveva annunciati 8.000 e Cigna (assicurazioni) altri 3.900.
La gravità della situazione è d'altro canto testimoniata dalle incertezze sul
bilancio dello stato della California. Ci si attende che alzi le tasse mentre
calano quelle federali; ma il governatore Gray Davis non si è ancora mosso, un
po' perché aspetta di sapere quanto degli aiuti ai singoli stati previsti nel
"pacchetto" di Bush finirà nelle esauste casse del Golden state, un
po' per la difficoltà di mettere insieme la maggioranza dei due terzi richiesta
per l'approvazione del bilancio. La spesa statale californiana - tempio della
new economy - si era allargata negli scorsi anni grazie proprio alle entrate
garantite dalla tassazione sui dividendi (17 miliardi di dollari nel solo 2000);
scoppiata la bolla e la borsa sono rimaste le spese, ma senza più copertura. Il
piano Bush, da questo punto di vista, stronca qualsiasi speranza di rimettere a
posto i conti, anche quando (e se) l'economia locale riprenderà a correre.
Nel frattempo Bush non perde occasione di dichiarare guerra alle organizzazioni
dei lavoratori. Giovedì l'ente federale della sicurezza dei voli ha stabilito
che gli addetti alla sicurezza negli aeroporti - al controllo merci e passeggeri
- non hanno più il diritto di condurre contrrattazioni collettive sulle
condizioni di lavoro e sul salario: "Un mandato collettivo non è
compatibile con la flessibilità necessaria a condurre la guerra contro il
terrorismo". E' un'altra mossa di quella che il senatore democratico del
Nevada, Harry Reid, ha candidamente definito - in diretta tv - "una guerra
di classe".
BOSNIA.
L'Alleanza dei sindacati bosniaci ha definito "quantomeno irritante"
la decisione dei parlamentari neoeletti di aumentarsi subito gli stipendi,
quando ci sono lavoratori che non vengono pagati da mesi. L'aumento del salario
medio dovrebbe essere la prima preoccupazione, visto gli stipendi dei politici
raggiungono i 3.000 marchi convertibili, pari a circa 1.500 euro, mentre il
salario medio di un operaio supera di poco i 200. Alla fine di dicembre, oltre
duemila persone hanno scioperato e manifestato nella città di Banja Luka per
chiedere gli arretrati di 4 mesi e l'aumento generale del 20%. Le paghe sono
ferme da quattro anni. La crisi economica fa della Federazione di
Bosnia-Erzegovina lo stato europeo con il Pil più basso, dove la disoccupazione
raggiunge il 40%.
UCRAINA.
Dopo mesi di manifestazioni e proteste di migliaia di lavoratori, il parlamento
ucraino ha approvato una nuova finanziaria che porterà aumenti ai dipendenti
statali e l'innalzamento generale dei minimi salariali. Presentato dal
presidente Leonid Kuchma, il nuovo piano economico destinerà 2 milioni di
grivne, circa 370 milioni di euro, a maggiorazioni salariali del 28%, facendo
passare i minimi da 185 grivne, circa 34 euro, a 237. L'economia ucraina,
strettamente legata a quella russa, è in lenta ripresa ma sono ancora troppe
(29%) le persone che vivono sotto la soglia di povertà.
NIGERIA.
Il Nigerian Labour Congress (Nlc) ha dato al governo un avvertimento chiaro
questa settimana: se l'aumento generale dei salari del 12,5% non sarà rivisto,
come promesso lo scorso ottobre, partirà presto una nuova azione industriale in
tutto il paese. Il presidente Obasanjo non vuole concedere più di quella cifra,
nonostante gli accordi già sottoscritti con la confederazione del lavoro e i
visibili incrementi del costo della vita. Il segretario generale del Nlc, John
Odah, ha incontrato ad Abuja rappresentanti del governo federale e il ministro
del lavoro per discutere della politica dei redditi e anche a loro ha detto che
non farà sconti.
INDONESIA.
