| domenica 23 febbraio 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
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14-18/02/2003
Un anno di cassa integrazione straordinaria per 125 lavoratori dell'unità produttiva di Legnano di Ansaldo Energia. Il provvedimento, con decorrenza dal prossimo 10 marzo, si inserisce - a detta dell'azienda - nella "strategia di risanamento finalizzata al consolidamento competitivo sui mercati internazionali, realizzata, per i suoi aspetti produttivi ed industriali, in particolare con la concentrazione delle attività aziendali sul business della power generation".
Hanno annunciato lo sciopero della fame e della sete e si sono incatenati davanti al ministero del lavoro una cinquantina di lavoratori socialmente utili (Lsu), in prevalenza donne, provenienti dalla Val Vibrata in Abruzzo. Chiedono che il ministero eroghi i fondi e si faccia coordinatore del progetto per la loro stabilizzazione, tramite la costituzione di una società mista multiservizi a prevalente partecipazione pubblica. Nel frattempo Cgil, Cisl e Uil di Calabria e Basilicata hanno dichiarato lo stato di agitazione di tutti i 337 lavoratori ex Lsu impegnati presso il Parco del Pollino ed hanno preannunciato, che se sarà necessario, procederanno al presidio dell'Ente Parco e all'autoconvocazione dei lavoratori presso il Ministero del Lavoro.
L'assoluzione se l'aspettavano. Non è stata uno choc come al processo per
Porto Marghera. L'aveva chiesta, e per ben due volte, lo stesso pubblico
ministero Giulio Benedetti, convinto che non ci sia la prova del rapporto di
causa e effetto tra l'amianto e la morte per tumore di sei ex operai della Breda
Fucine di Sesto San Giovanni (fabbrica chiusa da tempo). Parenti, ex colleghi
pensionati e Comitato per la difesa della salute se l'aspettavano a tal punto
l'assoluzione che avevano già pronti striscioni e comunicati per gridare la
loro rabbia contro una sentenza che afferma che uccidere i lavoratori in nome
del profitto non è reato. Ma quando il giudice Elena Bernante ha terminato la
lettura del disposiivo della sentenza, che manda assolti due ex dirigenti della
Breda Fucine di Sesto perché "il fatto non sussiste", la protesta
nell'aula 7 del tribunale di Milano è stata intensa. Hanno gridato
"Vergogna", "Assassini", "Bastardi". Hanno invaso
l'emiciclo dell'aula per stendere sotto la scritta "La legge è uguale per
tutti" uno striscione che recita "Operai della Breda uccisi due volte:
dall'amianto e dai giudici". Hanno occupato l'aula e solo dopo un'ora
polizia e carabinieri sono riusciti a convincerli a uscire. Nei corridoi e fuori
dal palazzo di giustizia hanno continuato a manifestare il loro sdegno.
Oltre ai familiari dei sei colleghi deceduti, l'operaio Mastrandrea era una
delle parti lese di questo processo. La sentenza dice che non c'è la prova che
il suo tumore sia stato causato dalle fibre di amianto che ha respirato
lavorando per anni nel reparto "verniciatura aste" della Breda Fucine.
"Si respirava in gran quantità polvere di molatura. Lo dicevamo ai capi,
loro ci rispondevano che le cose andavano così e ci davano mezzo litro di latte
come antidoto", racconta il pensionato. "Ora i capi sono stati assolti
come se non fosse successo nulla. Pensavo ci fosse un po' di giustizia, ma
quella ormai è riservata solo ai padroni".
Una giustizia riservata a chi ha i soldi, quindi di classe, commenta Michele
Michelino, ex operaio della Breda animatore del Comitato che ha raccolto dati
sul killer amianto; in 11 anni di attività e di lotte il Comitato ha presentato
19 denunce e elencato 70 morti. Denunce archiviate, eccetto quella giunta ieri a
sentenza e un'altra per cui il processo inizierà a settembre.
