| martedi 30 settembre 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
E-mail: cen_doc_lotta@yahoo.it
Fax 06233213975
13/09-29/09/2003
Al call center Tim di Bologna hanno ruotato dal 1999 più di mille addette, che ci lavorano qualche mese o forse anni. Finché vuole l'azienda insomma: poi a casa e tanti saluti. Sono interinali, quindi senza diritti o quasi. A fine agosto però una sentenza ha cambiato la storia di una di loro. La Tim ha per anni spiegato a lavoratori e sindacati che doveva ricorrere al lavoro interinale per "ragioni di mercato2. Ma per il giudice del lavoro queste sono considerazioni troppo generali. E l'azienda è stata condannata a reintegrare la lavoratrice, offrirle un contratto di part time a tempo indeterminato e pagarle tutti gli arretrati a partire dal maggio 2002. Ora ci sono altre cinquanta cause aperte. Anche se le varie cause avranno più d'un giudice e qualcuno potrebbe esprimere valutazioni differenti, è comunque una sentenza importante, anche se difficilmente farà testo, perché nel frattempo la legge è cambiata.
Due ore di sciopero con blocco dell'autostrada dei laghi. Dopo la pausa estiva, ieri i lavoratori dell'Alfa di Arese hanno ripreso le iniziative di lotta. Il 9 dicembre scadrà la cassa integrazione e la prospettiva per un migliaio di aresini è di passare dalla padella alla brace. Anche per i 300 che lavorano alle meccaniche il futuro è a rischio, essendo agli sgoccioli la produzione del motore 6 cilindri. l'Aig Lincoln dovrebbe assorbire circa 500 alfisti nel polo logistico che sta allestendo ad Arese e la Regione sta cercando di far decollare il polo per la mobilità sostenibile. Il polo ecologico, sostiene la Cub, ha senso "solo se c'è un impegno diretto della Fiat ad Arese".
Gli esuberi ci sono, ma è presto per quantificarli. Apertura verso l'integrazione con Air France e Klm, e, probabilmente, la privatizzazione, per rendere tutto il processo più fluido. Sembra essere questo il mix individuato dall'Alitalia - e dal governo, principale azionista attraverso il ministero del tesoro - per il rilancio della compagnia. Dopo le voci delle ultime settimane sulle eccedenze di personale - dai 1500 ai 2 mila esuberi, più 3 mila "estromessi" con la vendita di alcuni comparti - arriva la conferma da parte dei vertici, anche se priva di cifre. L'amministratore delegato Francesco Mengozzi e il presidente Giuseppe Bonomi hanno confermato la necessità di un taglio strutturale dei costi: "Il problema degli esuberi in Alitalia esiste - ha detto Mengozzi - ma è presto per fare cifre. Non perché noi non sappiamo quanti sono: lo sappiamo ma ora non lo diciamo". In ogni caso i dipendenti Alitalia sono chiamati a nuovi sacrifici. La Cub trasporti ha già annunciato degli scioperi. In particolare, protestano i dipendenti del settore informatico, un mega ufficio con 600 impiegati e 300 consulenti esterni a rischio dismissione: ieri hanno manifestato davanti al centro direzionale della Magliana, mentre sciopereranno per due ore giovedì 18. Il lavoro in Alitalia è strapazzato da tempo: Mengozzi ha snocciolato le cifre del dimagrimento fin qui condotto: nel 2002 sono uscite 1400 unità, a fronte di 300 assunzioni, mentre è stato innalzato l'indice di flessibilità - l'incidenza dei contratti a termine sul personale totale - dal 10 all'11,5%.
L'ufficio studi della Cgia (la confederazione degli artigiani), elaborando dati dell'Istat, ha misurato la leggerezza delle buste paga (negli ultimi due anni e mezzo l'inflazione si è mangiata gli aumenti contrattuali di quasi tutte le categorie). Ieri ha inquadrato nel mirino il luogo comune bipartisan dei padri garantiti e dei figli precari e l'ha mandato a gambe all'aria. Tra gli assunti nel 2002 la percentuale più alta di aticipità si registra tra gli over 50 e diminuisce con l'abbassarsi dell'età. Si tratta di una scoperta per modo di dire, essendo arcinote le difficoltà degli ultracinquantenni a restare nel mercato del lavoro. C'è un particolare da dichiarare in premessa. Lo studio è stato condotto sulla banca dati dell'Inail che - ci fa notare il sociologo Luciano Gallino - registra gli occupati nei settori considerati a rischio (edilizia, meccanica, chimica, trasporti). Sono circa 9 milioni di addetti, poco più della metà dei lavoratori dipendenti. Pur non coprendo tutto l'universo del lavoro dipendente, l'analisi della Cgia dice una verità risaputa ma occultata da chi "spinge" per alzare l'età pensionabile: per le aziende chi ha superato i 40 anni è un ferro vecchio da dismettere. Questo succede sia nei settori dove il lavoro è manuale sia in un call center o in un ufficio di servizi finanziari. L'Ufficio studi della Cgia ha suddiviso in quattro fasce d'età il milione e 800 mila assunti a tempo determitato nel 2002 e le ha rapportate al totale delle assunzioni per la stessa coorte anagrafica. Il risultato è che il 43% degli over 50 (poco più di 4 su 10) è stato assunto a tempo determinato. Nella fascia d'età 36-50 anni la percentuale scende al 34%, è del 29% per chi ha dai 18 ai 35 anni e tocca il minimo, il 24%, per chi ha meno di 18 anni. Passati i 50 anni non solo è molto difficile trovare una nuova occupazione ma quando la si trova non è neppure fissa. E' questa la plateale contraddizione del "dibattito" sulle pensioni. Da una parte vogliono farti lavorare più a lungo, dall'altra ti sbattono fuori con ampio anticipo sulla pensione, perchè costi troppo.
