| lunedi 18 agosto 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
E-mail: cen_doc_lotta@yahoo.it
Fax 06233213975
09/08-14/08/2003
È successo lungo il secondo binario della stazione ferroviaria di Pordenone all'operaio Edoardo Sgrazzutti , 54 anni, di Sacile, folgorato da un cavo dell'alta tensione. L'uomo, che è ora ricoverato in prognosi riservata all'ospedale di Pordenone, è scampato alla morte grazie al tempestivo intervento dei suoi quattro colleghi, tutti dipendenti della Rfi (Rete ferroviaria italiana). L'operaio infortunato è il caposquadra, il più esperto del gruppo e anche tra i più prudenti. Evidentemente non era ancora il suo momento. E' rimasto vivo dopo una scarica di 3mila volt; molto probabilmente è stato importante che avesse i guanti. Secondo una prima ricostruzione, l'uomo è rimasto folgorato dall'alta tensione per avere urtato accidentalmente il cavo della linea ferroviaria, che in quel momento non era interrotta.
Si chiamano patti territoriali e sono lo strumento attraverso il quale lo Stato finanzia progetti per iniziative imprenditoriali nelle aree depresse del paese (con erogazioni a fondo perduto fino al 70% dell'investimento privato), con l'obiettivo di rilanciare l'economia e creare occupazione. Si distinguono dai contratti d'area, con i quali invece si cerca di favorire la ripresa di un territorio in crisi economica attraverso l'abbattimento del costo del lavoro (25-30%) ed una maggiore flessibilità concordata con i sindacati. Secondo i dati diffusi dal ministero delle Attività Produttive, aggiornati a marzo 2002, sono state finanziate 347 iniziative per i patti territoriali di prima generazione (nel Mezzogiorno) e 2092 per quelli di seconda generazione (Italia intera). "Il totale delle erogazioni - riferisce il ministero - è di 851,5 milioni di euro su 3096,9 programmati, con stati di avanzamento migliori per i patti di prima generazione e quelli comunitari" (per i quali sono stati erogati 115,7 milioni di euro pari al 43% dell'impegnato). Ai patti di seconda generazione sono andati 329,3 milioni di euro (in larghissima misura nel Mezzogiorno). Sono stati inoltre finanziati 18 patti agricoli (12 nel sud) per 22 milioni di euro. Consistenti (519 milioni di euro) sono anche le erogazioni per i contratti d'area.
Allarme occupazione nelle industrie fabrianesi. Il gruppo Elica ha avviato la mobilità per 23 dipendenti, alla Met i lavoratori ricevono da qualche mese lo stipendio con ritardi di 25 giorni di media. Il gruppo Merloni minaccia la messa in cassa integrazione per il prossimo autunno e la Fabercarta ha messo in mobilità una quota consistente di lavoratori. Lo denuncia la consigliera regionale di sinistra democratica Cecchini con una interrogazione al presidente della Regione Marche.