Per le morti operaie non paga mai nessuno, commenta Piergiorgio Tiboni,
coordinatore nazionale della Cub.
Per Sandro Clementi, avvocato di parte civile, la formula "il fatto non
sussiste" è particolarmente inquietante, non tiene conto della verità
accertata che l'amianto alla Breda c'era. L'unica possibilità per rimettere in
discussione l'assoluzione di ieri è un'eventuale condanna di un folto gruppo di
ex dirigenti Breda nel processo che inizierà a settembre.
Il 2003 in Lombardia è iniziato con 17 infortuni mortali sul lavoro, 7 dei
quali in provincia di Milano. L'ultima vittima in città è di ieri: si stratta
di un operaio edile colpito e ucciso da una pala meccanica. Cgil, Cisl e Uil
milanesi hanno roganizzato un convegno, dove alcune centinaia di Rls (i
rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza) si sono riuniti in assemblea
alla Sala della provincia, poi sono andati in corteo alla prefettura perché
trasmetta al governo le loro richieste. La più pressante, dato che oltre la metà
degli omicidi bianchi continua a verificarsi nell'edilizia, è il ripristino
della task force contro il lavoro nero nei cantieri, definita nel 2000 proprio
in prefettura. La non osservanza da parte delle aziende delle normative e la
scarsa informazione e formazione dei lavoratori sui rischi sono tra le cause
degli infortuni. Su scala nazionale, nel 2001 sono stati oltre un milione e
hanno fatto 1.433 morti. Pur tenendo conto dell'allargamento della platea
lavorativa, gli infortuni sono in costante crescita. Da ciò si potrebbe dedurre
che la legge 626, in vigore ormai da un decina d'anni, non è riuscita a
scalfire le cause "tecniche" degli infortuni. Un alibi per padroni e
governo per mandare al macero la 626 o, quanto meno, per controriformarla. Con
due obiettivi: depenalizzare i reati e far decidere dalle aziende quali
interventi per la sicurezza sono compatibili con le esigenze produttive.
L'efficacia della 626 resta comunque un problema: applicarla in un paese dove il
95% delle imprese conta meno di 10 addetti è la prima difficoltà oggettiva.
Altra difficoltà oggettiva sono le innumerevoli tipologie del rapporto di
lavoro. Erano co.co.co 4 dei 41 morti sul lavoro nel 2001 a Milano e provincia.
Se è difficile controllare la fabbrica tradizionale, inseguire la fabbrica
diffusa è materialmente impossibile.
Eleggere ovunque gli Rls è uno degli obiettivi che si è data l'assemblea di
ieri. Nella più grande azienda di Milano, il comune con i suoi 20 mila
dipendenti, gli Rls non ci sono. Tutto il pubblico impiego, e non solo a Milano,
è in forte ritardo sulla 626.
La Uil presenta la sua proposta di legge sull'estensione dei diritti, scritta
da Pietro Ichino: abolisce la soglia dei 15 dipendenti, ma punta al ribasso,
cancellando di fatto l'articolo 18 per tutti. Sono previsti infatti diritti
uguali sopra e sotto i 15 dipendenti, ma a decidere, dopo aver riconosciuto
l'illegittimità del licenziamento, sarà il giudice, che potrà ordinare la
riassunzione (pagamento degli stipendi solo dal momento della sentenza), il
reintegro (pagamento anche degli arretrati, dal licenziamento fino alla
sentenza), o un risarcimento (calcolato secondo il "danno futuro",
ovvero il danno arrecato al lavoratore, diverso nel caso che sia ad esempio un
giovane diplomato o un anziano con bassa scolarità).
Gianpaolo Patta, di Cgil Cambiare Rotta, attacca la proposta di Angeletti
dicendo che "è peggiore della delega 848bis, la proposta del governo sulla
modifica dell'articolo 18". Il risultato della proposta UIL sarebbe quello
di fare perdere i diritti anche a chi li ha già, ovvero i 12 milioni di
lavoratori protetti dall'articolo 18.