Alla Fiat Sata di Melfi si è avviata un'intensa stagione di scioperi targati Fiom. Nelle giornate di venerdì e di ieri i dipendenti di diverse unità di produzione (Ute) si sono astenuti per due ore dal lavoro. Il 12 è toccato alla Ute 1 (montaggio vetture) e alla Ute approvvigionamento e allestimento (fornisce i pezzi alle successive fasi di montaggio). Ieri hanno scioperato ancora alla Ute 1 e alla 2, anch'essa di montaggio. Nello stabilimento lavorano 5 mila operai Fiat, più altri mille Marelli e Comau. L'indotto, a cui si estenderanno gli scioperi nei prossimi giorni, conta 3 mila addetti. Le proteste sono indirizzate contro i ritmi insostenibili del Tmc2, sistema di ritmi particolarmente stressante, che ha già procurato all'azienda diverse cause per malattie professionali. Gli operai non riescono più a reggere la "ribattuta", ovvero 12 turni notturni consecutivi. Gli scioperi si inquadrano inoltre nella lotta nazionale per il salario e contro la precarietà: anche alla Fiat vogliono il precontratto Fiom, accordo già firmato in oltre 130 aziende e migliorativo rispetto al contratto separato Fim-Uilm. Un attivo di tutti i delegati Fiom, indotto compreso, ha deciso ieri che la lotta deve proseguire, e dunque nelle prossime giornate ci saranno nuovi scioperi.
Nessuna certezza per i lavoratori della Sonepar di Lamezia Terme, la ditta francese di materiale elettrico che nel luglio scorso ha subito ingenti danni a causa di un incendio. Mertedì mattina, nella sala giunta del Comune di Lamezia Terme, le parti hanno discusso per oltre quattro ore per cercare una soluzione per i 44 dipendenti messi alla porta dalla societa' francese. Il direttore generale Cangiano ha affermato che "solo per 18 lavoratori ci sara' lavoro, sono cioe' i dipendenti della filiali di Reggio Calabria e Crotone che verranno accorpati ed assunti dalla Cangiano. Per tutti gli altri, invece, non c'e' nulla da fare". La Sonepar Calabria e' in liquidazione e quindi non ha nessuna intenzione di aprire nuove sedi, ne' a Lamezia ne' in tutta la regione.
I sindacati finlandesi sono preoccupati per il continuo trasferimento di lavoro nella vicinissima Estonia. Un nuovo allarme questa settimana è stato lanciato dalle sigle dei tessili e dei chimici che rappresentano i circa 4 mila lavoratori dei servizi di lavanderia. Le più importanti compagnie navali, come la Silja line, e molti grandi alberghi preferiscono appaltare il servizio a società che hanno sede dall'altra parte del golfo, in Estonia, raggiungibile con poche ore di traghetto. In base alle ultime stime sulle medie dei salari, emerge una sproporzione notevole tra i due paesi: un operaio estone guadagna circa due euro l'ora, mentre un finlandese ne prende 11, cinque volte tanto. L'ingresso dell'Estonia nell'Unione europea non farà che complicare ulteriormente le cose, secondo la confederazione del lavoro Sak, favorendo il dumping sociale e lo spostamento delle aziende verso le zone meno sindacalizzate dell'UE.
Nello Sri Lanka c'è una grande azienda di Katunayake che si chiama Jaqualanka e lavora per alcune firme dell'abbigliamento Usa come Nike, JanSport, Eastpak. A luglio alcuni attivisti erano riusciti a organizzare un referendum per la costituzione di un sindacato interno alla fabbrica ma solo 17 sui 400 operai hanno votato e aderito, non riuscendo neanche a sfiorare il quorum del 40 per cento. Gli astenuti, secondo i rappresentanti sindacali, sono stati vittima di intimidazioni e molestie da parte della direzione che - con l'appoggio delle autorità locali - si ostina a negare il diritto alla libera associazione e alla contrattazione collettiva per comprimere i costi. Il caso ha richiamato l'attenzione della federazione dei tessili Itglwf che ha presentato al governo dello Sri Lanka e ai ministri del commercio riuniti a Cancun prove e dossier dettagliati sull'antisindacalismo e lo sfruttamento praticati dalla Jaqualanka.