"Abbiamo avuto conferma che le sue condizioni di salute la rendono inidoneo allo svolgimento della quasi totalità delle mansioni che le sono state assegnate di addetto al magazzino": la Conad del Tirreno si affida a queste poche parole contenute in un anonimo telegramma (senza firma di un dirigente) per far sapere al dipendente e delegato sindacale Emilio Loi, cagliaritano 56enne, che è stato licenziato. Per capire le motivazioni che hanno portato l'azienda di Pistoia a cancellare Loi dal proprio organico bisogna fare qualche passo indietro. Aveva un contratto a tempo indeterminato dal 1983, alla Coop. Con la cessione del ramo d'azienda, meno di tre anni fa era passato alla Conad. Nel settembre dell'89 Loi è colpito da un infarto. La Coop lo destina all'ufficio merci. Passato alla Conad viene trasferito al cosiddetto "piazzale", preparazione e stoccaggio merci nel magazzino bevande di Sestu, pochi chilometri da Cagliari. Ha svolto questo lavoro per un anno e mezzo senza alcun problema, sino a che l'azienda non ha deciso di intensificare i controlli sanitari. Sottoposto a visite sempre più frequenti, fatte alla Asl e da cardiologi, il cui referto più recente lo dichiara "Idoneo al controllo merci preparate e alla gestione del piazzale di sosta, non idoneo permanentemente all'assemblaggio e alla movimentazione carichi". Il responsabile dell'azienda in Sardegna, Michele Orlando dice che "Emilio Loi è un operaio preposto alla preparazione e assemblaggio merci, la motivazione del licenziamento è stata espressa molto chiaramente nel telegramma. Non potevamo dargli altri incarichi, e tanto meno potevamo trasferirlo in un ufficio dove abbiamo personale in esubero". Gli hanno offerto quasi 22 mila euro, un periodo di malattia e 4 anni di mobilità. Ma non ha accettato perché non sarebbe comunque arrivato all'età pensionabile e avrebbe avuto 4 anni scoperti. In attesa dei risultati dell'impugnazione, Emilio Loi riflette sui guai della sua categoria: "I miei problemi sono quelli di tanti altri colleghi. Adesso, con la tendenza a dare in gestione i servizi a cooperative esterne, le aziende della grande distribuzione stanno tagliando sul personale. Chi resta è sottoposto a notevoli carichi di lavoro. Da noi esistono dei premi di produttività: ti incoraggiano anche economicamente se riesci a movimentare una media di 125 colli al giorno. Ma se non ci riesci, scatta la lettera di ammonizione".
Non si prospettano tempi sereni per gli ex collaboratori coordinati e continuativi. Con l'entrata in vigore della riforma Biagi entro la fine di quest'anno, infatti, nell'8,4% dei casi rischiano di perdere il posto, mentre ben nel 64,2% si vedranno proporre dalle aziende un contratto che secondo i nuovi parametri viene definito "a progetto", continuando dunque la lungodegenza nel mondo del precariato. I dati appena elencati, però, non riguardano tutto l'esercito di quei due milioni di precari nel nostro paese, bensì i dipendenti delle associazioni artigiane e delle piccole imprese nel Nordest. L'inchiesta è stata portata avanti dal Centro studi sintesi per conto della Cgia di Mestre, che ha intervistato oltre 300 imprenditori della zona. Ma i risultati potrebbero facilmente essere generalizzati, tenendo presente che al Sud la situazione potrebbe risultare più complessa, e che in ogni caso quell'area è un ottimo specchio dell'applicabilità della riforma fortemente voluta dal governo. Le imprese in questione arrivano anche a 50 addetti e operano appunto nelle regioni del Nordest: Emilia, Romagna, Friuli, Veneto e Trentino. Almeno un'azienda su 10 ha intenzione di proporre ai "collaboratori" di aprire una partita Iva (pagando autonomamente i contributi). Al momento dell'intervista, avvenuta nell'ultima settimana di giugno, solo il 43% degli imprenditori era al corrente delle trasformazioni con la riforma Biagi. Infine sull'aria che tira intorno al cambiamento delle figure professionali i dati non sarebbero incoraggianti. Perché addirittura il 78,5% dichiara che la "trasformazione" favorirà il lavoro nero. Mentre se il 48% degli intervistati meglio informati non vedono particolari problemi nella conversione dal rapporto di collaborazione al nuovo tipo di contratto, una consistente fetta (22,1%) si mostra pessimista, soprattutto per l'impossibilità di definire un progetto per il collaboratore (18,9%).
Non tutti i lavoratori riescono ad affrancarsi dalla precarietà dopo un anno di contratti temporanei: quasi la metà (il 47,7%), secondo uno studio del Censis per Italia Lavoro, l’Agenzia tecnica del ministero del Welfare per le politiche attive sul lavoro, si ritrova nelle stesse condizioni dopo 12 mesi. In Italia il fenomeno interessa oltre un milione e mezzo di occupati, una quota pari a un lavoratore dipendente su dieci. Fra questi, solo uno su tre (il 33,2%) riesce a fare il salto e a trovare un’occupazione permanente nel giro di un anno. Ma non è tutto qui. Da tre anni nel nostro Paese si assiste al fenomeno del «lavoro a termine per sempre»: la quota di lavoratori che passano da un’occupazione temporanea a una più stabile rimane ferma sugli stessi livelli, con una maggiore concentrazione nel Mezzogiorno.
