| mercoledi 19 novembre 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
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04/11-14/17/2003
Parte oggi il confronto tra sindacati e associazioni imprenditoriali per il rinnovo contrattuale del settore (700 mila lavoratori in tutta Italia). La piattaforma di Filtea Cgil, Femca Cisl e Uilta Uil, già approvata dai lavoratori, chiede "il miglioramento delle relazioni industriali, il rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale e aziendale, diritti dei lavoratori, formazione continua, investimenti in ricerca; ricorso controllato e contrattato alle diverse forme di lavoro, previdenza integrativa, sicurezza del lavoro". E infine una richiesta economica di 92 euro, comprensiva del recupero del differenziale 2002/2003) e dell'inflazione tendenziale 2004/2005.
Nessun precontratto è stato ancora strappato dalla Fiom nelle aziende meccaniche campane. Ma anche se c'è una chiara disparità con regioni come l'Emilia, la Toscana o la Lombardia - dove sono state siglate decine di accordi - ciò non pesa sullo sciopero di venerdì. E in cantiere ci sono diverse vertenze già in piedi e le premesse per aprirne circa cinquanta nelle grandi imprese: 25 a Napoli, 10 a Caserta, 6 a Salerno, 5 a Benevento, 3 ad Avellino. Tra le aziende interessate figurano i nomi di Fincantieri, Whirpool, Ansaldo e Alenia. Alla Fincantieri i lavoratori sono uniti e hanno totalizzato già 56 ore di sciopero dello straordinario per il precontratto. Alla Merloni di Teverola (Ce), il referendum sulla vertenza, cui hanno partecipato il 78% dei lavoratori, ha ottenuto il 98% dei consensi. Discorso a parte per l'Alfa di Pomigliano: gli operai dovranno aspettare che a livello nazionale con la Fiat si smuova qualcosa. Nel frattempo ci si batte per ottenere contratti a tempo indeterminato per 500 giovani che a febbraio terminano la formazione e contro il tmc2, il nuovo modello d'organizzazione del lavoro che aumenta i carichi di lavoro. Il complesso tessuto delle piccole e medie imprese (pmi) campane è il vero problema, il 70% delle quali è composto dall'indotto che fa capo alle aziende nazionali e multinazionali. Le storie parlano da sole. Come quella dei dipendenti Ipm che ieri hanno scioperato con una manifestazione di protesta a Napoli, di fronte all'Unione degli industriali. Quattrocento lavoratori potrebbero ritrovarsi in mezzo alla strada. Il gruppo specializzato in telecomunicazione dei fratelli De Feo, un nome di garanzia tra gli industriali del Mezzogiorno, è alla frutta. Sette aziende solo in Campania, per un totale di circa 1000 dipendenti che potrebbero essere messe in liquidazione. E i cassintegrati, senza un intervento sono destinati alla mobilità: 35 su 47 alla Ipm net, 97 su 214 alla Ipm group, 30 su 60 alla DataCom, 20 su 100 alla Telecontrolli, 50 su 180 alla Novatel. Per non parlare dei 77 lavoratori della Meltem di Arzano, in cig da quasi un anno, esclusi da qualsiasi riqualificazione aziendale. Nel `96 i De Feo avevano ottenuto un finanziamento di 54 miliardi, con il preciso obiettivo di assumere 400 persone per la costruzione dell'edificio della Ipm Net. Ma l'Ipm si occupa sostanzialmente della manutenzione dei telefoni pubblici, la Telecom li ha ridotti passando in pochi anni da 600.000 a 100.000 per lasciare campo libero alla telefonia mobile. Da quel momento non sono rimaste molte chance ai De Feo di risalire la china.
Mercoledì scorso, gli operai della ex Op Computer sono tornati in piazza - due ore di sciopero concluse da un presidio di fronte all'Associazione industriali di Ivrea - esprimendo il proprio timore per i ritardi accumulati da Telecom nel pronunciarsi sulla vendita del marchio Olivetti: un atteggiamento che rischia di mettere in forse anche il futuro dell'azienda nata dalle ceneri dello storico gruppo eporediese. La Ics di Scarmagno, che conta ancora 316 dipendenti, produce personal computer e componenti base per l'informatica per il marchio Olivetti, società dal cui dissolvimento è nata nel 1999. Il passaggio di proprietà, però, non può essere portato a termine se Telecom, oggi titolare nel nome Olivetti, non autorizza i nuovi proprietari a proseguire nell'utilizzo del prestigioso marchio di casa. Sono circa quattro mesi che questo balletto si protrae, in cui tutti attendono un sì o un no da Telecom, e nel frattempo la produzione in Ics è ferma, con il rischio sempre più concreto di sparire dal mercato. La vicenda si è complicata dopo lo sciopero di mercoledì scorso. Sia Telecom che Oli It hanno tentato di scaricarsi vicendevolmente la responsabilità di quanto sta avvenendo. La radice delle incomprensioni sta nell'accordo firmato in luglio da Ics e Oli It. Un articolo 47, una "cessione di ramo d'azienda" subordinata al gradimento di Telecom sui nuovi acquirenti, da cui discende la disponibilità o meno di utilizzare il marchio Olivetti. E' evidente che in casa Telecom un pieno gradimento per l'operazione non è ancora stato raggiunto.
Disorientamento, rabbia e soprattutto timore di perdere il proprio posto di lavoro. Stati d'animo palpabili tra i lavoratori che, ieri, hanno espresso tutte le loro paure nel corso di una conferenza stampa promossa con l'Osservatorio per la tutela delle Forze Armate ed il suo coordinatore Domenico Leggiero. "Il Farmaceutico sta vivendo un periodo di incredibile precarietà — ha spiegato Leggiero — dopo il suo inserimento dal 2002 nell'Agenzia Industria Difesa guidata dall'ingegner Scerch. Oggi arriviamo all'assurdo che questo istituto ha il ruolo di semplice grossista per l'acquisto di farmaci mentre avrebbe tutte le capacità di produrre non solo medicinali ma anche saponi, dentifrici ed altri elementi di questo tipo per gli oltre 12 mila soldati italiani sparsi nel mondo oltre che di impegnarsi nella produzione dei cosiddetti 'farmaci orfani' per malattie rare".
Ieri le assemblee (separate); oggi l’incontro dei rappresentanti sindacali con la direzione (sempre che non venga rinviato all’ultimo momento). Giornate di intesa attività sindacale alla Brandt Italia di Verolanuova dove oggi si dovrebbe fare il punto sulla possibilità di ricorrere alla cassa integrazione nei mesi di novembre e dicembre. Le assemblee, chieste dalla Fiom per illustrare la giornata di mobilitazione di domani a sostegno dei precontratti, hanno visto la riunione dei lavoratori della Fim che, per contro, hanno ribadito la validità del contratto di categoria sottoscritto dalle sole organizzazioni dei meccanici di Cisl e Uil e dalla Fismic.
Pungenti le accuse delle organizzazioni sindacali teramane nei confronti delle importanti aziende locali del trasporto provinciale e urbano Baltour Ciarrocchi srl e Staur. Denunce sulle violazioni di norme contrattuali e di legge che si verificano all’interno dell’azienda. Le organizzazioni, oltre a lamentare la pesante condizione di lavoro emersa, pongono all’attenzione il problema di una carenza di personale definita "cronica" che avrebbe la peculiarità di condurre ad alcuni disagi per la sicurezza dei lavoratori e degli utenti. Una ulteriore lamentela è venuta a fronte del licenziamento di un lavoratore, provvedimento definito dal presidente come il termine di un lungo iter procedurale, le cui motivazioni vanno ricercate nelle violazioni contrattuali, quantificate come gravi, a cui il soggetto interessato si è reso responsabile.