Le organizzazioni sindacali parlano di 25 mila persone solo a Jakarta e circa
100 mila nel resto del paese. È prevista per giovedì prossimo la grande
manifestazione contro l'aumento dei prezzi dei carburanti, dell'elettricità e
delle tariffe telefoniche, a fronte dei modesti incrementi salariali offerti dal
governo e dalle imprese. Secondo gli analisti, le maggiorazioni dello stipendio
medio del 7% e pari a 631,500 rupie mensili, circa 70 euro, sono comunque
inferiori al costo della vita già cresciuto del 16% nell'ultimo anno. Da alcuni
giorni, nelle strade di Jakarta si susseguono gli scontri tra la polizia e i
lavoratori che chiedono le dimissioni della presidente Megawati Soukarnoputri,
se non si deciderà a bloccare i rincari e adeguare i minimi al carovita,
insostenibile per moltissimi indonesiani. I sindacati più forti, come l'Indonesian
prosperity union e il National front coglieranno l'occasione della
manifestazione per contrastare anche i progetti di privatizzazione, parte delle
riforme suggerite al governo dal Fmi.
Anche i mille operai General Electric di Youngstown, in Ohio, hanno fatto sapere che si uniranno ai 14 mila in sciopero per 48 ore, da martedì, in tutto il paese. Il gruppo industriale ha deciso che da quest'anno saranno i lavoratori a pagare per i contributi sanitari, perché il costo sarebbe diventato insostenibile per l'azienda. Secondo i sindacati, alle buste paga verrebbero detratti dai 600 ai 700 dollari l'anno, ma i dirigenti della GE insistono che la cifra è solo di 200 dollari. L'azione è particolarmente significativa per il colosso elettronico del Connecticut perché si tratta del primo blocco industriale degli ultimi 30 anni. La determinazione degli operai intanto cresce: Anche se trasferiranno i nostri posti in Messico e all'estero, vogliamo far sapere che il sindacato conta ancora molto qui» ha dichiarato Janet Bernard, presidente degli elettrici dell'Ohio.
Per i sindacati non è stato un trionfo. A conti fatti, gli impiegati dello
stato, delle regioni e dei comuni avranno poco più del tasso di inflazione,
stimato per il 2002 all'1,3 per cento. Ma il contratto, siglato poco dopo la
mezzanotte di giovedì, segna almeno una tenuta del fronte sindacale su un punto
decisivo: se le casse pubbliche sono vuote non è accettabile la pretesa di
tappare i buchi unilateralmente a spese dei salari. Ver.di (la sigla sta per
Vereinigte Dienstleistungsgewerkschaft, sindacato unificato dei servizi) si è
rifiutato di fare da agnello sacrificale. Ha replicato che i soldi mancano perché
il governo Schröder ha regalato alle società per azioni 23 miliardi di euro
(di tanto è diminuito il gettito dell'imposta sui profitti nel 2002) e rinuncia
ai 5-6 miliardi che si potrebbero incassare con una modesta imposta
patrimoniale. La denuncia ha colto nel segno e costretto i datori di lavoro
pubblici a rinunciare alla provocazione iniziale (aumenti dello 0,9%, che
avrebbero decurtato i salari al netto dell'inflazione).
Il prezzo più pesante per il sindacato è la durata lunghissima del contratto,
che gli lega le mani per 27 mesi. Su questo arco di tempo sono previsti tre
scatti salariali. Aumenti del 2,4% dal gennaio 2003 (solo dall'aprile per le
fasce alte di retribuzione), e due altri incrementi, ciascuno di un punto, a
gennaio e a maggio del 2004. L'aumento lordo medio, su base annua, sarà appena
del 2%. Da cui si dovranno poi detrarre una serie di compensazioni: rinuncia a
un giorno di ferie; pagamento dei salari non più a metà mese, ma alla fine;
scatti d'anzianità dimezzati nel 2003 e nel 2004. Nel 2007 i lavoratori
dell'est avranno finalmente le stesse paghe di quelli dell'ovest, ma dovranno
versare un contributo aggiuntivo nella cassa pensioni (pari a due decimi di
punto).