Si è regolarmente tenuto l'incontro con le organizzazioni sindacali di categoria e l'ARSSA di Cosenza. Principali temi all'ordine del giorno della riunione sono stati l’avvio dei lavoratori per la stagione estiva in corso e la verifica per il riconoscimento e la liquidazione del premio di partecipazione Aziendale. La novità sarebbe la decisione di operare, come risposta al precariato ed in linea con quanto già annunciato in uno dei precedenti incontri, un incremento delle giornate per i lavoratori stagionali utilizzati presso gli impianti di risalita e locali ricettivi, con l'obiettivo non marginale di raggiungere le complessive novanta giornate lavorative nell’arco dell’anno in corso. Questa decisione, ha affermato il Presidente dell’ARSSA, rappresenta un ulteriore onere di circa 60.000,00 Euro, nella già pesante situazione finanziaria dell’Agenzia.
"Fare uno spettacolo in una cava di porfido è come farlo in un cimitero". Francesco Piscioli, in rappresentanza del Movimento per i diritti, ha distribuito volantini all'ingresso dello spettacolo dal titolo "Suolo e sottosuolo" (teatro, danza e percussioni) che si è tenuto alla cava di porfido Val di Sari di Fornace. Nei volantini si ricorda il dramma umano di tutti i lavoratori che si sono ammalati di silicosi. Piscioli proponeva un momento di memoria e riflessione: "Questa cava - si legge nel volantino - ha sfruttato gli operai, giorno dopo giorrno, approfittando della loro salute e della loro disponibilità per soddisfare il loro bisogno di autonomia economica. Il porfido ha creato certamente benessere; non per tutti in modo uguale!". Lavorare il porfido - prosegue il testo - significa rimanere ore ed ore a tagliare, squadrare "L'oro rosso" (titolo di un libro): sempre più in fretta, magari senza tener conto delle norme di sicurezza per raggiungere il quantitativo giornaliero di decine di quintali". Ma la silicosi e il cancro del polmone - si legge - "sono sempre in agguato".
L'Atm spa di Piombino ha licenziato qualche giorno fa un dipendente, adducendo come motivazione del grave provvedimento un presunto atto di vandalismo (rottura di un vetro), che lo stesso avrebbe compiuto oltre tre mesi fa ai danni di un pullman sul quale prestava servizio. Il dipendente, Roberto Bartoli (iscritto al Sult/Cnl), respinge le accuse e contesta il licenziamento. L'Atm, peraltro, non risulta avere comunicato tale provvedimento alle Rappresentanze sindacali dei lavoratori né aver rispettato le garanzie procedurali obbligatorie in casi simili. Le rappresentanze sindacali, in segno di protesta, hanno proclamato lo stato di agitazione appena ne sono venute a conoscenza, e cioè alla vigilia del periodo feriale, quando non sono praticabili altre forme di agitazione sindacale, ai sensi della disciplina dell'esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici. Il licenziamento è stato oggetto unicamente di un'inchiesta interna, suffragata da una perizia tecnica di parte commissionata al fornitore del vetro infranto; perizia la quale, d'altronde, in sé e per sé non contraddice la versione fornita dal lavoratore.
