| lunedi 15 settembre 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
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05/09-12/09/2003
22.000 in meno nei primi sei mesi dell'anno dalla grande impresa italiana. Varie le destinazioni: cassa integrazione, prepensionamento o semplice licenziamento. Secondo l'Istat l'occupazione nelle imprese con più di 500 dipendenti è calata dell'1,1% da gennaio a giugno. In termini congiunturali, ossia rispetto al mese di maggio, la variazione è stata invece nulla. Il dato più pesante è quello dell'industria: -3% e una riduzione di 24.000 dipendenti (nei primi sei mesi dell'anno). Meglio sono andati i servizi (+0,3% a giugno), che hanno un saldo positivo di 2.000 lavoratori in sei mesi. Tra i settori in maggiore crisi nell'industria si segnala la produzione di mezzi di trasporto (-4,5%); in controtendenza invece l'edilizia (+1%). Brillano - tra i servizi - i ristoranti, gli alberghi e in particolare il commercio (+7.7%). Il ministro dell'industria Marzano ha minimizzato: "È una tendenza che dura da almeno dieci anni. Il vero miracolo è quello dell'occupazione delle piccole e medie imprese che continua a crescere nonostante la debole congiuntura economica".
Secondo il presidente della compagnia di bandiera Giuseppe Bonomi gli eventuali esuberi in Alitalia "non sarebbero un punto di partenza, ma semmai un approdo". Mercoledì la notizia di 2000-2500 esuberi, trapelata dal piano industriale; ma ieri l'azienda è tornata a smentire che nel testo da presentare il 12 settembre al consiglio di amministrazione si parli già di esuberi. Non viene escluso il rafforzamento delle alleanze, ma neppure la strada della privatizzazione. E proprio la privatizzazione è stata al centro delle dichiarazioni di ieri nel campo governativo. Il ministro delle infrastrutture Pietro Lunardi, favorevole a questa strada, ha spiegato che se dovrà esserci vendita ai privati, "auspichiamo che intervengano cordate italiane". Dal fronte sindacale, come ha già fatto la Cgil dopo le indiscrezioni, il Sult ribadisce la propria contrarietà a qualsiasi ipotesi di tagli al personale: "Equivarrebbe al declino della compagnia di bandiera. Ciò di cui ha bisogno l'Alitalia è un serio piano di rilancio che abbia come principali obiettivi lo sviluppo della rete e dell'attività di volo e l'efficientamento dei processi organizzativi interni. Tutto ciò collegato a quelle misure di carattere generale che ripropongano il trasporto aereo quale fattore di sviluppo per il paese". Per la Fit Cisl "i lavoratori hanno già fatto abbastanza e non sono disposti a pagare ancora".
E non se la passano bene neppure i dipendenti della greca Olympic Airways, che ieri hanno bloccato lo scalo di Atene, impedendo a 19 mila passeggeri di partire. La protesta è stata organizzata contro il governo, che intende avviare la privatizzazione della compagnia dopo aver «dimagrito» l'organico di 2000-6000 unità, in parte attraverso esternalizzazioni.
La più grande compagnia telefonica americana, Verizon Communications, ha raggiunto ieri un accordo coi due sindacati di settore presenti nella compagnia per un contratto valido cinque anni che interesserà 79mila lavoratori in 13 stati. La compagnia risparmierà 500 milioni di dollari in contributi per la copertura sanitaria, grazie a un aumento della quota dei dipendenti. I salari resteranno congelati per un anno, per crescere poi del 2% negli anni successivi. La sicurezza del posto di lavoro era una delle principali preoccupazioni dei sindacati. L'hanno ottenuta per i dipendenti attuali, ma i nuovi assunti non avranno le stesse garanzie di mantenimento del posto di lavoro. Inoltre le unions si sono impegnate a sostenere colloqui annuali con la compagnia sul mantenimento dei posti di lavoro e sui salari, per adattarli alle necessità imposte dalla competitività e dalla situazione economica.