La nuova legge potrebbe essere approvata come sostitutiva del referendum dalla
Corte costituzionale? Secondo il giuslavorista Piero Panici "il rischio c'è,
perché estende a tutti un principio, togliendo la soglia". Secondo Patta,
invece no perchè nella motivazione dei giudici che hanno ammesso il quesito è
scritto che si chiede "una tutela reale, ovvero il reintegro nel posto di
lavoro nelle stesse modalità delle aziende sopra i 15 dipendenti". Dunque
potrebbe essere ammessa solo una legge che soddisfa questo principio.
Il miraggio di tremila posti di lavoro a Napoli può scatenare una vera
rivolta popolare: è quello che sta avvenendo in questi giorni dopo lo stallo
dell'intesa firmata da governo, regione Campania e provincia di Napoli lo scorso
22 luglio che prevede lo stanziamento di 15 milioni di euro per le imprese che
intendono assumere disoccupati ultratrentacinquenni. Mentre proteste, cortei e
occupazioni, per chiedere la verifica dei criteri d'accesso, mettono in
ginocchio la città, le istituzioni locali e nazionali - incapaci a fronteggiare
disperazione e precarietà diffusa - non riescono a far decollare il progetto
contestato da più fronti. L'occupazione per due giorni della cattedrale di via
Duomo, il blocco della stazione centrale - che ha diviso per nove ore l'Italia
in due - l'assedio del comune, i cortei che si snodano in punti diversi del
centro cittadino mandando il traffico in tilt, sit-in per intere giornate
davanti gli uffici della Regione sono solo l'esplosione di un malessere che
covava da tempo.
La risposta delle imprese agli incentivi fino a questo momento è stata pressoché
nulla: sono solo 200 le opportunità di lavoro proposte ai disoccupati dopo il
finanziamento. Il piano nato dall'intesa tra governo e enti locali inoltre si è
dimostrato simile agli sgravi fiscali e alle misure già presenti sul
territorio, quindi è diventata un'aggiunta inefficace.
Quando Italia lavoro - l'agenzia interinale incaricata di smistare le richieste
dei disoccupati e decidere le priorità - ha inviato le prime lettere per i
colloqui è successo un putiferio per i criteri d'inserimento. Chi, come, quando
e perché ha ricevuto la raccomandata? I movimenti "storici" puntano
il dito contro "i professionisti della piazza". Gli squali della
precarietà, ossia organizzatori di disoccupati (alcuni anche vicini agli
estremisti di destra) che quanto si apre una vertenza appetibile spuntano come i
funghi, entrano di forza nelle trattative e cercano di accaparrare quanti più
posti è possibile per poi rivenderli a poveri cristi disposti a tutto. Per il
Movimento dei disoccupati organizzati - Edn, Coordinamento di lotta per il
lavoro, gli autorganizzati di Acerra - rappresentano un problema non secondario.
Sia perché scendono in piazza confondendo le acque, sia perché gettano
discredito su chi si è sempre battuto per ottenere il sacrosanto diritto al
lavoro.
E mentre migliaia di disoccupati scendono in piazza quotidianamente l'unico
rimedio pronto in tasca da parte dell'amministrazione sembrerebbe un tavolo in
prefettura sull'ordine pubblico per limitare le proteste ad un corteo al giorno.
La risposta delle liste di lotta è scontata: "Manifestazioni a oltranza -
dicono i disoccupati - sia chiaro a tutti, noi non abbiamo bisogno di alcun
permesso per manifestare. All'assessore al Traffico, Esposito, che dice di
volere al massimo un corteo al giorno diciamo di badare ai propri
problemi". Ieri, la protesta si è spostata a Pompei: per alcune ore è
stato bloccato l'ingresso agli scavi. Intanto, il Gip di Napoli ha imposto a 19
aderenti al Movimento di lotta per il lavoro l'obbligo di firma tre volte la
settimana. Sono accusati di incendio doloso di autobus e cassonetti delle
immondizie, occupazione di chiese.