La battaglia per risolvere l’ennesima emergenza dell’industria sarda si gioca su più fronti. Da un lato operai in piazza nel Sulcis, dall’altro, a Palazzo Chigi, Italo Masala e l’ex assessore all’Industria Giorgio La Spisa (che insieme a Mauro Pili stava portando avanti le trattative) hanno incontrato il sottosegretario Letta e il ministro Marzano per riavviare il discorso interrotto. Intanto nella zona industriale di Portovesme si è svolta una manifestazione dei lavoratori dell’industria del Sulcis per salvare i 1200 posti di lavoro nella Portovesme srl e garantire un futuro alle altre industrie della zona. L’agitazione era stata programmata da tempo, in vista del confronto con i sindacati, rinviato però a lunedì prossimo. Allo sciopero hanno aderito anche i dipendenti di Eurallumina, Alcoa, Ila, Enel e imprese d’appalto.
Leonardo come ogni mattina ha preso il pullman che da Forenza lo porta alla piana di San Nicola, all'ingresso dello stabilimento Fiat di Melfi. A differenza dagli altri giorni, però, Lorenzo non è riuscito a entrare in fabbrica: i vigilanti l'hanno fermato al cancello comunicandogli che per ordini superiori non sarebbe potuto entrare per ben tre giorni consecutivi. Senza spiegare la ragione del divieto. Leonardo è un delegato della Fiom, l'organizzazione che da quattro giorni blocca la fabbrica lucana del Lingotto contro l'aumento dei carchi di lavoro, con scioperi a macchia di leopardo - due ore una Ute (Unità tecnologica elementare) e due ore un'altra, non ci vuole molto a fare uno più uno. A questo punto la Fiom ha chiamato il prefetto, è arrivata la polizia ai cancelli e ha registrato la denuncia di violazione dei diritti di Leonardo e dei suoi compagni della Fiom. Si tratta di una rappresaglia della Fiat, a fronte degli scioperi in atto nello stabilimento per rivendicare un miglioramento delle condizioni lavorative e, in particolare, il superamento della cosiddetta ribattuta, che vuol dire 12 turni di notte consecutivi. La direzione aziendale respinge le accuse sostenendo che il delegato doveva scontare una precedente sospensione di tre giorni. Da mesi l'azienda sta procedendo a colpi di provvedimenti disciplinari, in particolare contro i militanti della Fiom. Per quanto riguarda la sospensione, il delegato e la sua organizzazione precisano che la data non era stata comunicata formalmente, secondo i criteri previsti in questi casi: al termine di due ore di sciopero due capi si erano precipitati da Leonardo gridando e minacciando. Lui aveva chiesto di non essere disturbato durante il lavoro perché non intendeva commettere errori. Se avevano qualcosa da comunicargli, aveva risposto, avrebbero dovuto farlo nelle misure previste. Per posta. Il caso del delegato fermato ai cancelli della fabbrica segnala il nervosismo dell'azienda per la riuscita degli scioperi a scacchiera nello stabilimento fiore all'occhiello della Fiat, uno di quelli, non molti e tutti meridionali, che farebbero gola persino alla General motors nel caso in cui la vendita agli americani dovesse andare in porto. Una fabbrica interessante grazie al basso costo del lavoro, alla flessibilità operaia e, fino a ieri, a un basso tasso di conflittualità.
Alla Fincantieri la vertenza sul pre-contratto entra nel vivo. Il coordinamento nazionale della Fiom ha dichiarato tre ore di sciopero per questa settimana, da effettuare in modo articolato per incidere direttamente sulla produzione. Il 26 settembre, infine, ci sarà lo sciopero nazionale di otto ore per tutti gli impianti del gruppo, con una manifestazione nazionale a Trieste. Con loro i lavoratori della Wartsila (ex Grandi Motori di Trieste), che hanno approvato la piattaforma Fiom. Lo scopo delle agitazioni è quello di sbloccare la vertenza e indurre la direzione di Fincantieri a recedere dall'atteggiamento tenuto fin qui: il totale silenzio. Nei prossimi giorni si voterà la piattaforma anche all'Agusta, all'Alenia aeronautica e all'Ansaldo-Breda. La mobilitazione per i pre.contratti sfocerà poi nello sciopero generale dei metalmeccanici del 17 ottobre, con manifestazione a Roma.