La presenza come coordinatore dei lavori di Bruno Vespa suggerisce che il
convegno organizzato dalla società consortile Agrofuturo che si terrà oggi a
Angri non sarà una cosa seria, ma uno spot politico, una passerella nella quale
dovrebbero sfilare Giovanni Alemanno, Antonio D'Amato, Antonio Martino e Antonio
Bassolino, oltre a vari altri personaggi locali. Si annunciano, però, alcune
defezioni. A cominciare da quella di Alemanno, al quale fischiano le orecchie
per una interrogazione presentata da tre camerati, piena di veleni e accuse
contro Agrofuturo. Quasi sicuramente sarà anche assente Bassolino, che invierà
in rappresentanza il consigliere regionale Pasquale D'Acunzi, in passato
presidente del consorzio. Si parlerà di un progetto, quello messo a punto da
Agrofuturo, società consortile del distretto industriale di Nocera-Gragnano per
il rilancio della filiera del pomodoro, ma non solo. Il tutto sulla base di una
dichiarazione di intenti un po' furbacchiona (la vivibilità del territorio), un
po' fumosa (coniugare armonicamente le esigenze locali con il mercato globale)
ma soprattutto sul contratto di programma (la cui prima fase ha già ricevuto
tutte le approvazioni ed è già decollato nelle realizzazioni) che prevede
l'accesso a una serie di agevolazioni pubbliche, anche Ue, che copriranno circa
il 65% della spesa complessiva dei nuovi investimenti. Il risultato finale sarà
un incremento dell'occupazione, a regime, di 1.300 unità su base annua.
Ogni nuovo posto di lavoro costerà un po' meno di 700 milioni: non poco visto
che la filiera copre settori ultramaturi. Nei quali, oltretutto la capacità
produttiva locale è già molto ampia. Al programma hanno dato la loro adesione
un bel pacchetto di aziende che hanno presentato i lori graziosi progettini: 37
per il primo modulo; 74 per il secondo. Tra le quali aziende di nome e con i
conti in ordine e aziendine i cui conti sono in disordine e che si arrangiano
con il lavoro nero e con il fisco allegro. C'è il sospetto che questo contratto
di programma serva unicamente a regolarizzare situazioni divenute insostenibili.
Ma c'è anche la certezza che il lavoro creato sarà a misura di imprenditore:
flessibile e precario. Come dire Co.co.co, interinale, formazione, tempo
determinato scollegati dalle reali esigenze produttive in quanto è sufficiente
che le imprese nella media d'anno rispettino numericamente gli impegni
occupazionali quantitativi, senza andare per il sottile sulla qualità del
lavoro. Visto anche che in molte di queste fabbriche i sindacati non possono
neppure mettere il naso.
E'stato siglato l'accordo tra Fiat Auto e sindacati che prevede il passaggio temporaneo alla Pininfarina di 150 lavoratori delle Carrozzerie di Mirafiori, attualmente in cassa integrazione straordinaria, mediante l'istituto del comando-distacco. Il periodo va dal 15 gennaio sino al 31 luglio, con possibile proroga fino al 3 ottobre. Il personale interessato sarà individuato con i criteri della volontarietà in base alle esigenze tecnico-organizzative della Pininfarina.
E'stato siglato ieri l'accordo tra Fiat Avio e sindacati metalmeccanici per il trasferimento degli impianti e dei lavoratori da Torino (via Nizza) a Rivalta. L'intesa, che è stata firmata anche dalla Fiom, prevede il ricorso a un anno di cassa integrazione straordinaria per riorganizzazione che sarà in media di due mesi per ogni lavoratore (e non più di quattro), con meccanismi di rotazione. Ci saranno 25.000 ore di formazione. L'azienda ha assicurato i sindacati che le prospettive sono buone dal 2005, ma il calo produttivo fra il 25 e il 30% previsto nella fase precedente sarà gestito con strumenti ordinari.
Accordi per salvare il lavoro sì, come i due su descritti, ma la Fiom-Cgil ribadisce la sua indisponibilità a siglare accordi sulla mobilità per i lavoratori del gruppo Fiat e conferma l'intenzione di effettuare otto ore di sciopero per la Fiat e per l'indotto entro il mese di gennaio. Dopo il no all'accordo per la mobilità alla Magneti Marelli quindi si profila una nuova intesa separata anche per la riunione prevista per lunedì al ministero del welfare su altre aziende del gruppo. "La Fiom - dice una nota diffusa dopo il coordinamento di ieri - considera grave e sbagliata la decisione assunta dalle altre organizzazioni sindacali di firmare la mobilità per 400 lavoratori che rappresenta soltanto la prima tranche di una mobilità prevista nel piano per circa 3.000 lavoratori, con le prevedibili analoghe conseguenze sull'indotto. E' necessario sviluppare le iniziative di lotta più efficaci finalizzate ad incidere sui modelli e sull'attività produttiva della Fiat".
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