Il 90 per cento dei collaboratori coordinati e continuativi, meglio noti come "Cococo", ha un solo committente. Questa particolare formula contrattuale nasconde quindi un lavoro non regolarizzato. Lo afferma il commissario dell'Inps, Gian Paolo Sassi, che ieri ha illustrato davanti alla Commissione di vigilanza degli enti previdenziali una ricerca effettuata nel 2001, una indagine, ha spiegato lo stesso Sassi, che se pur datata, risulta comunque assai significativa. Il numero attuale dei Cococo si è stabilizzato intorno a 2.300.000. Ma si tratta di una cifra sproporzionata perché appunto il 90 per cento di questi lavoratori ha un solo committente e quindi non fa altro che svolgere un lavoro non regolarizzato.
I sindacati della scuola rispondono con durezza agli annunci del governo per eventuali esuberi e quindi tagli nell'ambito del corpo insegnante. Tali tagli sono ritenuti inaccettabili, oltre a essere un attacco al diritto all'occupazione sono anche un attacco al diritto allo studio.
Il segretario confederale della Cgil, Gian Paolo Patta, chiede che si dia corso alla chiusura rapida del contratto nazionale dei pubblici dipendenti. Patta giudica positivamente l'avvio della fase finale del negoziato per i dipendenti dei ministeri, ma chiede che si stringano i tempi anche per tutte le altre categorie dei pubblici. Per la scuola è scandaloso che il ministro del tesoro non abbia ancora certificato le reali disponibilità per il rinnovo del contratto della scuola. Per quanto riguarda le 40 ore e in generale l'orario, Patta ricorda che devono essere i contratti a determinare gli orari.
Oggi i lavoratori di Cos manifesteranno a Roma con un presidio in via Nazionale per protestare contro la decisione unilaterale della loro azienda di passare tutto il personale dal contratto dei metalmeccanici a quello del commercio. Le Rsu contestano il metodo e il merito delle decisioni aziendali basate sulla trasformazione al ribasso delle garanzie contrattuali.
15 febbraio 2003
L'assessore alle attività produttive Duccio Campagnoli, ex segretario della
Camera del lavoro, venerdì scorso ha organizzato un convegno sul lavoro atipico
dal titolo "Il nuovo lavoro autonomo (non più atipici)". Proprio
questa definizione è stata il pomo della discordia che ha indotto la Cgil a
denunciare come il lavoro atipico sia caratterizzato per la gran parte da
condizioni di lavoro prive di diritti. L'iniziativa della regione parlava di un
pezzo ben più piccolo di quei due milioni di lavoratori che, pur avendo
contratti di collaborazione coordinata e continuativa, svolgono mansioni da
lavoratore dipendente (il 90% dei 2.320.131 iscritti al fondo di gestione
separata Inps), cioè di quella fetta di lavoratori atipici che negli ultimi tre
anni hanno ottenuto dall'amministrazione regionale finanziamenti per progetti di
acquisto di strumenti di lavoro o per la formazione personale. L'Emilia Romagna
è l'unica regione ad aver attuato le indicazioni europee sul sostegno ai nuovi
lavori intervenendo con 6 milioni di euro in tre anni. Nello specifico, però,
le 969 persone che hanno ottenuto un finanziamento nel 2002 - che per il 65% dei
casi si dicono soddisfatti della retribuzione e solo il 40% aspira a diventare
dipendenti - non sono certo l'esercito dei CoCoCo impiegati in tutte le aziende
della regione.