L'Alcatel conferma la partenza da Rieti, in ossequio al modello fabless , ovvero di una società senza più fabbriche che producano ma solo con centri votati alla ricerca e al marketing. E in azienda che effetto hanno fatto le dichiarazioni apparse ieri sulla strategia dettata da Parigi ad Alcatel Italia? Paradossalmente c'è ancora chi non ci crede d'altronde vedere al lavoro gli interinali, sapere di avere ancora commesse non fa pensare ad un imminente smobilitazione. Però nel complesso più che lo scoramento prevale la determinazione: mai viste assemblee tanto partecipate come quelle di questi giorni. Dagli ingegneri agli interinali non manca proprio nessuno. E le decisioni sono state votate all'unanimità: il rigetto di ogni ipotesi di accordo sulle mobilità richieste dall'azienda. Rieti è interessata per 13 lavoratori su 200 complessivi, dunque in misura marginale, ma è il segnale che conta. In un contesto così poco chiaro non si tratta.
Allarmato intervento dei lavoratori della Burgo. Le organizzazioni di categoria dell'Alto Friuli e la rappresentanza di base della cartiera, hanno emesso un comunicato in cui, pur valutando positivamente le iniziative che hanno permesso di ripartire con la produzione del reparto cellulosa, esprimono forte disappunto nei confronti del commissario straordinario Illy e dell'assessore all'industria Bertossi, che non hanno ancora risposto alla richiesta di incontro lanciata un mese fa tramite le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil.
Ogni anno nel mondo ci sono 2 milioni di morti sul lavoro, per esposizione ad agenti tossici o per infortuni. Sono le cifre presentate Mary Fingerhut, coordinatrice dei centri di collaborazione dell'organizzazione mondiale della sanità (Oms). L'esperta ha parlato nella giornata in cui l'istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (Ispesl) è entrato ufficialmente nella rete dei centri di collaborazione dell'Oms. E sono proprio gli ultimi dati dell'organizzazione mondiale della sanità riferiti ad un report del 2002 a quantificare il problema: rilevano che c'è un fattore di rischio del 37% per la comparsa di mal di schiena in seguito ad attività lavorative, del 16% per la perdita parziale o totale dell'udito, del 13% per malattie a carico del sistema respiratorio, dell'11% per l'asma, del 10% di infortuni, del 9% per l'insorgenza di tumore ai polmoni, infine del 2% per la comparsa di leucemie. C'è anche un allarme lavoro minorile: nel mondo sono in tutto 40 milioni i bambini lavoratori, mentre in Italia raggiungono quota 144 mila, pari al 3% del numero dei minori del nostro paese. Sono compresi tra i 7 e i 15 anni, tenuti fuori dalla legge e senza nessuna copertura assicurativa. E solo nell'ultimo anno, sempre in Italia, gli infortuni sul lavoro denunciati dai minori sono stati 17 mila. La percentuale più significativa di lavoratori in età precoce si registra, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non al sud ma nelle regioni del nord-est, mentre i minori sono impiegati soprattutto in settori come l'agricoltura, l'alberghiero e nella ristorazione. Secondo l'Ispesl, però, i minori al lavoro potrebbero essere molti di più di quelli denunciati, perché le indagini sul tema fino a oggi sono state poche.
Una marcia di protesta di circa 10mila lavoratori sudcoreani in sciopero è sfociata ieri a Seoul in violenti scontri con la polizia che hanno provocato il ferimento di decine di sindacalisti e di anziani passanti. Il corteo accompagnava mezza giornata di sciopero indetta dalla Korean Confederation of Trade Unions (Kctu) da parte di oltre 90mila operai, che ha paralizzato la Hyundai, la più grande fabbrica di automobili del paese, e un centinaio di altre aziende. Quella di ieri è solo l'ultima protesta sindacale in un anno di forti lotte operaie, e fra tutte è stata una delle più violente a causa dei suicidi a catena di leader sindacali, avvenuti tutti in ottobre. Kim Joo-ik, dirigente sindacale alle Hanjin Heavy Industries si è ucciso. Lee Yong-nam e un altro delegato della Sewon Tech si sono dati fuoco. Una rivolta disperata contro la pratica dei padroni di confiscare i salari e fare causa per la produzione perduta o le proprietà danneggiate. La confederazione ha fatto sapere che i leader sindacali avevano ricevuto ordinanze giudiziarie per il congelamento dei salari o dovevano affrontare cause che chiedevano risarcimenti danni per 140 miliardi di won (118 milioni di dollari.
Una piantagione di tè del Bengala occidentale è stata ieri teatro di un massacro nel corso del quale sono morti 19 operai. All'origine di tutto l'attacco alla casa di un sindacalista da parte di una folla di centinaia di persone che ha appiccato il fuoco a tutto ciò che trovava. Diciannove operai, tra cui due donne, della piantagione di Dalgaon, 700 chilometri da Calcutta, sono morti carbonizzati. All'origine della rivolta, l'esasperazione provocata dai metodi di assunzione della manodopera, che è strettamente controllata dal sindacato. Una scena orribile si è presentata alla polizia, quando è riuscita ad avere ragione della rabbia: brandelli di corpi umani, cadaveri carbonizzati, tanto da far temere che i morti potessero essere molti di più. Sono state arrestate 106 persone. Le violenze nelle piantagioni da tè sono in continuo aumento, a causa della grave crisi attraversata dal settore, che soffre una forte concorrenza cinese.
Torna la cassa integrazione alla Antonio Merloni di Fabriano. Interesserà poco meno di 2.000 lavoratori la cassa integrazione che verrà attivata in tre stabilimenti della Antonio Merloni, a partire dalla settimana prossima. In totale, si dovrebbe trattare di tre settimane, ma scaglionate. La prima è quella che comincerà lunedì prossimo e ad essa seguiranno, poi, la prima settimana di dicembre e la settimana immediatamente antecedente il Natale. Il provvedimento riguarda gli stabilimenti di Santa Maria, del Maragone e di Piaggia d'Olmo, sebbene siano opportune delle distinzioni. Soltanto nel caso di Santa Maria (qui, lavorano 1.500 persone circa) la cassa integrazione è totale, mentre negli altri due casi è parziale, visto che la linea adesso è a turno. E gli interessati sono poco più di 400 dipendenti.
08 novembre 2003
Più di mille operai tessili che lavoravano nella fabbrica di Aberdeen del gruppo Richards, in fallimento, potrebbero perdere la pensione: la compagnia, affidata al curatore fallimentare a gennaio del 2002, non sarebbe più in grado di attingere al fondo pensioni per garantirne il pagamento a tutti i lavoratori, anche a quelli che per 30 anni hanno versato regolarmente contributi. Solo una parte, infatti, potrà aspirare a un terzo della pensione di anzianità, mentre per gli altri non è previsto neanche quello. Il sindacato dei tessili ha fissato per martedì la data di una prima manifestazione, a Londra, per chiedere al governo misure speciali a favore dei dipendenti Richards e, in generale, per la tutela dei fondi pensione. Il tessile britannico è nella sua peggiore fase di recessione e le aziende annunciano i licenziamenti con frequenza settimanale ormai. Anche la fabbrica Barbour di Hilden ha fatto sapere che presto taglierà altri 55 posti, per il continuo calo della domanda. In pochi anni, lo stabilimento è passato da 500 a 100 dipendenti.