Dal quartiere generale svizzero, i portavoce della Nestlè negano che la compagnia avrebbe intenzione di chiudere lo stabilimento coreano di Cheongju per il prolungarsi di uno sciopero. La voce che circola da più di una settimana è stata ufficialmente smentita ieri, ma rimane ancora incerto il futuro di centinaia di dipendenti nella provincia settentrionale dello Chungchong. Il blocco va avanti da due mesi e ha già portato all'arresto della produzione per gli impianti di Cheongju, da dove escono caffè solubile, cibo per neonati e per animali, nonché alla chiusura degli uffici di Seoul. Il motivo di una protesta tanto lunga è il rifiuto della Nestlè di concedere, o anche solo di andare incontro, a quanto richiesto dalla sigla degli alimentaristi. Dei 660 dipendenti, più di 460 hanno deciso di scioperare alla rottura delle trattative sull'aumento salariale: l'11,7% contro il misero 5,25% offerto dai dirigenti. In una storia che ha subito attirato l'attenzione dei media per il caso di evidente antisindacalismo - tu scioperi, io chiudo - i portavoce svizzeri hanno rassicurato l'opinione pubblica coreana, ma non hanno potuto negare che l'eventualità dello spostamento della produzione era stata considerata: "Le rivendicazioni dei lavoratori - hanno angelicamente ammesso - non fanno che diminuire la competitività dell'azienda".
È finita in parlamento la vicenda dei lavoratori della Pacific fishing company (Pafco), licenziati dopo uno sciopero iniziato ad agosto per ottenere condizioni più dignitose. Giovedì il segretario della principale federazione sindacale, Felix Anthony, si è rivolto al presidente Ratu Josefa Iloilo per denunciare la situazione di sfruttamento: "Le centinaia di dipendenti della Pafco, soprattutto donne, sono ricorsi a questa forma di protesta per disperazione - ha detto - Le loro richieste sono state ignorate dai dirigenti per troppo tempo". Anthony ha chiesto al governo di dichiarare lo sciopero valido e di intervenire per il reintegro, valutando meglio le richieste dei dipendenti: dall'aumento di stipendio alla partecipazione più attiva del sindacato, dall'indennità di maternità alla protezione contro gli abusi, alla regolarizzazione di lavoratori tenuti con contratti occasionali per ben dieci anni.
Contro l'impiego indiscriminato di immigrati, quasi sempre clandestini, si sta mobilitando il sindacato dei lavoratori alimentari nigeriani, Fobtob. Il presidente della sigla, Gabriel Babalola, questa settimana ha lanciato un avvertimento alle grandi compagnie imbottigliatrici, soprattutto alla Seven up e alla Nigerian bottling company. La preoccupazione di Babalola, però, non è per le condizioni di lavoro degli irregolari, ma per la sottrazione di posti preziosi ai lavoratori nigeriani. A chi lo accusa di razzismo, risponde: "Non siamo contro gli stranieri che vengono legalmente in Nigeria, ma vogliamo che tutti i lavoratori si misurino sulla base delle loro competenze e non sul costo più basso". Per costringere il governo a vigilare di più sugli ingressi e le compagnie alimentari a limitare le assunzioni clandestine, il Fobtob aveva già minacciato uno sciopero di categoria a metà luglio, ora sembra deciso a dare l'ultimatum.
L'industria zuccheriera di molti paesi in via di sviluppo potrebbe subire danni notevoli dalla completa liberalizzazione del settore, come prevede l'agenda del Wto di Cancun. Lo sostiene il sindacato dei coltivatori di canna da zucchero del Mozambico, Unac, che da tempo lotta contro le politiche dell'Organizzazione mondiale del commercio. La produzione e l'esportazione alimentare sono la principale fonte di reddito del paese africano e il governo promette che premerà affinché siano aumentate le quote di importazione nei mercati più ricchi: Stati uniti e Unione europea. Con l'abolizione delle tariffe e le nuove regole del Wto, le economia più deboli, spesso uscite dallo sfruttamento coloniale e da disastrose guerre civili, dovrebbero aprire i mercati a industrie sovvenzionate da paesi sviluppati e, senza meccanismi di protezione, difficilmente riuscirebbero a collocare i propri prodotti. Il sindacato si oppone anche all'introduzione degli Ogm, mirata solo a creare la dipendenza dei coltivatori dalle multinazionali delle sementi. Quella subsahariana è la regione africana più povera e la sua quota d'incidenza sul commercio mondiale attualmente non supera il 2%.