Gli arsenali italiani sono in crisi. Il decreto Tremonti ha confiscato buona parte dei 45 milioni di euro pubblici destinati al loro riammodernamento. A La Spezia, come a Siracusa, come a Taranto, casi emblematici di fallimento dell'industria militare di Stato, arrivano (quando arrivano) solo briciole. E se la ristrutturazione è la condizione che il governo pone a legittimazione di una loro qualche sopravvivenza pubblica, il sottosegretario alla difesa, Filippo Berselli, frena sulla possibilità di una soluzione immediata. Per l'esercizio finanziario corrente, le casse statali dispongono solo di 11 milioni di euro. Quota che gli arsenali dovranno spartirsi. A Taranto la situazione più drammatica: da quasi un anno le 50 aziende dell'indotto non vengono pagate, 7 milioni di euro per lavori arretrati (riparazione e manutenzione di unità navali e sommergibili), 13 per quelli da ultimare. Circa un migliaio i posti a rischio. I lavoratori, diretti e indiretti, si organizzano insieme. Da due mesi le Rsu hanno costituito un coordinamento di forte resistenza al progetto di privatizzazione voluto dal governo. "Qui si svuotano le professionalità per svendere il pacchetto a qualche multinazionale", dice Salvatore Stasi, dei Cobas, uno dei 2000 dipendenti diretti, membro del coordinamento. Vogliono un arsenale pubblico che sappia aprirsi ai privati: meglio che lasciare mano libera ai militari. L'indotto arsenale si occupa di manutenzioni, attività che il governo vorrebbe esternalizzare verso le stesse industrie che producono navi, prima fra tutte la Fincantieri. Per sbloccare la vertenza la Fiom chiede un tavolo ministeriale. A questa vicenda se ne intreccia un'altra. Cinque cantieri navali, da trent'anni al servizio dell'Industria di base a Taranto, rischiano lo sgombero. L'ordinanza, firmata dal sindaco di FI, Rossana Di Bello, ha contestato la violazione dell'art. 55 del regolamento di polizia ambientale. I cantieri non avrebbero rispettato le norme igienico-sanitarie, ed entro 90 giorni dovranno mettersi a norma. Un ennesimo ultimatum che a Taranto potrebbe costare altri posti di lavoro. Le ditte interessate fanno manutenzione sulle imbarcazioni da pesca, ma anche nell'appalto arsenale e Ilva. Segno di una contrazione generale di quell'enorme indotto Taranto che dopo la privatizzazione del siderurgico e la crisi dell'arsenale non ha saputo trovare altre strade.
Dopo la vittoria milanese, la Fiom incassa un altro risultato importante a Torino, dove il giudice del tribunale del lavoro Vincenzo Ciocchetti ha reso pubbliche le ragioni che l'hanno indotto a condannare la multinazionale torinese. Il giudice torinese, motivati in maniera ancora più puntigliosa tutti i comportamenti antisindacali della Fiat, conclude però senza sanzionarli, ritenendo troppo complicato entrare nel merito tecnico di un'organizzazione del lavoro che nel frattempo è stata ampiamente modificata. Ma la Fiat deve "porre rimedio al dolo", cioè rivedere le azioni messe in atto con comportamenti antisindacali. Il giudice torinese ha dato ragione alla Fiom - e nei prossimi giorni dovrebbero essere depositate le motivazioni di una sentenza dello stesso tenore, in relazione a un ricorso analogo avanzato dal SinCobas - per le seguenti ragioni: 1) in seguito all'accordo del dicembre scorso a Palazzo Chigi tra Fiat e governo, contrarie tutte le organizzazioni sindacali, l'azienda ha proceduto a formulare le liste con cui 8.100 lavoratori sono stati espulsi dalle fabbriche in tutt'Italia. Ma i criteri con cui sono state selezionate le vittime sacrificali da mettere in cassa integrazione a zero ore, contesta la Fiom torinese e conferma il giudice, non sono stati oggetto di informazione e confronto con il sindacato più rappresentativo, la Fiom appunto. 2) La Fiat non ha comunicato le ragioni per cui non è stato scelto il criterio della cassa integrazione a rotazione che avrebbe evitato le espulsioni. 3) L'accordo separato firmato il 18 marzo dalla Fiat con Fim, Uilm e Fismic non ha valore sindacale, in quanto non è stata seguita la prassi che prevede il diritto delle Rsu di fabbrica di riunirsi e votare l'ipotesi di accordo.