Una storia emblematica quella delle 265 operaie tessili ugandesi, licenziate in tronco solo per avere scioperato. All'azienda a partecipazione statale Tri star, che esporta tutta la produzione negli Stati uniti in base all'accordo sullo sviluppo africano (Agoa), quasi tutte le dipendenti lamentavamo da tempo salari troppo bassi, pessime condizioni di sicurezza e anche casi di abuso sessuale da parte dei colleghi maschi. Le 1.400 lavoratrici dello stabilimento di Bugolobi, infatti, erano costrette a dividere dormitori e servizi con gli uomini. Esasperate dall'indifferenza della direzione alle loro richieste, alla fine di ottobre in più di mille si sono barricate per 24 ore proprio in quei dormitori, minacciando di non uscire fino a che la compagnia avesse deciso di trattare. Il direttore della Tri star, invece, dopo un giorno ha chiamato la polizia che ha fatto irruzione e senza difficoltà ha disperso le scioperanti. Lo stesso direttore, per motivare il licenziamento in tronco delle 265 ritenute responsabili dell'azione, ha parlato di "danni irreparabili" alla produzione e all'immagine dell'azienda.
È ancora alta la tensione nel distretto industriale di Narangayanj, nel Dhaka del Bangladesh, dove lunedì la polizia ha fatto fuoco sugli operai tessili riuniti per una manifestazione, uccidendone uno e ferendone circa 200. La protesta è scoppiata in seguito all'arresto, domenica, del sindacalista Mahmubur Rahman Ismail, impegnato nella trattativa con un gruppo di aziende per ottenere paghe sospese da mesi e un bonus salariale per le festività. La reazione delle federazioni sindacali dei tessili si era limitata all'organizzazione di una manifestazione di solidarietà verso Ismail, chiedendo alle autorità la sua immediata scarcerazione, ma le forze dell'ordine messe a presidio delle aziende del distretto non hanno esitato a reprimere con la violenza la protesta, seppure legittima e pacifica. Nei giorni scorsi, gran parte dei lavoratori bangladeshi ha aderito allo sciopero generale proclamato dalle confederazioni del lavoro che ora chiedono alla magistratura di indagare seriamente sulla dinamica degli scontri e dell'omicidio e di liberare i 20 sindacalisti ancora trattenuti per presunti disordini.
Venti operai tessili di una fabbrica dell'Honduras hanno denunciato le condizioni in cui sono costretti a lavorare per la griffe Diddy Combs, dello stilista rap Sean John. Gli operai protestano da tempo contro le paghe da fame (75 centesimi l'ora per turni di 12 ore), la totale assenza di coperture assicurative e sanitarie e la facilità con cui vengono licenziati tutti quelli che provano a organizzarsi in sindacato. Condizioni che contrastano sfacciatamente con i profitti realizzati dalla Combs negli Stati uniti, dove una t-shirt può arrivare a costare anche 40 dollari. Lo stilista si è detto del tutto ignaro della situazione e per evitare danni d'immagine ha dichiarato che investigherà personalmente sulla fabbrica dell'Honduras.
Per i lavoratori si prospetta l’ipotesi del licenziamento a causa della grave crisi che ha colpito il settore determinata dalla riduzione delle quote decisa dall’Unione europea. Se la decisione di Bruxelles dovesse essere confermata, scatterebbero i primi licenziamenti, per la mancanza di possibilità di trasferimento in altri stabilimenti. Dopo la massiccia partecipazione allo sciopero indetto dalle associazioni di categoria, che si è concluso con la manifestazione di Caserta, gli operai della Valle Caudina continueranno la loro battaglia per la salvaguardia del posto di lavoro.
Avevano licenziato una lavoratrice perché in stato di gravidanza, la Corte dei conti li ha condannati: tremila euro da versare al Comune di Monastir. La sentenza della sezione giurisdizionale sarda della Corte dei Conti lascia nello sconcerto Vincenzo Gambicchia, 62 anni, ex assessore di Monastir, invalido da quando nel 1997 un ictus gli ha creato seri problemi di deambulazione e precluso parzialmente l’uso della memoria e della parola. Licenziamento illegittimo, e in aperta violazione della legge che tutela le lavoratrici madri, la 1204 del 1971, che vieta il licenziamento delle lavoratrici a partire all’inizio dello stato di gestazione: questo recita il dispositivo della sentenza, emessa nel maggio scorso. Il procedimento nei confronti di Vincenzo Gambicchia, assessore al personale dal 1985 al 1993, e di Ignazio Puddu, allora sindaco, riguarda il licenziamento di una lavoratrice a tempo determinato avvenuto nel 1991. Donatella Pireddu, asseminese, venne avviata al lavoro dall’Ufficio di collocamento: alla presa di servizio dichiarò al responsabile del settore l’idoneità alla mansione di addetta alla raccolta della nettezza urbana. Dopo un giorno di lavoro la donna chiese però di essere adibita a mansioni più leggere per dei malesseri che il suo medico attribuì allo stato di gravidanza. "La lavoratrice, manifestamente non in grado di svolgere le mansioni assegnate, nascose con un comportamento ingannevole il suo stato allo scopo di farsi pagare senza lavorare". Con questa motivazione sindaco e assessore licenziarono la donna. Un atto illegittimo, secondo il Tar, a cui Donatella Pireddu si era appellata, e ora la sentenza al pagamento di 9 mila euro (divisi fra i due ex amministratori), che il Comune di Monastir aveva nel frattempo liquidato alla lavoratrice.
Duecento lavoratori a casa, in mobilità, licenziati in coincidenza della morte dell’esperienza tessile nella Sardegna centrale, iniziata trent’anni fa. La Legler questa volta non intende assolutamente cambiare idea, se il suo progetto di rilancio non dovesse trovare applicazione in tempi immediati, vale a dire entro la fine del mese. Venti giorni di tempo per costringere la Regione a cambiare rotta e mantenere gli impegni assunti solennemente, davanti a sindacati, vertici della Legler e amministratori locali nello scorso mese di luglio. Se chiude Macomer, a ruota seguiranno anche gli stabilimenti di Ottana e quello di Siniscola. Complessivamente significano 600 posti di lavoro in meno. In fabbrica, intanto, le produzioni da qualche mese sono dimezzate, con oltre 150 lavoratori in cassa integrazione. Un provvedimento che scadrà fra pochi giorni, senza possibilità di essere rinnovato. I dirigenti della Legler lo hanno detto a chiare lettere: subito a casa 200 lavoratori. L’azienda sta provvedendo a ridurre gradualmente i costi e quindi fermando macchinari e reparti (su tutti quello della filatura). Il rischio, a furia di rinvii e di promesse mancate, è che tutto possa risolversi con un nuovo fallimento, come è successo alla Texal: una fabbrica storica, che è stata cancellata definitivamente dalla realtà industriale della zona, assieme a un centinaio di posti di lavoro.