Nella maggior parte dei casi il lavoro atipico è fatto da lavoratori dipendenti
senza la garanzia di un contratto nazionale. Per di più, porre la discussione
in quei termini proprio in questo periodo è stata una scelta non casuale ma
politicamente premeditata. La tendenza da parte di imprese pubbliche e private a
utilizzare sempre di più lavoratori precari, a costi più bassi e senza nessuna
garanzia è il problema centrale da affrontare oggi. La stessa regione
Emilia-Romagna ha contribuito a fondare imprese senza dipendenti che vivono sul
lavoro di interinali e CoCoCo. E' un attacco al contratto nazionale.
La Cgil nazionale ha avanzato la proposta di legge che si oppone alle proposte
del governo figlie del Patto per l'Italia. Per il lavoro atipico, l'idea di base
è la modifica dell'articolo 2094 del codice civile che definisce il rapporto di
lavoro subordinato, per comprendere all'interno del "lavoro per conto
terzi" sia il lavoro dipendente che quello CoCoCo. A questo nuovo
"tipo" di lavoratore sarebbero applicati tutti i diritti sanciti dallo
statuto, compreso l'articolo 18. Le uniche deroghe riguarderebbero
l'organizzazione del lavoro, a seconda che la gestione della mansione sia
affidata al datore o al lavoratore.
EUROPA.
Gran parte del no deciso della vecchia Europa all'attacco all'Iraq viene dalle
organizzazioni sindacali. In Francia, la confederazione Cgt ha rivolto un
appello ai propri iscritti affinché non cadano nell'errore
dell'antiamericanismo e li ha invitati alla solidarietà verso i pacifisti
americani e britannici. Nel Regno Unito, è ormai insanabile la frattura tra le
Unions e il primo ministro laburista. La centrale sindacale Tuc ha indetto un
incontro nei giorni scorsi per ribadire il rifiuto netto della guerra e
dell'intervento inglese. Il segretario della sigla dei ferrovieri Rmt, Bob Crow,
voce della sinistra radicale alternativa a Blair, già prevede un crollo di
consensi per il partito alle elezioni amministrative di maggio. Tra le altre
organizzazioni che si oppongono alla guerra c'è la centrale norvegese Lo,
apertamente contraria al ruolo di polizia internazionale assunto
dall'amministrazione Usa. La federazione tedesca Dgb, invece, insiste
sull'urgenza di sradicare il terrorismo soprattutto con "la lotta alla
povertà, alla miseria, all'oppressione politica e all'esclusione sociale".
La Confederazione dei sindacati europei (Ces) tornerà a ripetere la propria
posizione sul conflitto lunedì, in Grecia, in occasione del summit
straordinario indetto dal presidente di turno dell'Unione, Constantinos Simitis.
AFRICA E MEDIO ORIENTE.
La centrale sindacale sudafricana Cosatu si è subito associata al presidente
Thabo Mbeki, che da settimane invita gli Stati uniti a cercare una soluzione
alternativa al conflitto. Ai sindacati africani non sfugge neanche che Israele
continua a sviluppare armi di distruzione di massa nella piena impunità. In
Medio Oriente, intanto, il coro di no va dai sindacati giordani, a quelli
libanesi, a quelli iraniani. "Nonostante la guerra con l'Iraq, sostenuto
dagli stessi Stati uniti, abbia prodotto più di 250 mila vittime tra la nostra
popolazione - dicono le sinistre e i rappresentanti dei lavoratori in Iran -
respingiamo l'idea di un altro conflitto, perché finirebbe per devastare solo
l'economia e le infrastrutture sociali irachene, aumenterebbe fame e malattie.
Inoltre - aggiungono - si distoglierebbe l'attenzione dal conflitto in Israele e
dall'oppressione del popolo palestinese". Ai 20 milioni di disoccupati
attuali nella regione - secondo Ibrahim Qweidar, direttore dell'Organizzazione
araba del lavoro a Beirut - se ne aggiungerebbero molti altri con
ll'interruzione dei progetti di sviluppo avviati finora nell'industria e nel
turismo.
ASIA E PACIFICO.