Sono destinati ai lavori forzati i due operai metalmeccanici dell'azienda statale Ferro Alloy che a marzo 2002 avevano manifestato nella città nord-orientale di Liaoyang contro i licenziamenti senza liquidazioni, arretrati e pensioni. Xiao Yunliang e Yao Fuxin, arrestati e condannati a 4 e 7 anni di reclusione, questa settimana sono stati trasferiti al carcere di Yingkou, cui seguirà il loro impiego in pesanti turni di lavoro. Gli attivisti per i diritti sindacali del China labour bullettin (Clb) da tempo chiedono la liberazione dei due o quantomeno gli arresti domiciliari. Ora pretendono almeno le cure mediche, dato che si starebbero sempre più aggravando le loro condizioni fisiche. Xiao è ormai quasi cieco e sulla sedia a rotelle. Ma le autorità negano ogni concessione. Gli operai di Liaoyang, dove ormai la disoccupazione raggiunge anche il 60% e le fabbriche di stato continuano a chiudere, non smettono di protestare contro il congelamento delle liquidazioni e, nell'indifferenza del sindacato di stato e nel divieto della libera associazione, anche di denunciare la grave corruzione che ha portato alla crisi dell'azienda e ai licenziamenti.
Il giudice Mb Shah della Corte suprema indiana mercoledì ha bocciato definitivamente la domanda di approvazione dello sciopero generale, indetto dalle sigle della funzione pubblica nello stato meridionale del Tamil Nadu. L'azione, partita alla metà di luglio, aveva portato al blocco degli uffici pubblici con la partecipazione di oltre un milione di dipendenti determinati a impedire nuovi tagli alle pensioni e a chiedere stipendi più alti. Il governo del Tamil Nadu ha risposto con il licenziamento in tronco di 176 mila persone, appellandosi al divieto di interruzione di servizi essenziali, nonché all'arresto di circa 6 mila manifestanti per presunti disordini. Le maggiori sigle degli statali hanno dovuto chiedere l'intervento della magistratura per fare riassumere gran parte dei licenziati e presentare scuse formali all'amministrazione.
Il governo della giunta militare birmana sta negando il futuro a un'intera generazione, visto che ai minori sono impedite la normale istruzione e le minime cure mediche. In Birmania "ci sono le peggiori forme di lavoro minorile - dicono i ricercatori della Cisl internazionale - dall'esercito all'edilizia, dalle miniere alle faccende domestiche". La maggior parte dei genitori deve contare sul lavoro dei figli per sopravvivere, costringendoli ad abbandonare la scuola e a prestarsi a ogni genere di fatica.
Nuovo appello dei sindacati colombiani, dopo l'ennesimo omicidio, per la protezione dei propri dirigenti, vittime di intimidazioni e attentati ormai quotidiani. Carlos Barrero Jiménez, delegato della sigla nazionale della sanità pubblica (Anthoc), è stato assassinato da paramilitari non identificati il 23 luglio, vicino l'ospedale di Baranquilla, mentre aspettava l'autobus per tornare a casa. Con Jiménez, sale a 42 il numero dei sindacalisti morti ammazzati dall'inizio dell'anno nel paese. Questa settimana i suoi compagni hanno rinnovato al governo la richiesta di protezione speciale, ancora sicuramente insufficiente e inadeguata. L'attivista di Baranquilla era impegnato nell'opposizione ai piani di privatizzazione dei servizi sanitari della provincia e aveva anche denunciato alcuni dirigenti per corruzione e sottrazione indebita di fondi pubblici destinati all'ospedale locale. Gran parte del personale paramedico non riceve lo stipendio da 8 mesi e sono sempre più frequenti i casi di licenziamento senza giusta causa. Un sistema che l'Anthoc combatte da anni e che ora rischia di aggravarsi con la vendita ai privati - voluta dallo stesso presidente Alvaro Uribe - di tre cliniche tra le città di Cartagena e di Tolima. Il sindacato colombiano della sanità conta oltre 27 mila iscritti, sono 94 i membri assassinati finora.