"Fine lavori: Novembre 2003". E' la data che si trova sul cartello che indica cosa si sta facendo nel cantiere, i suoi responsabili e il termine stabilito dei lavori. "Una scadenza indicativa - dice un operaio stringendosi le spalle - la data di consegna vera doveva essere a febbraio". Già, perché a marzo, il 18, il presidente Ciampi sarebbe venuto a inaugurare il nuovo Museo del Mare e della Navigazione, una delle opere previste nel programma di "Genova 2004 capitale della cultura europea". Tempi stretti, troppo. E forse è proprio nella fretta di concludere presto i lavori che si possono trovare le cause di quanto accaduto ieri mattina, nel cantiere Darsena a Genova. Alle 8.00, dopo un venerdì notte di pioggia, un paio di squadre dell'azienda aostana Impreval salgono sull'edificio che ospiterà il museo: una delle vecchie costruzioni in ristrutturazione che si affacciano sulla Darsena e che - una volta ultimate - termineranno l'opera di recupero del porto antico genovese. In un'altra parte dell'edificio, ai piani bassi, lavorano altre squadre occupate a sistemare la parte già consegnata del nuovo Museo del Mare. "C'è stato come un rumore di terremoto", dice Kaci Zaim, al lavoro sulle impalcature. Di fatto c'è che la soletta su cui stavano lavorando gli edili della Impreval crolla insieme alle impalcature: sotto i detriti restano in cinque, altri quattro riescono a scappare prima di essere travolti. Subito i vigili del fuoco riescono a estrarre tre uomini dalle macerie; in tarda mattinata anche il quarto viene tirato fuori dall'ammasso di metallo e cemento. Alcuni degli operai coinvolti nel crollo hanno dichiarato di essere impiegati in nero. Dei quattro salvati il più grave, ma non in pericolo di vita, è Nicolò Flagiello, 32 anni, originario di Bagheria (Palermo). Gli altri feriti sono Skender Ndoy, 42 anni, albanese, ricoverato con prognosi di 30 giorni; Giovanni Calvo, 51 anni, di Pozzallo (Ragusa), e un giovane albanese, che non ha fornito le sue generalità, entrambi già dimessi dopo essere stati medicati. Il quinto lo hanno estratto poco dopo le due dell'altra notte. Albert Kolgjegja era rimasto schiacciato da due solette di cemento armato e probabilmente era morto sul colpo. Lo dirà con certezza l'autopsia. Per il presidente della Regione Sandro Biasotti, "Un incidente inspiegabile, molto strano. Qui dovremo rivedere tutto. Ci saranno dei ritardi, ma questo non è importante, l'importante è che non si verifichino più queste tragedie". Il cantiere è appalto del consorzio formato da Carena e Cemenedil, che a sua volta ha subappaltato alcuni lavori ad altre aziende, tra cui la Impreval di Aosta.Secondo una prima ricostruzione, il il crollo non è stato provocato da cause esterne, ma non spiega come sia stato possibile che una struttura nuova sia venuta giù come un castello di carte. Di collasso strutturale parla anche Venanzio Maurici, segretario provinciale di Fillea-Cgil che però aggiunge: "Secondo quanto hanno riferito i compagni feriti, gli operai stavano smontando i puntelli dell'impalcatura, disarmando l'ultima soletta. Un'operazione che si fa quando si ha la sicurezza che tutta la struttura sia consolidata. Ma se c'è fretta, se hanno accelerato il procedimento allora...". In Liguria gli incidenti sul lavoro nel 2003 sono stati 16.667 con un aumento dell'1.3% (dati Inail). Gli edili di Cgil, Cisl e Uil, hanno annunciato che, dopo l'incidente di Genova, osserveranno otto ore di sciopero nei cantieri del Porto antico.
La vertenza della Carisiel, azienda informatica con sede a Rende (Cosenza) di proprietà Banksiel, Gruppo Telecom, che riguarda 144 lavoratori, è al centro di una trattativa tra Regione, Banca Carime, Proprietà Bankasiel, Carisiel, Telecom - Area Mercato e le organizzazioni sindacali regionali ed aziendali. Carisiel ha come principale cliente Carime, per la quale svolge attività informatiche di full out-sourcing che assorbono gran parte della sua produzione. Il Piano industriale del Gruppo Bpu prevede, per quanto attiene la competenza informatica, l’unificazione dei sistemi informativi, con conseguenze quanto inevitabili prospettive di ridimensionamento della fornitura Carisiel. Il personale Carisiel (144 persone altamente specializzate nel settore dell’informatica) è da mesi in stato di agitazione con scioperi conseguenti in difesa dei livelli occupazionali
Potrebbe esserci oggi il primo contatto tra il viceprefetto e i soci della fusteria Ifa di via Aiaccia a Livorno. L'azienda di Collesalvetti, infatti, è in liquidazione e i sindacati si sono rivolti quindi anche al viceprefetto. I lavoratori si rifiuteranno di fermare la produzione. Altrimenti darebbero ragione a chi vuol far chiudere la fabbrica, che invece ha lavoro almeno fino al primo semestre del 2004. Inoltre è stato fatto presente al liquidatore Giovanni Pedol che per il sindacato fermare la produzione è un illecito e chi lo farà ne risponderà a livello legale. L'Ifa è un'azienda che produce fusti d'acciaio da vent'anni. I tre soci l'hanno messa in liquidazione solo per diatribe interne. Uno di loro è disponibile a rilevare la fabbrica e da tempo ha formulato un'offerta che i lavoratori giudicano addirittura "superiore all'effettiva ed oggettiva valutazione dell'intero complesso".
Sono 3500, secondo la Fillea Cgil, gli operai edili che lavorano in nero nei cantieri di Genova. Gli operai coinvolti nel crollo magari avevano anche un contratto, ma non in regola con le norme del settore edile; magari di tipo metalmeccanico o del commercio. Secondo i dati forniti dalla Finlea Cgil gli addetti del settore iscritti alla Cassaedile a Genova sono circa 12 mila, di cui il 27% sono extracomunitari. Per ciò che riguarda il lavoro nero Genova rispecchia i dati nazionali: secondo le stime sindacali il numero reale degli addetti a Genova è di circa 20 mila operai, e questo vuol dire che 8000 persone non fanno versamenti alla cassa edile e di questi 3500 sono in nero. La mobilitazione degli addetti, comunque, è già iniziata: oltre allo sciopero proclamato per oggi, che il sindaco di Genova Giuseppe Pericu ha detto più volte di ritenere "giusto, perché l' emergenza infortuni è oramai intollerabile", i sindacati annunciano altre iniziative di lotta. Oggi alle 13 incontreranno negli uffici comunali di via di Francia il sindaco Pericu e l'assessore ai lavori pubblici Claudio Montaldo per discutere della situazione.
Un disegno di legge che ha avuto una accelerazione in questi giorni: si tratta della riforma del corpo dei vigili del fuoco, che la maggioranza di centrodestra punta a trasformare in una sorta di nuova forza di polizia. Assegnando ai pompieri nuovi compiti: non più solo - leggiamo dal ddl 4347 presentato dal ministro Pisanu - "le tradizionali missioni del corpo, cioè il soccorso pubblico, la prevenzione incendi e la protezione civile", ma anche "una nuova missione della difesa civile, una materia, questa, connaturata all'essenza stessa dello Stato, in quanto comprende in sé la garanzia e la sicurezza delle istituzioni, la capacità di sopravvivenza economica, produttiva e logistica del "sistema Paese" in occasione di crisi interne o internazionali e, nell'ambito di tali crisi, la gestione di rischi di tipo non convenzionale derivanti dall'impiego in danno di persone o beni di armi di distruzione di massa di tipo nucleare, batteriologico e chimico". E' previsto anche l'aggancio al contratto della pubblica sicurezza, che verrà dunque deciso per legge dal ministro competente senza una trattativa paritaria con i sindacati. Un altro ddl (il 4233) prevede che l'accesso al corpo sia riservato in via esclusiva ai volontari dell'esercito: qualche giorno fa un emendamento Lega-opposizioni lo ha modificato, portando dal 100% al 50% la quota di militari che ha diritto all'ingresso esclusivo. Il disegno di legge è fortemente sollecitato da Cisl e Uil di categoria, mentre è avversato da Cgil e Rdb, che temono un restringimento delle libertà sindacali e degli spazi di contrattazione. A parte i 106 euro previsti in tutti i rinnovi del pubblico impiego siglati nell'ultima tornata, per rendere appetibile il disegno di legge, l'esecutivo ha deciso di accompagnarlo con un aumento ulteriore di 35 euro, una sorta di adeguamento ai livelli salariali della polizia. I vigili del fuoco non vogliono essere inquadrati nelle forze di pubblica sicurezza: "Il nostro ruolo tradizionale è quello di proteggere le persone e l'ambiente - dice Adriano Forgione, coordinatore vigili del fuoco Cgil - Certo, se si prospettano nuovi rischi come le minacce terroristiche, non ci sottrarremo alle funzioni tradizionali del soccorso, ma non vogliamo andare oltre, non intendiamo essere impiegati in funzione di ordine pubblico. A difendere le istituzioni, l'ordine politico o economico del paese sono già preposti altri organi. Non vogliamo, come è già accaduto, essere utilizzati per gli sfratti delle famiglie, o per le manifestazioni, come è stato per il G8 di Genova o quando ci ordinarono di allontanare i cittadini che bloccavano i treni con le armi".