La politica del governo conservatore di John Howard, tradizionale alleato
dell'asse angloamericano, spinge le principali organizzazioni australiane del
lavoro a contrastare con una forza particolare la nuova Guerra nel Golfo. In
tutto il paese le manifestazioni indette da associazioni umanitarie, partiti,
enti religiosi e sindacati vanno avanti da settimane, in preparazione di quella
di sabato 15 nelle principali città. Sabato scorso cinquemila persone hanno
sfilato per Wollongong, a sud di Sidney, nella più grande marcia per la pace
dai tempi della seconda guerra mondiale. I sindacati promettono mobilitazioni
sempre ancora più intense anche contro il coinvolgimento dell'esercito
nazionale. In Nuova Zelanda, il segretario della centrale Ctu, Ross Wilson, ha
voluto incontrare l'ambasciatore americano Swindells per esprimere la propria
preoccupazione di fronte al tentativo del governo Usa di assumere il controllo
totale degli equilibri internazionali.
AMERICHE.
Il dissenso dei sindacati statunitensi alla politica di George Bush è stato
formalizzato martedì scorso con la costituzione, a Chicago, del gruppo United
States labor against the war (Uslaw). Nel lungo dibattito interno alla maggiore
organizzazione della nazione Afl-Cio non sono mancati scontri sul patriottismo e
sulla legittimità dell'azione Onu, ma alla fine oltre cento segretari hanno
sottoscritto il documento, con cui si impegnano a informare gli iscritti sulle
reali motivazioni dell'amministrazione Bush e a combattere la sua scellerata
politica estera. Ciò che interessa di più i lavoratori, in ogni caso, è la
sottrazione di risorse economiche dai servizi pubblici, quali istruzione, sanità
e assistenza. In Canada, il presidente del Canadian labour congress, Ken
Georgetti, ha chiesto al governo liberale di Jean Chretien anche la rimozione
delle sanzioni economiche all'Iraq, che finora - è noto - hanno colpito solo i
civili. Le organizzazioni sindacali dell'America latina sono incoraggiate
nell'azione di protesta dai leader politici come Lula in Brasile e dai
personaggi della cultura come lo scrittore Eduardo Galeano in Uruguay.
Trenta operai della Ibla spa, una fabbrica di detersivi di Ragusa, già di proprietà dell'Eni, sono asserragliati da ieri sera nella torre di atomizzazione, a quota 50 metri, per protestare contro il loro licenziamento. L'atto dimostrativo è stato deciso al termine di un'assemblea che ha portato all'occupazione degli impianti. I lavoratori sono stati licenziati il 3 febbraio scorso con una procedura di mobilità improvvisa. Sette mesi fa il personale della Ibla e delle altre aziende del polo chimico e metalmeccanico ibleo avevano bloccato l'attività dei pozzi petroliferi, per protestare contro la crisi del comparto che sta mettendo in ginocchio altre centinaia di lavoratori siciliani.
Ha una popolazione che conta quasi lo stesso numero di abitanti di una
regione come la Toscana, solo che i confini di questa "terra
sommersa", abitata da circa 3 milioni e 500 mila lavoratori irregolari, si
estendono da Nord a Sud del Paese. E' questa l'istantanea scattata sul mondo
dell'occupazione irregolare dall'Ufficio Studi degli artigiani della Cgia di
Mestre su dati Istat relativi al 2001. In Calabria il 29,2% non ha un contratto
di lavoro che rispetti la normativa vigente. Mentre per la Campania (24,7%) e la
Sicilia (23,6%) le "punte" di irregolarità si abbassano leggermente.
Accanto a queste rilevazioni, poi, l' Ufficio Studi della Cgia di Mestre ha
descritto un panorama ancor pià dettagliato riguardante la tendenza del mercato
del lavoro nero negli ultimi anni. Dal 1995 al 2001 in Italia gli occupati
"irregolari" sono cresciuti dello 0,6% (più 281 mila unità in
termini assoluti), con punte dell'1,3% al Centro, e addirittura dell'1,7% al
Sud. Rimane invariato l'indicatore a Nordest, mentre a Nordovest la percentuale
è scesa dello 0,2%.