Il Lazio è la regione con la più alta incidenza di collaborazioni coordinate e continuative sul totale degli occupati: qui il "supermarket della precarietà" è già aperto da tempo. L'Inps calcola 270 mila co.co.co. a fine 2002, pari al 13,5% degli occupati (percentuale che sale al 17,6% per le donne). E non arrivano segnali positivi dal trend delle nuove assunzioni: se nel secondo semestre 2001 oltre il 27% dei lavoratori veniva assunto a tempo indeterminato (dati Federlazio), negli ultimi sei mesi dell'anno scorso solo il 16% dei neoassunti ha ottenuto un impiego a tempo indeterminato: il resto, ovvero più di 8 persone su 10, entrano nel mondo del lavoro come interinali, part time, collaboratori, apprendisti. Con un pesante 22% di disoccupazione giovanile sullo sfondo. Il reddito più alto tra i co.co.co. laziali è di 7.500 euro annuali, mentre la fascia di maggiore addensamento guadagna tra i 2.500 e i 5.000 euro. Ci sono infine molti collaboratori che percepiscono da un massimo di 1.500 a un minimo di 500 euro l'anno. Una situazione insostenibile, che peggiorerà con l'entrata in vigore della legge 30.
Mentre l'Alitalia fa le sue alleanze, i lavoratori cominciano a scioperare contro le terziarizzazioni previste: oggi si fermano per due ore i lavoratori del centro informatico della Magliana, organizzato dalla Cub: 600 in tutto, senza contare i 300 consulenti esterni. Un settore che Alitalia intende vendere ad altri operatori, e dunque si profilano rischi per il mantenimento dei livelli occupazionali e salariali.
Tagli in vista per J. R. Reynolds, secondo produttore di sigarette Usa e detentore di marchi come Camel, Winston, Salem e Doral. La compagnia annuncia il licenziamento del 40% del personale per ridurre le spese e affrontare la concorrenza delle sigarette a basso costo.
Firmato l'accordo tra l'Unic (l'industria conciaria) e la Fulc (Federazione unitaria lavoratori chimici) per il rinnovo del contratto nazionale che dovrà essere validato dal voto dei lavoratori entro la fine di novembre. L'aumento complessivo del minimo salariale sarà del 7% (superiore all'inflazione programmata). Tradotto in cifre il salario mensile cresce dai 78 agli 84 euro a seconda della qualifica del lavoratore.
Secondo il rapporto Ocse sulle prospettive per l'impiego, il tasso di disoccupazione italiano, che nel 2002 si è attestata al 9,1%, salirà quest'anno al 9,2% e scenderà all'8,9% nel 2004. Se il trend della disoccupazione nei paesi Ocse è in crescita - nel decennio 1990-2000 era al 6,4% in media annua, quest'anno sarà al 7% e nel 2004 al 6,8% - in Italia è invece in calo, visto che nello scorso decennio era in media al 10,7%. Nel nostro paese i disoccupati resteranno 2,2 milioni nel 2003 (come nel 2002) e scenderanno a 2,1 milioni nel 2004. L'occupazione dovrebbe invece scendere nel prossimo biennio, passando dal +1,5% del 2002 al +0,5% di quest'anno, per poi risalire al +1,2% dell'anno prossimo (nel decennio 1990-2000 era diminuita in media dello 0,1%). Di chi la colpa dell'aumento dei prezzi in Italia? Eurostat ha "assolto" i lavoratori dipendenti sentenziando che il costo del lavoro orario in Italia procede a passo di lumaca. Nettamente più lento della crescita dell'inflazione e della media europea del costo. I dati pubblicati segnalano che nel secondo trimestre nella Ue a 12 il costo del lavoro totale è aumentato del 2,9%, con l'Italia fanalino di coda con un incremento del 2%. Negli ultimi 13 trimestri (più di tre anni) solo in due occasioni la crescita italiana dei salari è stata superiore a quella Ue, ma il tutto abbondantemente bilanciato da un andamento negativo dei salari orari avvenuto in due occasioni, nel terzo e nel quarto trimestre del 2000. Un po' meglio della media europea sono invece andati i salari orari nominali nell'industria nel secondo trimestre: +4,6% contro il +3,4% della media Europa. Nel primo trimestre, però, la crescita in Italia era stata dell'1,4% contro il 2,8% dell'eurozona. Più in generale, negli ultimi 13 trimestri, infatti, solo in cinque trimestri la variazione per i lavoratori italiani è stata superiore alla media Ue.