Domani mattina gli operai della Copop incroceranno le braccia dopo aver proclamato lo sciopero a seguito di un'assemblea svoltasi venerdì scorso. La decisione arriva dopo che i lavoratori si sono resi conto che l'azienda non è riuscita a garantire la solvibilità dei diritti di chi lavora. Si tratta di trecento posti di lavoro messi a rischio
09 settembre 2003
IVECO: FUORI 440
Nella giornata di ieri Fim, Uilm e Fismic hanno raggiunto un'intesa con l'Iveco
sulla procedura di mobilità per 441 lavoratori, come previsto dall'ultimo piano
di ristrutturazione.
Unica voce fuori dal coro la Fiom, che si è rifiutata di firmare.
I lavoratori interessati dalla procedura, aperta a luglio, sono tutti residenti
a Torino.
Siamo di fronte ai primi licenziamenti previsti dal piano Morchio fuori dal
comparto auto. La trattativa era giunta ieri in
Regione dopo che il 25 luglio scorso era scaduto il primo periodo di
negoziazione. Fino ad allora tutte le sigle sindacali avevano tenuto un
atteggiamento unitario, ma giunti al passo successivo la Fiom si è ritrovata
sola. Degli esuberi previsti ben 400 sono impiegati e tecnici degli enti
centrali.
Altre 35 persone fanno riferimento all'Iribus, ossia il settore Iveco
specializzato nella realizzazione di autobus.
Sei impiegati fanno parte degli uffici finanziari.
10 settembre 2003
CONSORZIO BONIFICA 6
Incontro tra Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil e l'amministratore provvisorio del
Consorzio di bonifica 6 dopo che l'amministrazione consortile ha comunicato che
oggi avrebbe provveduto a sospendere i lavoratori stagionali 151-101-51 per
mancanza di risorse finanziarie. Una decisione che - sottolineano i sindacalisti
- deve essere prima concordata con le organizzazioni sindacali di categoria.
PETROLCHIMICO DI GELA
"Come prima, peggio di prima, 360 famiglie in mezzo alla strada. Viva Agip
petroli": poche righe in un maxi cartello per sintetizzare un dato di fatto
cioè che si è al punto di prima.
Blocchi agli ingressi del petrolchimico, raffineria bloccata, in difesa del
lavoro. Scene già viste tante volte a Gela. L'ultima a
maggio quando le barricate le fecero gli operai Smim, ditta in crisi di
commesse. Ma poi la Smim si è aggiudicata l'appalto triennale nel settore
meccanico dalla Raffineria ed allora la protesta è rientrata. E ora tocca agli
operai dell'Emi. Dall'alba di ieri a bloccare i cancelli della fabbrica
impedendo il cambio turno e l'ingresso ai giornalieri sono scesi in campo in 200
circa. C'erano i 100 dell'Emi con il licenziamento in tasca, i 36 della Seci che
sanno di dover subire a giorni la stessa sorte ed i 70 del settore logistica
(trasporti, facchinaggio ecc..) la cui posizione è ancor più grave. La
categoria non è coperta da ammortizzatori sociali e chi ha vinto l'appalto per
i prossimi tre anni cioè Conas non ritiene di poter assumere un solo operaio
delle ditte che non hanno il contratto.
Ieri mattina blocco della raffineria.
"Lavoro dal 70 - racconta il signor Ialazzo, 48 anni socio della
cooperativa palisti gelesi - ora sono disoccupato.
Abbiamo lavorato anche quando gli altri facevano sciopero.
Ma dove sono finiti trent'anni di sacrifici?". Tra i manifestanti anche i
50 edili dell'ex Comi che mostrano il testo di un accordo in prefettura il 5
maggio scorso che li vedeva assunti dal 1 luglio da altre ditte dell'indotto.
Nel pomeriggio pare che su dei pullmann i turnisti siano riusciti ad entrare in
Raffineria a dare il cambio ai colleghi che erano al lavoro dal giorno
precedente ed in serata la pioggia ha creato qualche difficoltà ai
manifestanti. Oggi però i blocchi non
verranno rimossi.