Lo sciopero generale cresce e nello stesso tempo cresce il nervosismo dei
rappresentanti delle imprese. In vista delle quattro ore di blocco
dell'industria e dell'artigianato proclamate dalla Cgil per venerdì prossimo
contro "il declino industriale", cresce infatti la mobilitazione di
tutte le strutture del sindacato, ma crescono anche la tensione politica e gli
scontri. Lo sciopero del 21, pensato originariamente come risposta alle
centinaia di crisi industriali aperte (la Fiat è la situazione più eclatante,
ma purtroppo non l'unica), si carica di altri significati: alla protesta contro
il declino della strttura produttiva del paese e la costante emorragia di posti
di lavoro in tutti i settori industriali si sommano infatti la protesta contro
la delega sul lavoro e perfino la ricomparsa dello spettro dell'articolo 18, con
i relativi annunci del ministro Maroni che vuole attuare tutto il Patto per
l'Italia entro giugno, proprio in contemporanea alla battaglia del referendum.
Ma nel bagaglio dello sciopero generale di venerdì ci sono anche tutte le altre
questioni legate alle politiche del governo sul lavoro e il welfare, a partire
dalla delega previdenziale e relativo trasferimento obbligatorio del Tfr ai
fondi pensione. Alla vigilia dello sciopero, sono intanto ancora i
metalmeccanici a far discutere con la loro decisione di raddoppiare le ore.
Decisione che farà scattare le sanzioni pecuniarie della Federmeccanica contro
tutti gli operai che decideranno di astenersi dal lavoro. Il direttore di
Federmeccanica, Roberto Biglieri, ha detto che la sua organizzazione non si
accontenta della lettera della Fiom con la quale il sindacato dei metalmeccanici
della Cgil ha spiegato il motivo dello sciopero e della decisione di portare a
otto le ore di astensione dal lavoro. Biglieri ha detto che Federmeccanica
procederà in ogni caso alle sanzioni pecuniarie contro gli scioperanti.
Il punto di scontro riguarda proprio le otto ore di sciopero indette dalla Fiom:
per Federmeccanica, nonostante le argomentazioni del sindacato, quello sciopero
"è un'azione diretta" sul contratto nazionale, cosa vietata dalle
regole dell'accordo del 1993 (tregua durante le contrattazioni). Per la Fiom, al
contrario, lo sciopero di venerdì non c'entra nulla con il rinnovo del
contratto nazionale di categoria. Quello di venerdì sarà uno sciopero contro
il declino e la mancanza assoluta di una politica industriale degna di questo
nome. Per questo è già deciso che in caso di sanzioni, la Fiom ricorrerà alla
magistratura per difendere il diritto di sciopero di ogni lavoratore. E' questo
il senso di una vera e propria diffida della Fiom contro Federmeccanica. In
particolare la Fiom diffida la Federmeccanica di ricorrere (preventivamente)
alle sanzioni previste dell'articolo 37 del contratto nazionale. La
Federmeccanica è invitata quindi di nuovo a ripensarci.