Dopo 12 giorni tra l'amministrazione comunale di Corleone (Sicilia) e la Cgil alla fine è stato raggiunto un accordo che garantisce il servizio di pulizia e l'occupazione dei sette operai licenziati lo scorso 31 luglio. L'intesa, articolata in due punti, contiene una soluzione per l'immediato e un'altra in prospettiva. Dai primi di settembre, infatti, gli operai torneranno tutti in servizio, mediante un'associazione di volontariato che, più che un salario, garantirà a ciascuno di loro un rimborso spese forfetario di non meno di 400 euro mensili. Per il 2004, invece, l'amministrazione ha accolto la proposta sindacale di creare uno strumento per garantire un servizio di qualità ed un lavoro vero, contrattualmente garantito, per gli operai. Con l'accordo sindacale, siglato ieri mattina, è stata fatta giustizia anche ai 6 operai disabili, che fino all'anno scorso prestavano servizio nella cooperativa sociale "Millennium", rimasti disoccupati dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose di quest'ultima. Da settembre, anche loro saranno impegnati nella pulizia dei locali comunali.
La Giunta regionale Campana ha confermato, in queste ore, l'impegno di spesa di 15 milioni di euro per far fronte allo stato di agitazione dei lavoratori dei consorzi dei bacini addetti alla raccolta differenziata a causa dei ritardi nel pagamento dei salari mensili. L'agitazione ha coinvolto, nei mesi scorsi, anche 28 operai del Consorzio di Bacino Sa 3 che, dopo un primo periodo di incertezza, quasi un mese fa hanno ottenuto i compensi arretrati. Da un mese, infatti, i 28 lavoratori hanno ripreso la loro normale attività.
Porto Torres Benvenuti in Sardegna, terra di sole, mare e disoccupazione. È il messaggio consegnato simbolicamente dai lavoratori licenziati da alcune aziende del petrolchimico ai turisti giunti ieri a Porto Torres a bordo della Splendid. Gli operai della Proges e della Sicies, con in tasca le lettere di collocamento in mobilità, hanno bloccato per alcune ore lo sbarco di auto e passeggeri. Molti turisti hanno faticato prima di capire le ragioni del blocco: due ore e mezzo sotto un sole africano per poi scoprire di essere finiti nel bel mezzo di una manifestazione sindacale. Molti hanno protestato, anche vivacemente: "Contesto questo modo di fare", ha detto una giovane turista di Bergamo. "Perché far subire disagi ai turisti? Che c’entriamo noi con la politica della Sardegna? Siamo venuti qui per trascorrere un breve periodo di vacanza, lontano dallo stress del lavoro, e invece…". Gli animi si sono tranquillizzati solo quando polizia e carabinieri hanno convinto i manifestanti a togliere il blocco. A quel punto centinaia di auto hanno cominciato a muoversi lentamente verso l’uscita del porto industriale, imboccando finalmente la strada che porta alle tanto desiderate vacanze. I lavoratori invece resteranno nel centro turritano per cercare di difendere i loro posti di lavoro. Alcune ore dopo la protesta, il sindaco Gilda Usai Cermelli ha chiesto l’immediata sospensione dei provvedimenti. In una lettera indirizzata all’assessore regionale all’Industria e al presidente del Comitato per l’area di crisi, il primo cittadino ricorda un verbale d’accordo sottoscritto il 5 marzo scorso presso la Regione in cui veniva assunto l’impegno di ricercare tutte le soluzioni alternative alla mobilità. In serata, la precisazione di Confindustria: il provvedimento è stato concordato con le organizzazioni sindacali.