STADIO SAN FILIPPO DI MESSINA: 60 OPERAI SENZA STIPENDIO
Sessanta operai dello stadio di Messina sono da due mesi senza stipendi. Fillea-Cgil, Filca-Cisl e
Feneal-Uil si presenteranno in cantiere per verificare una situazione che rischia anche di compromettere i
lavori della struttura sportiva di San Filippo.
SMEB DI MESSINA
Per oggi pomeriggio al Comune è prevista una riunione sul futuro della Smeb e dei suoi 90 dipendenti.
Ieri sull'annunciato piano del gruppo Aicon, che intende realizzare un centro di costruzione yacht, sono
intervenuti il segretario provinciale della Uil, il responsabile del settore industria e dei
metalmeccanici, esprimendo "forti perplessità sulle modalità attraverso le quali vengono dichiarate
disponibilità imprenditoriali ad intervenire nella delicata vicenda della crisi Smeb".
MIKRON DI ZONGONIA
La società, specializzata nello stampaggio di particolari in plastica per il settore automobilistico
e per l'attrezzatura elettronica e che fa capo alla multinazionale svizzera Mikron Technology Group, ieri
mattina al termine di un incontro con i sindacati, ha
ufficializzato il numero dei dipendenti per i quali chiede la collocazione nelle liste di mobilità: 30.
I sindacati per oggi hanno annunciato un'ora di sciopero all'inizio di tre turni di lavoro (dalle 13
alle 14, dalle 14 alle 15 e dalle 22 alle 23).
Durante lo sciopero i lavoratori si riuniranno in assemblea per discutere del problema e programmare eventualmente
altre agitazioni. I sindacati si dicono comunque disponibili a proseguire le trattative con la Mikron
per verificare strade alternative per ridurre se non azzerare il numero dei licenziamenti.
Inizialmente l'azienda aveva annunciato 50 esuberi, poi li ha ridotti di venti unità, ma la strada da
percorrere è ancora lunga. Il tempo massimo a disposizione è di 75 giorni (45 per le trattative in
Unione industriali e 30 eventualmente all'Ufficio provinciale del lavoro).
Dopo aver annunciato a maggio i 50 esuberi su un totale di 115 lavoratori, a luglio la Mikron aveva
aperto la procedura di cassa integrazione ordinaria a rotazione per 6 settimane e un massimo di 50
lavoratori (30 operai e 20 impiegati). Al termine di un primo confronto con l'azienda a fine luglio i
sindacati di Filcea-Cgil e Femca-Cisl di Bergamo avevano anche indetto un referendum tra i lavoratori,
che ha dato mandato ai rappresentati di definire con l'azienda un percorso nella gestione degli esuberi
riducendoli quanto più possibile.
CMS: NUOVA CASSA INTEGRAZIONE
Tredici settimane di cassa integrazione ordinaria per una quarantina di lavoratori a partire da lunedì
prossimo, 15 settembre. È la richiesta che è stata avanzata dalla CMS Spa di Zogno (Bergamo) ai sindacati
confederali, motivando tale scelta con le persistenti difficoltà congiunturali evidenti nel settore
metalmeccanico, ed in particolare nell'ambito del mercato delle macchine utensili per il settore legno
dove l'azienda è specializzata.
Una situazione che ha però trovato forte preoccupazione tra i lavoratori ed i rappresentanti
sindacali. Anche sulla scia del fatto prima dell'estate la società brembana aveva già fatto
richiesta di cassa integrazione ordinaria a rotazione per 55 lavoratori dei 150 addetti delle lavorazioni
"legno" (sui 320 dipendenti complessivi) per un periodo di sette settimane tra i lavoratori sono
emerse alcune preoccupazioni riguardo la piega che gli eventi potrebbero prendere nei prossimi mesi.
CASA DI CURA "GLENO": SCIOPERO ADDETTI ALLE PULIZIE
Uno sciopero di tre ore, alla fine di ogni turno, da parte delle lavoratrici della Sodexho, l'azienda
multiservizi che ha in gestione i servizi di pulizia alla casa di ricovero per anziani di via Gleno a
Bergamo.