La fabbrica, con i suoi enormi capannoni e le ciminiere grigio scure del vecchio stabilimento metallurgico, fino al 31 luglio scorso ospitava ancora un centinaio di operai attivi che producevano componenti per il gruppo Fiat, più precisamente per l'Iveco. Il destino degli 88 dipendenti dell'Elettrometallurgica di Cuorgnè - piccolo centro che dista pochi chilometri da Ivrea - è ora in forte dubbio. Proprio l'ultimo giorno prima della chiusura estiva, infatti, tutti i lavoratori dell'azienda sono stati messi in mobilità mentre la proprietà annunciava, a sorpresa, nonostante le voci di difficoltà economiche circolassero da tempo, la volontà di cedere la fabbrica. In pratica, si licenzia tutta la forza lavoro prima ancora di annunciare la cessione dell'azienda per evitare qualsiasi trattativa, finalizzata a garantire una continuità occupazionale. Il proprietario dell'Elettrometallurgica è Giovanni Trione, ex presidente dell'Unione Industriale canavesana, ultimo esponente di una famiglia cha da sempre detiene il controllo dell'azienda. Non è un caso che la vicenda abbia subito un'accelerazione con l'entrata in vigore della legge 30. Tra le ipotesi che sono circolate vi è quella che la proprietà stia pensando di affittare lo stabilimento a un soggetto ancora oggi nell'ombra: forse hanno in mente di affittare anche i lavoratori, dopo che questi saranno licenziati. Gli operai dell'Elettrometallurgica sono da dieci giorni in assemblea permanente davanti ai cancelli della fabbrica e ieri mattina hanno organizzato, sostenuti da delegazioni di operai di altre fabbriche della zona, una manifestazione che ha raggiunto in centro di Cuorgnè dove, presso il comune, hanno incontrato le massime autorità cittadine. Gli stipendi degli operai sono stati bloccati, come la mensa interna, e la vecchia proprietà tace. In attesa di novità, l'assemblea permanente ai cancelli della fabbrica continua.
I rappresentanti dei lavoratori dell’ex Ocean di Verolanuova, che nei giorni scorsi avevano sollecitato un incontro con i vertici aziendali, sono stati convocati dalla Direzione per l’1 ottobre alle 15 (o, in alternativa il 2 ottobre alle 10). All’origine della richiesta d’incontro, il mancato rientro in fabbrica dalla cassa integrazione di cinquanta lavoratori e la richiesta di cinque settimane di cassa integrazione per i mesi di ottobre, novembre e dicembre. L’intesa firmata dal nuovo proprietario ElcoBrandt e il sindacato prevedeva il rientro scaglionato degli operai in cassa integrazione, fino al completo riassorbimento della forza lavoro preesistente. Nella giornata di ieri, i lavoratori della ex Ocean di Verolanuova hanno incrociato le braccia per tutta la giornata, dalle 7.30 alle 11.30 e dalle 13.30 alle 17.30. Tutti i lavoratori delle cinque linee si sono astenuti per un’ora dall’attività, a rotazione.
Cinque giorni di Cassa integrazione ordinaria. È quanto emerso ieri durante il confronto, nella sede dell’Associazione industriale bresciana, tra i rappresentanti sindacali di categoria e i vertici della Trw Italia, guidati dal direttore delle risorse umane, Aldo Vidal. Il primo blocco, parziale, della produzione è previsto nei giorni 23, 24 e 25 settembre: coinvolti 150 dei 480 addetti occupati in Val Trompia (il giorno 23) e tutti i lavoratori negli altri due giorni programmati. Cassa integrazione per 150 dipendenti anche nei giorni 2-3 ottobre. La Trw di Gardone è specializzata nella produzione di componentistica per il sistema sterzante dei veicoli.
Dietro i patinati studi televisivi Sky, i Montella e i trottolini amorosi superpagati, con la nuova tv satellitare di Rupert Murdoch è arrivata in Italia una bella dote di lavoro precario: dall'altra parte del ricevitore ci sono i co.co.co. della romana Atesia (gruppo Telecom), lavoratori a cottimo del più grande call center europeo; gli interinali che operano a Cagliari, tutti affittati dallo stesso magnate australiano; e infine, uniche mosche bianche, gli ex Telepiù di Milano, ancora oggi dipendenti del gruppo. Tra quelli che se la passano peggio, manco a dirlo, ci sono proprio i co.co.co.: nessun fisso in busta paga, minimi e massimi iper variabili, e, a fine agosto, un bel taglio del 30% dei compensi, deciso unilateralmente dalla dirigenza per compiacere mister Murdoch. I 7 mila lavoratori Atesia sono precari da ben prima che arrivasse la commessa Sky: alcuni da 6-7 anni, c'è anche chi ne ha fatti 9. Fino a due anni fa erano tutte partite Iva e dovevano pagare per l'affitto della postazione, poi un accordo con i sindacati ha permesso un passaggio ai contratti di collaborazione e il diritto ai delegati sindacali, seppur non riconosciuti dall'azienda per le trattative. "Le nostre buste paga sono altamente variabili - spiega Pompeo Scopino, operatore Atesia nella campagna Sky e delegato Nidil - Di solito, solo nei tre mesi da settembre a dicembre raggiungiamo uno stipendio dignitoso, che può andare da un minimo di 850 euro lordi a un massimo di 1200. Tutti gli altri mesi i compensi lordi vanno dai 500-600 euro fino a un minimo di 300". Non bisogna dimenticare che dalle suddette retribuzioni vanno tolti i contributi Inps, onere degli stessi collaboratori. Se si sommano tutte le ritenute, dunque, il lordo dimagrisce di circa il 25%. Fino a questa estate i contratti Atesia avevano una durata massima di tre mesi. I lavoratori hanno lottato per un prolungamento, che l'azienda si è degnata di concedere solo perché con le nuove norme sul lavoro si è rivelato conveniente: secondo la legge 30, infatti, i co.co.co. attualmente attivati possono essere mantenuti fino a un massimo di un anno dall'entrata in vigore dei decreti attuativi (che è proprio di questi giorni); dopo bisognerà trasformarli in qualcos'altro, ovvero "a progetto", altre collaborazioni o a tempo indeterminato. Ora ai 600 co.co.co. annuali applicati a Sky, ha aggiunto altri 600 contrattisti di tre mesi che copriranno i picchi. Per la tv via satellite, la dirigenza ha architettato le forme di risparmio più elaborate: ha offerto 70 centesimi di euro a telefonata più un bonus di 3 euro per chi supera le 60 chiamate in un giorno. A questa proposta i lavoratori hanno risposto con uno sciopero, e l'azienda ha già portato i compensi a 86 centesimi, ma solo per alcune fasce orarie. I lavoratori, però, sono decisi ad andare avanti con le proteste. In ottobre ci sarà anche il tavolo sindacati-azienda per capire quale sarà il futuro contrattuale dei lavoratori dall'anno prossimo. Due le priorità della piattaforma sindacale: un minimo garantito in busta paga e una progressiva stabilizzazione del personale.