I dipendenti di British Airways sono stati i primi, quindi è stata la volta dei postini e ora dei vigili del fuoco. Gli scioperi spontanei vengono usati sempre più spesso dai lavoratori britannici e rappresentano il rifiuto di una legislazione, quella antisindacale voluta dalla signora Thatcher, che il premier new Labour Tony Blair si ostina a mantenere. E che definisce con un certo orgoglio "la più restrittiva di tutto il mondo occidentale nei confronti delle unions". Ma se fino a qualche tempo fa le vertenze venivano regolate da queste leggi capestro, con il sindacato che faceva buon viso a cattivo gioco, ora qualcosa è cambiato. Sarà perché i lavoratori non ci stanno più e decidono, autonomamente (cioè senza attendere i tempi dettati dalla legge e dai sindacati), di scendere in piazza. Sarà perché le stesse unions si stanno trasformando, gli iscritti scelgono di essere guidati da leader di sinistra, più determinati, meno inclini a tenere la testa bassa. Mai come in questi ultimi mesi la Gran Bretagna aveva registrato un così alto numero di scioperi, e per di più spontanei. A voler seguire la legge, prima di proclamare lo sciopero i lavoratori devono affrontare diversi passaggi burocratici e legali. Un mese, per poter finalmente dichiarare uno sciopero "legale". In questo mese i datori di lavoro hanno ampie opportunità di bloccare, anche legalmente, i lavoratori. Soprattutto in fase di consultazione sull'azione da intraprendere. Il sindacato deve annunciare con una settimana di preavviso l'azienda della sua intenzione di consultare i lavoratori. Quindi, tre giorni prima delle operazioni di voto, deve consegnare un facsimile della scheda elettorale. Poi deve spedire le schede (e se c'è sciopero dei postini?), aspettare che ritornino e quindi farle scrutinare da una figura indipendente. Le urne devono rimanere aperte almeno 14 giorni e qualunque tipo di azione deve iniziare entro 28 giorni dai risultati della consultazione. Comunque, va data all'azienda una settimana di preavviso dello sciopero, così da facilitare i padroni per rispondere in modo adeguato alla protesta. Un mese è un tempo lunghissimo per i padroni che possono convocare i lavoratori, singolarmente o in gruppo, prima dello sciopero per "discutere delle loro prospettive di carriera". O la cassaintegrazione, o aumenti salariali ad hoc. Ne sanno qualcosa i metalmeccanici della fabbrica gallese Friction Dynamics. Scesi in sciopero seguendo tutti la legge, sono rientrati in fabbrica solo per sentirsi dire che erano stati tutti licenziati. Non stupisce dunque che altri lavoratori abbiano optato per lo sciopero spontaneo: immediato, dagli effetti devastanti tangibili, che impone ai padroni il negoziato subito.
Nella capitale gli "smorzi" sono una cosa quasi mitica. Stanno lì da dieci anni, ogni mattina gli stranieri - ieri prevalentemente gli albanesi, oggi i romeni e i moldavi - si ritrovano in tre punti della città, accanto ai depositi di cemento (appunto, gli "smorzi") verso le sei e mezza di mattina: sulla Palmiro Togliatti, zona Cinecittà, sulla Cristoforo Colombo e a Tor di Quinto. Sotto gli occhi di tutti si radunano in trenta o quaranta, se sono presenti due nazionalità contemporaneamente si raggruppano su lati diversi della strada, e aspettano che passi una macchina o un camioncino con a bordo il caporale di turno. Nelle modalità, il meccanismo non è molto diverso dalla prostituzione: si ferma una macchina, si tratta dal marciapiede al finestrino, 40 o 50 euro per una giornata di lavoro di dieci o dodici ore. Viene valutata la prestanza fisica, per capire chi può dedicarsi con efficacia ai lavori pesanti. E' questo il principale canale di reclutamento dei lavoratori stranieri nell'edilizia romana, un settore che non conosce crisi. Gli operai regolari nel Lazio sono circa 55 mila, ma secondo le stime della Fillea Cgil, il sindacato dei lavoratori edili, altrettanti sono quelli al nero, di cui circa 15 mila stranieri. L'irregolarità è una vera piaga, il rapporto dell'Ispettorato del lavoro del 2002 racconta che il 55% delle aziende utilizza lavoro al nero. Il 26,5% degli immigrati è risultato lavorare irregolarmente, il 19,4% è risultato non in regola con il permesso di soggiorno. L'ultima novità degli "smorzi" sono i caporali stranieri. Gente che, fino a poco tempo fa, aspettava la benedizione di un lavoro a cottimo, è passata dall'altra parte. Incentivati dalle imprese per cui hanno lavorato, si sono messi in proprio e sono diventati l'ultimo anello della catena dei subappalti. Ieri abbiamo visto arrivare un peruviano, ma Dimitri ci parla anche di "arabi". "Meglio degli italiani - dicono - è difficile che non paghino, sanno che vuol dire". Spesso sono utilizzati anche dai privati cittadini, che lì si riforniscono di operai a basso costo per fare qualche ristrutturazione in casa, o magari per riordinare il giardino. E' un vero supermarket, alla luce del sole, di materiale umano sottocosto e ricattabile. E non è che non ci siano i controlli. La polizia va ogni tanto a prelevarli, li porta alla centrale, controlla che non siano ricercati per qualche crimine, gli prende le impronte digitali così da poterli controllare, e poi li rilascia, liberi di andarsi a fare sfruttare sulla strada. Nessuna collaborazione richiesta per incastrare le imprese, né per rintracciare le famose "agenzie di viaggio" che assicurano a romeni e moldavi un viaggio e un visto per l'Italia. I romeni pagano circa 600 euro, per i moldavi il prezzo è più alto: 2.500 euro. Un business succulento che ultimamente è stato condito con la regolarizzazione.
"Dal 30 maggio chiedo di discutere il contratto integrativo. Sodexho non mi parla, non mi vede, non mi sente. Io non esisto?". È questo il testo di un adesivo che da ieri una cinquantina di lavoratrici della società Sodexho, addette al servizio di pulizia Sodexho alla casa di Riposo di via Gleno (Bergamo), porteranno sul camice per rendere ancora più visibile la loro posizione riguardo una vicenda che da mesi continua senza sbocchi, nonostante le diverse giornate di sciopero organizzate dalle lavoratrici stesse. Giornate di sciopero che ancora non sono finite: le prossime due, infatti, sono in programma martedì 18 e mercoledì 19 novembre. Il motivo della protesta è sempre il medesimo: l'indisponibilità dell'azienda Sodexho ad incontrare il sindacato e aprire una trattativa per quanto riguarda la contrattazione integrativa (e non rispondendo nemmeno al tentativo obbligatorio di conciliazione previsto dalla legge) delle sue lavoratrici.
Rimane ancora avvolto nell'incertezza il destino dei lavoratori della Ilver. Non ha portato novità l'incontro svoltosi ieri tra un rappresentante della società, che fabbrica barche, ed i sindacati. La proprietà ha confermato che sabato avrà luogo lo sfratto esecutivo dai capannoni di via Pacinotti, con l'apposizione dei sigilli sullo stabilimento da parte del tribunale, mentre non sono emerse novità per quello che riguarda il versamento ai 16 dipendenti della ditta lissonese dei due stipendi ancora in sospeso per i mesi di settembre e ottobre. Durante l'incontro non ci sono state garanzie per il pagamento dei mesi arretrati. E qualora non venissero pagati gli stipendi in sospeso, il sindacato sarebbe intenzionato ad intraprendere un'azione legale.