Tre ore prima della fine di ogni turno venerdì 12 le lavoratrici organizzeranno presìdi davanti alla casa
di ricovero, con volantinaggio per spiegare le ragioni della loro protesta, ovvero la questione del contratto
integrativo per i dipendenti Sodexho del settore pulizie al "Gleno". "La Sodexho – afferma il
segretario della Filfcams Cgil – dopo un primo incontro avvenuto il 30 maggio alla sede Ascom di
Bergamo, si è fatta sempre negare a qualsiasi invito da parte del sindacato sia locale che nazionale, utile
al proseguimento delle trattative".
La Sodexho (12 mila dipendenti in Italia) gestisce al "Gleno" non solo il servizio di pulizie, ma anche quello della
mensa, quello del bar e quello della lavanderia.
Quello di venerdì potrebbe essere il primo di una serie di scioperi da parte delle dipendenti Sodexho al
Gleno. Se lo sciopero proclamato ieri non dovesse bastare a risolvere la questione del contratto
integrativo, infatti, le lavoratrici sono decise a
continuare l'agitazione.
TRENTINO: SCIOPERO DEI LAVORATORI DEL PORFIDO
Terzo sciopero in un anno. Seconda protesta per le vie del centro di Albiano. Trecento i lavoratori scesi in
piazza ieri (adesione del 90% per i sindacati). Sempre più agguerriti, con lancio di uova contro la sede
dell'Espo (ente sviluppo del porfido). Dalla Cgil e dalla Cisl avvertono: è un segnale da non
sottovalutare. I 1400 delle 140 cave sono sempre più
in fibrillazione. La vertenza nasce dallo strappo, nel giugno scorso, dei rapporti con Assindustria, rea -
per i sindacati - di non portare avanti sul tavolo delle trattative il tema economico-salariale.
HUTCHINSON: SCIOPERO CONTRO LA MOBILITA'
Perdere il posto di lavoro al ritorno dalle ferie: quasi una beffa, se dietro non ci fosse il dramma di
non sapere più come tirare la fine del mese, dopo mesi di attesa e speranze nella ripresa di un mercato,
quello dell’auto, negli ultimi anni in crisi nera,
come ben sapevano anche i 47 lavoratori della Hutchinson di Ponte Lambro (Como).
Fino all’ultimo hanno cercato di resistere in tutti i modi, a costo di illudersi, per difendere la loro azienda, l’ultima a
produrre per la multinazionale francese Total componenti dell’auto in Italia. Lunedì la direzione
del gruppo metterà in atto la decisione di chiudere l’impianto in paese, con le linee che, smantellate,
andranno a finire in Polonia. Con buona pace dei 47 operai che si sono trovati da un giorno all’altro di
fronte alla realtà della mobilità. Di qui la decisione dei lavoratori di proclamare quattro ore di sciopero,
a partire dalle 8 di questa mattina, con un picchettaggio fuori dai cancelli dell’azienda, non
tanto per fermare le linee di produzione, molte delle quali in Polonia ci sono già arrivate già nei mesi
scorsi, quando interi macchinari erano stati spostati e mandati nel grande stabilimento che il gruppo ha
costruito nel paese in nome del decentramento produttivo, quanto per ottenere almeno un trattamento
di buonuscita dignitoso.
Tra le richieste avanzate dai lavoratori c’è infatti quella di vedersi recapitare
almeno sei mensilità in aggiunta a tutta la serie di
ammortizzatori sociali già riconosciuti dalla mobilità. In pochi sembrano credere alle promesse
della direzione dell’azienda di cercare, per i lavoratori della Hutchinson, una ricollocazione
all’interno del gruppo Ato-Fina.
11 settembre 2003
BIESSE DI PESARO: 800 IN CASSA INTEGRAZIONE
Le azioni della Biesse sono salite di 5 punti quando si è sparsa la voce della richiesta ufficiale di cassa
integrazione per 800 dipendenti. Questo è l'effetto che fanno ai padroni le condizioni dei lavoratori! Con
800 operai in Cig la Biesse risparmia circa 2 milioni di euro. Con quest'altro massiccio ricorso alla cassa
integrazione l'azienda dovrebbe portare a pareggio i conti economici nel quarto trimestre.