Si complica la vicenda legata al rinnovo del contratto degli autotrasportatori di bietole da zucchero da parte della Sadam di Fermo. Un tira e molla che dura ormai da un paio di settimane e che rischia di far saltare la campagna periodica dello zuccherificio. Da una parte la Fai (Federazione autotrasportatori italiani), che chiede un aumento del nove per cento, dall'altra i vertici dirigenziali della Sadam che non sono disposti a trattare sull'ordine di certe cifre. Alla Sadam tutti gli operai e gli impiegati sono in ferie forzate per mancanza di lavoro da svolgere. Lo stabilimento è paralizzato in attesa del tanto sospirato accordo. I sindacati dicono di non comprendere "l'atteggiamento della committenza in quanto la firma dell'accordo sarebbe per loro pesato, in termini economici in maniera molto limitata. Creare questo grande disagio agli agricoltori e a chi per decenni ha svolto le attività di trasporto e collaterali" non incentiva la coltura della barbabietola che "in campo agricolo riveste un ruolo tra i più importanti".
"Vogliamo il lavoro che per anni il padrone ci ha fatto fare in nero". Ismail ha 22 anni, è uno dei 6 marocchini licenziati da Francesco Girardi, titolare del caseificio America di Gioia del Colle. Il padrone Girardi aveva un'ottima ragione per licenziarli: si erano iscritti alla Flai Cgil. "Abbiamo il permesso di soggiorno, ma questo paese ci impone di elemosinare i nostri diritti", dicono i lavoratori. Gioia del Colle, sede della base dell'aeronautica militare da cui partivano i caccia per la guerra in Kosovo, è anche la capitale della mozzarella. I latticini prodotti nei grandi poli industriali di Capurso e Granarolo e quelli confezionati nella miriade di piccoli caseifici a conduzione familiare giornalmente sbarcano a Milano e a Roma, dove vengono venduti a 3 euro al pezzo. Ed è nel settore caseario, di cui la famigerata azienda America fa parte, che i migranti subiscono gravi ed estenuanti vessazioni. Questi lavoratori si erano già incatenati ai cancelli del caseificio per ottenere un salario equo. Redoiane, uno degli operai, ha 29 anni, parla appena l'italiano eppure in quell'azienda ha lavorato per 4 anni in nero e per 10 mesi con contratto. Tutto in regola dopo la sanatoria, se non fosse che i loro stipendi rispetto a quelli corrisposti ai 25 dipendenti italiani erano cosa irrisoria: 400mila lire al mese prima e dopo il contratto, per 12-13 ore di lavoro al giorno in condizioni disumane. "Eravamo tutti operai ma a noi toccavano sempre i lavori più duri. E non potevamo rifiutarci". Nonostante questo supersfruttamento, i migranti erano assunti con contratto a tempo indeterminato. Almeno stando alle carte. I 6 operai hanno denunciato tutto, ottenendo, per motivi giudiziari, una proroga di sei mesi al permesso di soggiorno. Il processo a carico del titolare del caseificio - a cui la pubblica accusa, su ricorso della Flai Cgil, contesta la violazione dell'art. 28 dello statuto dei lavoratori (licenziamento antisindacale) e ne chiede il reintegro ex art. 700 - si aprirà il 15 settembre. Solo due mesi fa, su intimazione del magistrato il datore di lavoro ha pagato gli stipendi arretrati da due mesi. L'azienda nella prima udienza ha sostenuto che il licenziamento era motivato da un forte atto d'insubordinazione da parte dei 6, facendo riferimento alla protesta davanti ai cancelli. Il titolare si era buttato a terra e aveva dichiarato ai carabinieri di essere stato aggredito: la vicenda è tutta da chiarire. Ma la vendetta dell'indomito padroncino non si limita a questo: ora se ne va in giro per il paese a esortare gli altri imprenditori a guardarsi bene dall'assumere i migranti che lo hanno denunciato.