Lavoratori degli impianti sciistici della provincia sul piede di guerra. Hanno stipendi da fame addirittura di un terzo inferiori a quelli dei colleghi di altre regioni e operano ad alto rischio. Non vogliono più le briciole nel business dello sci, ma più soldi in busta paga, altrimenti minacciano il blocco. Gli addetti a questo lavoro si lamentano perché in Valtellina sono i peggio pagati dell'arco alpino. La Cgil sostiene la loro vertenza nei confronti delle società che gestiscono gli impianti. Il sindacato ha esaminato diversi casi di lavoratori che sarebbero sfruttati, anche perché si tratta di attività stagionali per integrare il reddito di muratori e carpentieri e in genere addetti dell'edilizia, ferma nel periodo invernale nelle zone di alta montagna: rispetto ai colleghi delle province confinanti le loro retribuzioni sono inferiori del 30-40%. Sono sottopagati rispetto ai colleghi di Trentino e Val d'Aosta e persino di stazioni sciistiche dell'Appennino laziale. I benefici arrivati dai Mondiali di sci dell'85, ma anche tutte le occasioni successive con l'assegnazione di gare di Coppa e altre manifestazioni di primo piano, hanno arricchito tutti lasciando però al palo questi lavoratori che invece si assumono spesso notevoli rischi. Gli incidenti in cui restano coinvolti, talora pagando con la vita come è accaduto l'anno scorso in Valmalenco, sono piuttosto frequenti.
Esplode la rabbia dei cassintegrati Fiat di Termini Imerese: voli paralizzati a Palermo, mille passeggeri a terra, blocchi ferroviari. Il prefetto allarga le braccia. I sindacati meditano uno sciopero europeo. Marzano al Senato: "Il governo sta verificando se ci siano margini per salvare posti di lavoro".
Per iniziativa della Cgil e della Fiom, una delegazione di lavoratori esposti all'amianto si è incontrata ieri con il Prefetto di Brescia, Anna Maria Cancellieri, chiedendo di essere sostenuti nella proposta di ritiro dell'articolo 47 del decreto 269 che cancella i benefici previdenziali legati a questo problema. In pratica, nega il diritto di andare in pensione anticipata. A Brescia, dove le patologie da amianto conclamate sono 118, gli operai che hanno fatto domandasono più di 3mila e operano in 120 aziende. Soltanto 400, però, hanno ricevuto risposta. E ora arriva il colpo di spugna. Il Prefetto ha proposto un incontro con i parlamentari bresciani per approfondire la questione in una provincia tra le più penalizzate del Paese.
Un incontro con i lavoratori e uno con i dirigenti del consorzio Unisan. Sono quelli che terrà la conferenza dei capigruppo consiliari lunedì prossimo per cercare di risolvere la vicenda degli otto addetti della Rsa Calamatta non ancora riassunti dopo il passaggio dell’appalto dalla Res Nova all’Unisan, risalente ormai al luglio scorso. Nel capitolato d’appalto era prevista la riassunzione di tutte le maestranze. Cosa invece non avvenuta per otto di loro. Non solo, ma al personale assorbito è stato applicato un contratto di tipo cooperativo e non quello privatistico di cui avrebbero diritto.
Una sconfitta nel foro per il professor Pietro Ichino, studioso di tematiche del lavoro ed editorialista del Corsera. Secondo il giudice del lavoro di Milano, il riposo settimanale è inviolabile: è infatti illegittimo lavorare più di sei giorni consecutivi in base alla Costituzione, al Codice civile e a una legge del '34. Il giudice milanese ha dato ragione ad alcuni tecnici di palcoscenico del Teatro alla Scala che sostenevano di avere fatto turni di lavoro dai sette ai 15 giorni consecutivi nel periodo 1996-2001. La difesa del teatro era affidata al professor Pietro Ichino. La sentenza, in primo grado di giudizio, è stata resa nota dallo studio legale degli avvocati Stefano Chiusolo, Mario Fezzi e Maurizio Borali, patrocinatori dei dipendenti. Il giudizio potrebbe avere conseguenze per tutti i lavoratori, fatta eccezione per quelli compresi nelle deroghe della normativa. Il giudice Santosuosso ha dato ragione ai lavoratori dichiarando illegittimo il comportamento della Scala e condannando il teatro al pagamento di una somma di denaro ai dipendenti. La normativa del 1934 è stata ora sostituita dal decreto 66 del 2003 che mantiene gli stessi principi, salvo aumentare le deroghe al diritto al riposo settimanale.
Si è aperto ieri nel tribunale di Bergamo il processo per la morte di 14 operai (altri 4 sono gravemente malati) che per vent'anni avevano lavorato nel reparto "Pfa-pezzi speciali" dello stabilimento di Sabbio della Dalmine. Secondo l'accusa, il tumore ai polmoni che ha portato a morte i lavoratori tra la metà degli anni '90 e l'inizio di quest'anno è da attribuire all'inalazione di polveri di amianto derivanti dalla lavorazione di prodotti coibentanti. Imputati di concorso in omicidio colposo plurimo i tre direttori dello stabilimento che si sono succeduti nell'incarico dal 1970 al 1978 Giuseppe D'Antoni, Giorgio Lania e Massimo Pugliese. Tutti e tre hanno sempre respinto gli addebiti sostenendo che all'epoca non si conosceva la pericolosità dell'amianto e che comunque le norme allora vigenti venivano fatte rispettare con rigore e che quindi la morte degli operai non può essere collegata a una loro responsabilità. Alcuni operai hanno riferito sui sistemi di lavorazione nel reparto dei pezzi speciali. Sono previste almeno cinque udienze prima della sentenza. Gli operai, come spiega Luciano Ongaro, l'avvocato che segue le cause alla Dalmine sin dalla prima morte per amianto accertata, nel 1991, erano in continuo contatto con la sostanza tossica, senza nessuna forma di protezione. Il reparto Pfa contava 80 postazioni saldatura, dove venivano montati dei grossi tubi per i metanodotti. Come materiale di raffreddamento, veniva utilizzato proprio l'amianto, avvolto intorno ai tubi sotto forma di fogli spessi 5 centimetri. I fogli di amianto venivano movimentati a mani nude, tagliati con coltelli e forbici dagli stessi operai, tutte operazioni svolte senza uso di guanti e mascherine. Tanta era la poca informazione dei lavoratori sulla pericolosità dell'amianto, che molti, almeno fino a quando non fu istituito il servizio mensa, usavano anche consumare la "schiscetta" (borsa con il pranzo) seduti sopra i fogli. E ancora, altri operai restavano nel reparto Pfa anche di notte, fermandosi a dormire tra un turno e l'altro. Le stesse polveri venivano scopate via con una semplice ramazza, come si fanno i lavori di pulizia in casa. Tutti rischi ai quali i lavoratori sono rimasti esposti dagli anni '40 fino alla fine degli anni '80. Solo a fine dei '70 sono arrivate le prime mascherine, che non tutti usavano, e a metà anni '80 l'amianto è stato parzialmente sostituito da involucri di ceramica. Amianto che, una volta eliminati i fogli, fino al 1992 è rimasto comunque presente negli impianti fissi. Negli anni '90 sono arrivati i primi processi, e se la causa di ieri riguarda una ventina di operai, si calcola che i morti alla Dalmine di Sabbio potrebbero raggiungere la cifra di 40.