Una trentina di operai dell'impresa "Ira costruzioni" si sono barricati ieri all'interno di una galleria di adduzione della diga Olivo ad Aidone, in provincia di Enna e minacciano di darsi fuoco. Si tratta di operai che hanno ricevuto le lettere di licenziamento. Gli operai si trovano all'interno della galleria "Iuculia Geraci". E' una classica storia di cantieri infiniti (la prima pietra è stata posata nel 1971-72), grazie a finanziamenti elargiti col contagocce nel corso di trent'anni. Così, per fare 18 chilometri di galleria - attraverso cui portare più acqua al lago Olivo, per contribuire allo sviluppo agricolo della zona, altrimenti destinata al degrado - non sono bastati 100 miliardi di lire. Due anni fa, infine, la scoperta di sabbie fluenti, che hanno costretto alla sospensione dei lavori e alla stesura di una variante di progetto alla fine approvata dal genio civile. Ora si è in attesa che l'Ente di Sviluppo agricolo ennese (Esa) faccia arrivare gli ultimi 80 miliardi di lire necessari al completamento. Di attesa in attesa, la società costruttrice ha preferito licenziare un po' di lavoratori.
Alla Grundig di Trento venti licenziamenti in vista. Privi della copertura della "mobilità", i lavoratori licenziati avrebbero solamente sei mesi di indennità di disoccupazione e, per 12 mesi, l'integrazione regionale sino ad un massimo di 645,57 euro mensili. I tempi per soluzione della vertenza sono stretti: entro novembre.
L'iniziativa per ottenere il precontratto nelle fabbriche torinesi ricomincia, per la Fiom, da dove si era conclusa prima delle ferie: dai cancelli della Lear Corporation di Grugliasco. Multinazionale americana del primo indotto Fiat - produce per il Lingotto i sedili di Punto e Multipla - la Lear ha la sede centrale a Grugliasco e ha accolto con poco entusiasmo la scelta dei lavoratori di seguire l'indicazione della Fiom nel rifiutare il contratto firmato da Fim e Uilm con Federmeccanica. Una lotta che, nel solo mese di luglio, ha prodotto alla Lear 60 ore di sciopero. Lettere di contestazione e la minaccia di provvedimenti disciplinari sono la risposta aziendale. Una serie di prevaricazioni mirate a scavalcare i delegati e dividerli dal resto dei lavoratori. La reazione della Fiom non si è fatta attendere: giovedì scorso tre ore di sciopero, spalmate su due turni. Oltre l'80% dei lavoratori ha aderito all'iniziativa di protesta. Giovedì scorso, davanti agli enti centrali della Lear, si sono dati appuntamento i rappresentanti di tutte le Rsu degli otto stabilimenti italiani della multinazionale. Delegati Fiom giunti a Torino da Caivano, da Termini Imerese, da Cassino, da Melfi, da Pozzo d'Adda e da Pianfei, si sono confrontati con i loro colleghi di Grugliasco e Orbassano. La decisione, alla fine, è stata unanime: lunedì 29 settembre tutti i lavoratori della Lear in Italia sciopereranno per il contratto. In Piemonte sono 180 le aziende dove sono state aperte vertenze sulla piattaforma presentata dalla Fiom, e in sei di queste sono stati raggiunti accordi. Tra le realtà dove a breve si aprirà il confronto sul contratto vi è anche l'Alenia.