Proclamato da tutte le sigle sindacali, ha superato l'80% delle adesioni lo
sciopero di quattro ore a Malpensa e Linate dei dipendenti Sea contro 64
licenziamenti e per la clausola sociale. Hanno scioperato anche i lavoratori
della Sacbo, che gestisce lo scalo di Orio al Serio. E il 10 marzo la protesta
coinvolgerà tutti gli aeroporti italiani perché il problema che si è creato
negli scali milanesi è destinato ad allargarsi a macchia d'olio e il sindacato
non vuole che il precedente faccia scuola. Il problema nasce dalla
liberalizzazione - imposta dalla Ue - dell'handling, i servizi a terra (check
in, movimento bagagli, pulizia degli aerei) forniti alle compagnie aeree. Fino a
qualche anno fa li forniva in regime di monopolio la società che gestisce lo
scalo. Adesso, allo scadere dei contratti, le compagnie affidano l'handling alle
aziende che praticano le tariffe più convenienti. Un decreto del 1999 aveva
imposto per 30 mesi la clausola sociale: l'azienda subentrante doveva assumere i
dipendenti di quella uscente, mantenendo i diritti contrattuali nazionali e
aziendali. Decaduta la clausola sociale (la Cgil sostiene che non è vero) le
aziende si sono sentite libere. Così l'Ata, che ha soffiato alla Sea l'handling
per Swissair e Aeroflot, si rifiuta d'assumere i 64 lavoratori della Sea che
finora avevano svolto il servizio per quei vettori. Qualcuno potremmo assumerlo,
dichiara la società che fa capo al gruppo Caltagirone, a patto che non si porti
dietro orario, salario, diritti garantiti dagli accordi Sea.
Un mese fa i sindacati hanno fatto presente al ministero la gravità del caso
Sea. Hanno spiegato che la vicenda non si fermerà a 64 esuberi. Ma non è
cambiato niente.
Il presidente della Sea Giorgio Fossa, in più occasioni, prendendo a pretesto
le conseguenze della guerra "imminente" sul traffico aereo, ha chiesto
al governo d'estendere la cassa integrazione ai lavoratori dell'aria. Ma
l'uscita di Fossa non è ispirata a egualitarismo. Con la scusa di una guerra
che non c'è ancora e che dobbiamo fare di tutto per evitare, Fossa vuole gli
ammortizzatori sociali per gestire la liberalizzazione con meno danni per la Sea.
Sciopero generale di due giorni in Bolivia per protestare contro il piano fiscale del governo. Un risultato è stato però già ottenuto: impressionato per la violenza dei recenti disordini (30 morti) che lo hanno obbligato a revocare la "stangata" sulle imposte suggerita dal Fmi, il presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada ha annunciato tagli alle spese statali, l'azzeramento del suo stipendio e ha proposto una misura cara al movimento "no global": il bilancio "partecipativo". Migliaia di persone sono comunque scese in piazza oggi a La Paz, con slogan ostili al governo e alle politiche basate sulle ricette dettate da Washington e che già hanno massacrato l'Ecuador prima e l'Argentina poi. La scintilla è stato l'annuncio dell'introduzione di un prelievo forzato sugli stipendi fino al 12,5%, per poter contribuire alla riduzione del deficit statale. Persino la polizia ha scioperato, scontrandosi in armi con l'esercito. Sanchez de Lozada ha così deciso una immediata sterzata, revocando il progetto di tassazione e mutando radicalmente la filosofia del suo governo.
Inizia domani con una manifestazione dei precari della scuola, la settimana
di lotta contra la riforma Moratti annunciata dalla Cgil scuola: docenti e
personale Ata protesteranno insieme ai sindacati confederali davanti al
ministero dell'istruzione per dire no all'aumento del lavoro precario e chiedere
nuove immissioni in ruolo. I precari oggi in servizio sono circa 200.000, a
fronte dei quale i posti vacanti sono circa 100.000.
Per giovedì è stata convocata una conciliazione al Miur in seguito alla
mobilitazione annunciata da Cgil, Cisl, Uil e Snals contro la mancata chiusura
della trattativa contrattuale, i tagli di organico e di risorse. L'esito
prevedibilmente sarà negativo. Subito dopo verrà annunciato un nutrito
calendario di lotte e proteste che impegnerà la scuola fino allo sciopero
generale del 24 marzo. Nel mirino, una controriforma che è priva di qualsiasi
copertura finanziaria e le cui eventuali risorse saranno recuperate solo con
riduzioni di posti di lavoro, classi e scuole pubbliche