Altri 190 operai posti in cassa integrazione dalla Fiat sono stati reintegrati da una sentenza del tribunale di Milano. Prosegue il presidio delle portinerie, per ottenere dal governo e dalla Fiat impegni precisi, anche per applicare il "piano della mobilità sostenibile" concordato con la regione: l'avvio ad Arese di attività di progettazione e costruzione di veicoli a basso impatto ambientale.
Dopo un anno di vertenza la Cosmos, la fabbrica livornese di minisommergibili midget nata nel 1956, è fallita. Le sottili speranze legate a una trattativa in corso con una società che potesse in extremis rilevare l'azienda indebitata fino al collo, sono infatti cadute. Se mai, tra l'altro, fossero state in piedi. Per questo, anche se manca l'ufficialità, si è appreso da fonti sindacali che la fabbrica avrebbe chiuso i battenti in seguito alla nota istanza di fallimento presentata dai lavoratori senza stipendio da mesi. Un altro pezzo storico dell'industria livornese, quindi, se ne va e con lei 70 posti di lavoro. La vicenda della società Cosmos che dalle mani del suo fondatore Pucciarini, ex ufficiale della X Mas, è passata negli anni '90 all'italocileno Augusto Giangrandi, si chiude dunque nel peggiore dei modi. A gennaio fu raccontato che la crisi societaria nasceva dalla revoca del nulla osta di segretezza (Nos) al proprietario Giangrandi. Da qui la necessità che la fabbrica venisse rilevata da qualcuno in grado di far proseguire la produzione, ferma già da tempo e con i lavoratori senza paga da mesi. L'allora amministratore delegato Lucio Moriconi presentò una cordata che sembrava in grado di risolvere ogni problema (compreso il debito di 10 milioni di dollari nei confronti proprio di Pucciarini), cordata che però sparì nel nulla. Questo il commento di Luca Romiti della Rsu: "Nonostante io e mia moglie abbiamo perso il posto, di fronte a quanto accaduto in Iraq, è meglio che chiuda un'azienda come questa che fabbrica minisommergibili da guerra che una società di giocattoli".
Le segreterie territoriali della Fiom Cgil e della Uilm Uil hanno convocato gli operai della Nuova Scaini per informarli sui contenuti dell’intesa tra la Cme, acquirente dello stabilimento, e il liquidatore. Secondo quanto emerso a Roma, la fabbrica di batterie per auto dovrebbe riavviare la produzione entro gennaio. Nei successivi diciotto mesi dovrebbero rientrare al lavoro 92 dei 147 dipendenti. Il condizionale è d’obbligo, quando si parla di Nuova Scaini. Negli ultimi tre anni sono stati sottoscritti decine di accordi che prevedevano la riapertura dello stabilimento, ma neanche uno è stato rispettato.
Per i lavoratori degli stabilimenti Cirio è arrivata l'ora della mobilitazione. Dopo un'estate fortemente tormentata, in cui si è rischiata la mancata apertura dell'impianto di San Polo di Podenzano e la risoluzione positiva della vicenda grazie alla richiesta di ammissione all'amministrazione straordinaria, i problemi per i dipendenti sembrano oggi ben lontani dall'essere risolti. Per questi motivi i sindacati di categoria hanno indetto uno sciopero generale per tutta la giornata di lunedì 17 novembre. La mobilitazione è stata concordata anche con i dipendenti degli altri due stabilimenti di Cirio Del Monte Italia: quello di San Felice (Modena) e di Caivano (Napoli). Nelle ultime settimane, i sindacati hanno fatto una minuziosa operazione di "censimento", per rilevare i crediti di ogni singolo dipendente. Alla prima udienza del Tribunale fallimentare della capitale sono state, infatti, presentate le istanze per le ammissioni in passivo: in sostanza, ciascun lavoratore ha prospettato ai giudici i crediti che può vantare rispetto all'Azienda prima del 7 agosto, data in cui è stata depositata la richiesta di amministrazione straordinaria. Cresce anche la preoccupazione dei 230 dipendenti attualmente in servizio a Podenzano, per i quali il futuro in azienda rimane ancora un'incognita destinata a sciogliersi solo nel momento in cui si chiariranno le prospettive di rilancio dell'intero gruppo.
Nella mattinata di ieri, i 16 operai dello stabilimento di Lacedonia hanno deciso di riunirsi in assemblea permanente. L'obiettivo è quello di provare a smuovere l'ambiente dopo il nulla di fatto dell'incontro istituzionale in Provincia. I lavoratori da luglio non ricevono stipendi e dal primo ottobre continuano a presidiare un'azienda senza padrone. L'impostazione è quella di una chiusura totale del capitolo Mulat gest: gli stessi lavoratori hanno chiesto il fallimento della società per inadempienze, e l'inizio di un nuovo capitolo.
Il provvedimento interessa circa 270 lavoratori di questo distretto industriale del bresciano. Trentacinque sono i dipendenti della Bal (Becchetti Angelo; maniglieria) dove la Cassa, iniziata il 3 ottobre proseguirà fino al 19 dicembre (12 settimane in totale). Alla Inox Beck (Becchetti Giacomo, posateria) Cassa per 35 dipendenti: le 13 settimane sono comprese tra il 15 settembre e il prossimo 14 dicembre. Alla Frabosk (casalinghi, 100 addetti) delle 13 settimane richieste finora ne sono state utilizzate 2; prosegue il confronto azienda-sindacato. Alle 12 settimane conclude in settembre, per gli 80 addetti della Mepra (casalinghi) se ne sono aggiunte altre 11 dal 6 ottobre al 19 dicembre. Dieci settimane di Cassa anche per i 20 addetti della Paber (illuminazione per esterni), dal 13 ottobre al 19 dicembre.
I lavoratori del pastificio di via Schiva, oggi incroceranno le braccia per 4 ore, metà turno di lavoro. L'astensione è stata proclamata al termine dell'assemblea svoltasi presso lo stabilimento. Il mandato è stato concesso in ragione di un ordine di servizio emesso dai rappresentanti della proprietà: a detta dei sindacati, hanno abbandonato il tavolo delle trattative di una vertenza aperta sui temi dell'organizzazione del ciclo continuo, della pausa mensa e dell'orario degli impiegati.
2Ci è giunta appena la notizia della morte sul lavoro di un operaio rumeno addetto (in subappalto) alla costruzione dei nuovi padiglioni della BolognaFiere. Siamo di fronte ad una morte annunciata: le condizioni di sicurezza sul lavoro all'interno dell'eterno cantiere delle fiere sono da troppo tempo gravissime. Chiunque abbia avuto l'occasione di entrare nel recinto della BolognaFiere tra una esposizione ed un'altra non poteva non notare l'assenza di minime misure di sicurezza: lavoratori sui tetti senza protezione, i caschi di protezione o cinghie di sicurezza, i padiglioni all'amianto e questo solo per fare qualche esempio. [...] Sicuramente la direzione della BolognaFiere troverà a chi scaricare le responsabilità di questa morte, ma la responsabilità di questa azienda è evidente a tutti: chi dovrebbe coordinare e vigilare sul rispetto delle norme sulla sicurezza? La direzione della BolognaFiere. La RdB/CUB da tempo solleva la questione sicurezza come uno dei principali problemi dei lavoratori dell'azienda e dei lavoratori che vi operano in appalto. I carichi di lavoro e i tempi di "consegna" per la realizzazione delle opere sono un invito a nozze per ogni tipo di incidente e la stessa privatizzazione della BolognaFiere non fa che incentivare ogni logica di taglio ai cosiddetti "tempi morti" e di riduzione dei "costi". La RdB/CUB indice lo stato di agitazione e sciopero di tutti i lavoratori per denunciare l'insostenibilità di questa situazione."