Contro i tagli al servizio pubblico previsti dal governo socialdemocratico di Vladimir Spidla hanno manifestato più di 20 mila persone, sabato scorso a Praga. Dopo la manifestazione potrebbe seguire uno sciopero generale della funzione pubblica, anche se Milan Stech, a capo del Cmkos, continua a cercare la trattativa con l'esecutivo affinché accolga le richieste della sua organizzazione. Se il deficit statale (circa 3,3 miliardi di euro) induce a tagliare sulle spese, il sindacato chiede che a farne le spese non siano solo le pensioni e i redditi bassi. Oltre a innalzare l'età pensionabile da 62 a 63 anni, infatti, la riforma prevede anche una generale riduzione delle detrazioni fiscali.
Riprende lo scontro tra il governo del Likud e la maggiore organizzazione sindacale israeliana Histadrut. Una nuova ondata di scioperi contro la riduzione sistematica di risorse per la spesa sociale paralizzerà il servizio pubblico. Già dalla settimana prossima potrebbero partire le prime azioni, dagli enti locali agli uffici governativi, dagli ospedali ai trasporti. Il ministro delle finanze ed ex premier Benjamin Netanyahu ha appena proposto un ulteriore taglio del 5 % al welfare e il licenziamento di oltre 2.000 lavoratori statali con contratto a termine. Sotto l'amministrazione Sharon la quota di senza lavoro (ora a 221 mila) è cresciuta a un ritmo del 1,2 per cento al mese. L'ente nazionale per l'impiego ha calcolato che dai 40 mila sussidi di disoccupazione erogati nel 2000, lo stato di Israele è arrivato quest'anno a oltre 107 mila.
Se il comune di Nairobi non si sbrigherà a trovare i soldi per gli otto mesi di arretrati, i 17 mila dipendenti inizieranno uno sciopero generale e a tempo indeterminato. Sono arrivati a questo punto, dopo più di un anno di promesse non mantenute, gli amministratori della capitale keniota che da gennaio ad agosto 2002 non hanno versato gran parte dei salari agli impiegati per un ammontare complessivo di 800 milioni di scellini (più di 6 milioni di euro).
Migliaia di dipendenti delle maggiori compagnie pubbliche taiwanesi si stanno preparando alla più grande manifestazione degli ultimi dieci anni per fermare una massiccia opera di privatizzazione. Dopo che 8.000 ferrovieri sono scesi per le strade della capitale Taipei, la settimana scorsa, i segretari delle sigle del pubblico impiego sembrano ormai orientati a proseguire nell'azione di protesta, fino anche allo sciopero, per ostacolare la svendita ai privati, soprattutto stranieri, che da anni premono per la gestione di alcune grandi, efficienti aziende statali, dalle telecomunicazioni al settore alimentare: Chunghwa Telecom, Chinese petroleum, Taiwan power, Taiwan sugar & tabacco. I sindacalisti temono che privatizzare porterebbe inevitabilmente a migliaia di nuovi licenziamenti, in una situazione occupazionale già critica, dove la percentuale di senza lavoro ha raggiunto il suo record del 5%.
Da dieci anni le privatizzazioni sono trasversali alle culture politiche e amministrative, ma l'unica cosa che le privatizzazioni hanno sinora garantito è la diminuzione dell'occupazione e la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Un metodo delle privatizzazioni è l'esternalizzazione di una attività prima interna ad una azienda. E' il caso dei 61 lavoratori della Erg limited, 21 dei quali sono in cassa integrazione e rischiano licenziamento per l'ennesimo fallimento di un "processo di esternalizzazione". La loro speranza è attaccata a un filo: l'intervento dell'azienda del trasporto pubblico che potrebbe richiamare a se il servizio precedentemente appaltato ai privati. Nel 1999, la Erg limited (società australiana), attraverso una gara pubblica con procedura ristretta, vinse l'appalto per l'affidamento di un nuovo sistema per la gestione della rete vendita dei titoli di viaggio a Roma e nel Lazio. Nell'agosto di quell'anno l'Atac, azienda di trasporto pubblico del Comune di Roma, affidava alla società australiana, la completa gestione del servizio di vendita dei titoli di viaggio (i nuovi Metrebus), da valorizzare attraverso la meccanizzazione della rete di vendita pre-esistente. Sempre secondo gli accordi la nuova rete prevedeva 2000 punti vendita sul territorio del Comune di Roma e altrettanti punti sul territorio della Regione Lazio, il tutto sotto la completa responsabilità della società. A quattro anni da quell'accordo, non tutto è filato liscio. Per quanto riguarda la rete di vendita della zona di Roma, questa è stata completamente attivata, mentre per la Regione Lazio, tutto è ancora in alto mare. Tant'è che per soddisfare le richieste dell'utenza, la giunta Storace ha dovuto prorogare il doppio sistema di bigliettazione (cartaceo ed elettronico), causando gravi problemi economici alla Erg, che ora minaccia tagli al personale. Nella società australiana, sono impiegati attualmente 61 persone, 16 delle quali già in cassa integrazione. Per porre rimedio alla situazione, Atac, ha deciso di proporre alla Erg la costituzione di una società mista (70% Atac, 30% Erg) che rilevi le attività della società aggiudicatrice dell'appalto, predisponendo un piano di reintegro di numero congruo di lavoratori. Per Marco Gelmini, del consiglio di amministrazione Atac questa "è una scelta importante che può segnare una inversione di tendenza in questa nefasta stagione di privatizzazioni. Una operazione che restituisce al pubblico il controllo di un servizio essenziale per i cittadini e che garantirà loro occupazione e migliore qualità". I lavoratori della Erg giovedì saranno tutti a piazza Montemartini (alle 11) per dire sì all'accordo, ma che veda la piena occupazione di tutti i lavoratori.