Incidente mortale la scorsa notte nel porto industriale di Cagliari, a bordo della nave danese "Anna Maer". Un operaio di 38 anni, Costantino Aramu, stava lavorando a una gru quando è stato colpito dal portellone di chiusura, pesante 40 tonnellate, che lo ha schiacciato contro il fianco della nave. Inutili i soccorsi. Aramu stava bloccando i container già posizionati sul ponte di coperta. Un altro operaio sempre con una gru, stava per chiudere la stiva con il portellone. Quest'ultimo ha cominciato a vibrare, ha colpito il fianco della nave ed è quindi finito contro Aramu. Di fianco a lui c'era un collega, che è riuscito a evitare l'impatto.
Dopo una lunga e laboriosa trattativa ieri pomeriggio è stata siglata l'intesa sindacale di gruppo della settima realtà creditizia italiana, la Bpu Banca. A sancire l'intesa, ieri a Roma, alla sede dell'Abi-Associazione Bancaria Italiana, la direzione aziendale del gruppo nato a luglio scorso dalla fusione a tre tra le banche Popolare di Bergamo, Popolare Commercio e Industria e Popolare di Varese e Luino, e tutte le sigle sindacali del mondo del credito: Fiba-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca-Uil, Falcri, Fabi, Sindirigenticredito. Un'intesa che riguarda gli oltre 15 mila dipendenti del gruppo Bpu Banca e che, sulla scia di quanto previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro in caso di concentrazioni societarie, stabilisce tutte le procedure e tutte le armonizzazioni operative e strutturali. Secondo i sindcati Fiba-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca-Uil e Falcri "i contenuti dell'accordo sono pienamente rispondenti agli obiettivi che ci eravamo posti all'inizio della trattativa: salvaguardare in modo equo e solidale i diritti e le condizioni, non solo del personale più direttamente interessato dal processo di integrazione, ma anche di tutti coloro direttamente e indirettamente interessati dalla nascita del nuovo gruppo". L'intesa sindacale raggiunta si basa su due documenti: il "Protocollo sul Piano di aggregazione" del nuovo gruppo bancario Bpu e l'accordo per l'accesso al "Fondo di solidarietà per il sostegno del reddito, dell'occupazione e della riconversione e riqualificazione professionale del personale del credito". Quest'ultimo formalizza nei numeri e nelle modalità la riduzione degli organici che, a progetto di fusione annunciato, il nuovo gruppo Bpu Banca aveva di fatto già anticipato. L'intesa raggiunta prevede la fuoriuscita morbida (quindi con l'accesso al fondo nazionale per l'incentivazione all'esodo) per 993 lavoratori che scendono a 932 considerate le fuoriuscite già realizzate in Carime. In particolare, l'intesa prevede la fuoriuscita incentivata per i lavoratori che siano prossimi alla maturazione dei termini per l'accesso alla pensione. E che queste avvengano in modo graduale da qui al giugno 2006. Per quanto riguarda la suddivisione del «peso» delle fuoriuscite per azienda, l'intesa prevede entro la fine del 2006 di 222 esuberi alla Bpu, 40 alla Banca Popolare di Bergamo, 163 alla Banca Popolare Commercio e Industria, 407 alla Carime (di cui 169 distaccati in Bpu) e 100 alla Banca Popolare di Ancona. Fuoriuscite che saranno «spalmate» su cadenze semestrali partendo con una sessantina di fuoriuscite da realizzarsi già entro la fine del 2003. A settembre l'intesa passerà all'esame delle assemblee dei dipendenti.
Quattro operai licenziati da due aziende del polo petrolchimico di Porto Torres sono saliti ieri a 70 metri d'altezza sulla torre dell'impianto del fenolo. I quattro hanno annunciato che non interromperanno la protesta fino a quando non riceveranno garanzie sul loro futuro e su quello dei loro colleghi. Due giorni fa, per protestare contro i licenziamenti decisi dalle società Sicies e Proges per la progressiva smobilitazione del settore petrolchimico, i lavoratori avevano bloccato per oltre due ore lo sbarco dei passeggeri in arrivo con un traghetto nel porto industriale di Porto Torres