L'Assemblea di Palazzo Madama ha votato l'emendamento che restituisce ai lavoratori dell'amianto una parte dei riconoscimenti normativi che il governo, con il maxidecreto collegato alla finanziaria, aveva spazzato via. Ora quei lavoratori che hanno maturato alla data del 2 ottobre, il diritto al conseguimento dei benefici previdenziali previsti dalla legge sull'amianto, pure in assenza dei requisiti per la pensione, potranno essere al riparo dalle disposizioni "taglia-diritti" dell'art. 47 del decretone. Questa è una vittoria dell'iniziativa unitarie dei lavoratori
I lavoratori della Centrale del Latte di Trento hanno proclamato ieri uno sciopero che partirà questa sera e durerà fino a domani sera. Ad accendere le polveri il licenziamento di un dipendente invalido cui ieri è stata comunicata l´interruzione del rapporto di lavoro. Secondo i sindacati, il presidente della Centrale del latte Franco Brunori si era impegnato a sospendere i licenziamenti dei due dipendenti di fascia protetta fino al consiglio d´amministrazione di lunedì. Invece ieri è arrivato il primo licenziamento. Il lavoratore interessato verrà riassunto, ma solo con contratto a termine, alla Comcast. La cosa, però, non tranquillizza gli altri 37 dipendenti della Centrale che temono anche per il loro posto di lavoro. La paura è che la proprietà non abbia un piano di rilancio della Centrale e che proceda alla cieca.
Proclamazione dello stato di agitazione alla Palmas Cave di Sant'Antioco (CA). La prima manifestazione di protesta contro il blocco degli stipendi di novembre e dicembre è stato un sit in ai cancelli della Cava. Gli 86 operai, attualmente impiegati nel recupero ambientale, hanno protestato davanti ai cancelli. Per mezz’ora hanno impedito ai camion di una ditta privata di entrare e uscire. Successivamente nel corso di una assemblea, organizzata dai sindacati aziendali insieme alla Fulc, i lavoratori hanno sollecitato ancora una volta l’incontro con il presidente della Giunta regionale. Ciò che fa paura è l’incertezza.
Per questo mese niente assegno, gli hanno detto. E chissà per quanti altri mesi, deve aver pensato l’operaio della Pm srl (ditta d’appalto nella Portovesme (CA)) che ieri mattina si è arrampicato su un camino della fabbrica. In completa solitudine l’uomo, un cinquantenne di Portoscuso, ha raggiunto quei capannoni, per lui così familiari, conosciuti sempre in attività e ora silenziosi. In pochi minuti ha guadagnato la sommità della torre e lì è rimasto per qualche ora, fino a tarda mattinata, incurante degli inviti a scendere. Disperato perché il quindici di questo mese, giorno di paga per gli appalti, a casa sua (come in tante altre) non arriverà neanche un euro. Per convincerlo a scendere dal camino devono intervenire i familiari, solo allora abbandona quel palcoscenico così scomodo, da cui per una mattina ha voluto urlare tutta la sua disperazione di padre e uomo senza stipendio. Il clima è di nuovo teso sul fronte degli appalti: la cassa integrazione sembrava cosa fatta, da Roma era arrivata la notizia che il decreto stava per essere firmato dal ministro Maroni, per poi passare all’attenzione del Consiglio dei Ministri. Ma qualcosa sembra essersi inceppato.
La vicenda dei 326 lavoratori del polo tessile fondato a Riesi sei anni fa dall'imprenditore Pietro Capizzi, che da gennaio saranno ammessi alla Cassa integrazione, approderà nelle aule di giustizia. Gli ormai ex dipendenti del Polo tessile del Mediterraneo sono decisi a recuperare tutti i crediti vantati nei confronti del loro ex datore di lavoro, crediti che ammontano ad oltre 10 mila euro per ognuno degli oltre trecento dipendenti di quello che fu considerato "un miracolo industriale". Prima hanno tentato di raggiungere un accordo e si sono rivolti alla Commissione provinciale di conciliazione vertenze economiche presso l'Ispettorato del lavoro di Caltanissetta, ma in questa sede quello che fu il loro "patron" e che chiamava le sue maestranze "i miei ragazzi", non si è mai fatto vedere. L'ufficio vertenze ha ricevuto un fax inviato da Pietro Capizzi con il quale chiedeva "un congruo rinvio" della discussione per non meglio precisati motivi, ma ciò non gli è stato accordato e quindi il tentativo di conciliazione è fallito, per cui gli ex lavoratori del Polo tessile per recuperare – se sarà possibile – le somme vantate, intraprenderanno le vie legali.
Anche il vescovo di San Marco Argentano e Scalea, interviene nella vicenda della Marlane tenendo la messa nello stabilimento di Praia a Mare dell'azienda del gruppo Marzotto per la quale è stato dichiarato lo stato di crisi. Parole di condanna senza appello per scelte imprenditoriali che siano prive di contenuti etici. L'azienda ha preso la decisione di trasferire nella Repubblica ceca il reparto tessitura dello stabilimento di Praia a Mare, con conseguente messa in mobilità di 191 lavoratori. La situazione è critica: due dipendenti dello stabilimento fanno lo sciopero dalla fame, altri sei si sono arrampicati su un silos e minacciano di gettarsi nel vuoto se l'azienda non rivedrà le sue decisioni. Il vescovo Crusco ha espresso il proprio sostegno alla protesta dei lavoratori, chiedendo alla Marzotto di garantire la continuità produttiva dello stabilimento di Praia a Mare e di revocare la decisione di chiudere il reparto tessitura, perché "i lavoratori non sono soltanto un merce di scambio". Oggi, intanto, si terrà al ministero delle Attività produttive, una riunione convocata dal sottosegretario Giuseppe Galati, con la partecipazione dei sindacati e della Marzotto, per tentare di trovare una soluzione alla vertenza.
Il Sult (Sindacato unitario lavoratori trasporti) ha proclamato lo stato di agitazione dei suoi aderenti dipendenti del Consorzio "Algese 2" che, dal primo novembre dello scorso anno, gestisce in regime di appalto i servizi aeroportuali dello scalo aereo di Sigonella. Il Sult in una sua nota fa presente le ragioni dell'agitazione, ricordando che sin dalla sua costituzione "ha prontamente intrattenuto con il Consorzio relazioni sindacali che però non possono essere ritenute normali a causa dell'inaccettabile comportamento dell'azienda la quale, sin dal principio, ha convocato gli altri sindacati da una parte e il Sult dall'altra. Addirittura - prosegue la nota - ad un recente incontro tenutosi all'Ufficio provinciale del lavoro di Catania, il Consorzio ha persino dichiarato e sottoscritto nel verbale negativo di quella riunione, che gli altri sindacati sono il suo "interlocutore principale", confermando così l'antisindacalità nei confronti del Sult". Il Consorzio e gli altri sindacati hanno sottoscritto un accordo definito "contratto integrativo" con il quale sono riusciti a peggiorare le condizioni retributive e organizzative del lavoro pre esistenti: tutto ciò è stato fatto senza il consenso dei lavoratori che, come è prassi consolidata in questi casi, vengono messi nelle condizioni di esprimere il loro pronunciamento con apposita consultazione referendaria. Il Sult - tanto per le ragioni di merito, quanto per quelle di metodo - non solo non lo ha firmato, ma ha diffidato il Consorzio dall'applicarlo ai propri iscritti. Fino a questo momento, però, l'azienda ha fatto "orecchio da mercante". Il Consorzio, secondo il Sult, si è reso autore di gravi violazioni, quali la mancata corresponsione dell'elemento distinto della retribuzione e lo stravolgimento dell'organigramma, non riconoscendo le mansioni superiori ai lavoratori, ha iniziato a licenziare, senza aluna motivazione, i neo assunti, ed ha macroscopicamente violato la legge sulla sicurezza. Il Sult ha proclamato lo stato di agitazione.