E così la Biesse, che aveva già spedito in Cig 1200 persone circa tra giugno e luglio, torna nuovamente a
far leva sugli ammortizzatori sociali. La prima settimana (di 4) di fermo dell'attività è prevista dal
22 al 26 settembre. Le successive definite ed effettuate entro la fine del 2003, in funzione
dell'andamento economico aziendale.
In tutta la provincia sono state attivati oltre 550 procedure di mobilità. Il che vuol dire espulsione dal
lavoro con soldi garantiti solo per due o massimo tre anni. L'ultimo caso è quello della Cmt di Ponte Messa
di Pennabilli, ex Sicit legata alla costellazione dell'Iri. L'altro ieri si è chiusa la vicenda di
questa fabbrica.
SCAINI DI VILLACIDRO
I lavoratori della Scaini chiedono che si riapra il dialogo al tavolo nazionale del ministero delle
Attività produttive e a quello del Lavoro. Aspirano a un nuovo piano industriale per l’azienda, capace di
riassorbire tutti i 147 lavoratori in mobilità e di
dare spazio a una produzione a lungo termine. Vogliono che si riapra il discorso con l’Eni. Ieri una
quarantina di lavoratori, assieme ai rappresentanti della Cisl, si sono dati appuntamento nel piazzale
della fabbrica. Davanti a quei cancelli
inesorabilmente chiusi da oltre tre anni hanno distribuito per tutta la mattina volantini con le loro
rivendicazioni, hanno esposto i loro striscioni di denuncia a bordo strada. Entro ieri la Cme srl di
Brescia, l’azienda che ha rilevato la fabbrica di batterie, doveva pagare la fideiussione (750 mila
euro). Solo in questo caso il liquidatore permetterà la riapertura della Scaini. In caso contrario cancelli
ancora chiusi e perdita della stato di mobilità degli operai.
NECCHI: OPERAI OCCUPANO IL COMUNE
Occupato Palazzo Mezzabarba, sede del Comune di Pavia, e oggi forse tocca all'amministrazione provinciale.
La rabbia degli operai della ex-Erc si trasforma in una clamorosa iniziativa fortemente sostenuta dai giovani
del gruppo Corsari che, per tutta la notte, sono rimasti insieme ai lavoratori nella sala del consiglio
comunale. Non sono servite le rassicurazioni del sindaco Andrea Albergati e le spiegazioni
dell'assessore Cesare Bozzano a chi non vede più un futuro.
L'iniziativa non ha trovato l'appoggio da parte di tutti i sindacati: ieri, infatti, c'erano solo i
rappresentanti della Fmlu e i ragazzi dei Corsari.
L'obiettivo è ottenere dal Governo la mobilità lunga, ossia i sette anni concessi in passato anche ai
lavoratori dell'Alfa di Arese, e non la mobilità corta di due anni e mezzo che non permetterebbe a tutti di
raggiungere la pensione.
12 settembre 2003
GRUNDIG
Atmosfera cupa ieri nell'assemblea dei 37 lavoratori della Grundig Italiana a Trento. Per 20 di loro è già
stata annunciata la lettera di licenziamento. Clima cupo, ma non rassegnato. La decisione di respingere il
provvedimento è stata la prima risposta alla comunicazione aziendale.
Venti licenziamenti ancora senza nome e cognome. Ma in una dimensione aziendale ormai ridotta a 37 unità,
individuare i destinatari del provvedimento è compito semplice quanto ingrato.
L'azienda negli anni Ottanta in Trentino occupava una posizione di vertice: un migliaio di occupati nella
produzione a Rovereto, 120 dipendenti negli uffici amministrativi prima a Lavis, poi a Trento. La crisi è
iniziata tra l' '83 e l' '84 con la chiusura della produzione, cui è seguita la riduzione della parte
commerciale ed amministrativa.
La situazione è pesante: un'azienda commerciale con meno di 50 dipendenti non ha diritto né alla cassa
integrazione, né alla mobilità. Chi è licenziato, dopo 6 mesi di assegno di disoccupazione Inps, resta senza
risorse. Poi ci sono i corsi di reinserimento dell'Agenzia del lavoro, ma è un intervento che verrà
programmato solo a licenziamenti avvenuti e dovrà
tener conto sia dell'elevata età media dei dipendenti, sia del fatto che più della metà sono donne.