Cinque ore di sciopero proclamate dallo Slai Cobas dell'Alfa di Arese: riprende l'offensiva dei lavoratori contro la cassa integrazione nello stabilimento alle porte di Milano e i possibili 850 licenziamenti che potrebbero scattare dopo l'incontro di oggi tra Lingotto, Fim e Uilm al ministero del lavoro. La protesta coinvolgerà il 24 lo stabilimento dove si producono i motori a 6 cilindri e si sviluppano nuovi prototipi di auto col marchio Alfa; si terrà in occasione del turno dalle 6 alle 11 di mattina, con presidio delle portinerie per impedire lo svolgimento delle attività produttive.
Dopo i disoccupati delle scorse settimane, nuova protesta del lavoro ieri a Napoli. Protagoniste sono state una ventina donne, salite sui torrioni del Maschio Angioino (dove tra l'altro si riunisce il consiglio comunale) per protestare contro la mancata erogazione del reddito minimo di inserimento. Nel cortile del sito monumentale altri manifestanti hanno chiesto sblocco dei fondi in ritardo da almeno quattro mesi.
Sit-in dei lavoratori di Ipse 2000 ieri a Roma, davanti alla sede dell'operatore telefonico sull'orlo dello smantellamento. La protesta è stata indetta dalle Rsa Slc-Fistel-Uilcom per sollecitare l'azienda, che a 10 giorni dalla scadenza della procedura di licenziamento collettivo rifiuta di presentarsi all'appuntamento negoziale con la regione Lazio fissato e concordato da tutte le parti il 5 agosto scorso. Si cerca una soluzione «non traumatica» per gli oltre cento lavoratori licenziati.
Nessun bisogno di attendere i primi vagiti della legge 30, i licenziamenti con la tecnica dello scorporo di ramo di azienda sono già partiti. Alla Siemens, sede di Milano, nel maggio 2002 37 lavoratori sono stati trasferiti a una nuova area di attività chiamata "Service". Nella neonata "business unit" i lavoratori, provenienti da aree molto diverse tra loro, non hanno fatto assolutamente nulla, fino a quando nel settembre dello stesso anno è stato annunciato che l'intero ramo sarebbe stato venduto alla Tecnosistemi Spa. In ottobre il trasferimento nella nuova impresa, pagamenti in ritardo e, da tre mesi, niente stipendio, anche per gli altri 2200 dipendenti Tecnosistemi.
La KCS di Bolzano è accusata di sfruttamento del personale infermieristico fornito dalla cooperativa alle case di riposo. La Cooperativa KCS - già Kursana - sostiene che si sono verificati casi in ccui un lavoratore ha accumulato un numero di ore molto alte, ma non riguardavano semplici dipendenti ma liberi professionisti assoldati in situazioni di emergenza, attraverso degli studi associati. Si parla di personale infermieristico straniero, assunto dalle cooperative che lo forniscono all'Asl dopo aver vinto dei regolari concorsi, ma sfruttato all'inverosimile con il sospetto che il sistema sia in realtà diffuso in tutte le strutture sanitarie provinciali, compresi gli ospedali. Buste paga alla mano, risultano dalle 200 alle 350 ore mensili di lavoro, con salto dei riposi settimanali, fino al caso estremo di una persona che ha lavorato per 17 giorni consecutivi, anche per 14 ore in una giornata o dell'infermiera professionale polacca che per sei mesi ha fatto solo turni di notte. E il tutto con una retribuzione inferiore del 35-40% rispetto ai colleghi dipendenti Asl, e un trattamento da caporalato. I lavoratori - secondo la denuncia - perlopiù peruviani e moldavi, venivano arruolati nei loro Paesi dalle cooperative che forniscono il personale specializzato alla Asl. Appena atterrati in Italia dovevano firmare una dichiarazione con la quale si impegnavano a lavorare per almeno 24 mesi, pena il pagamento di 5 milioni delle vecchie lire.
Dopo la Hutchinson di Ponte Lambro, anche la Fiap di Turate (Como) chiude i battenti licenziando tutti i 170 dipendenti. Il motivo della decisione da parte dei vertici della multinazionale di cui la Fiap fa parte, è legato al periodo negativo di mercato che si protraeva ormai da diversi mesi. Il destino dell’industria comasca, quindi, è ormai segnato e per il territorio è sicuramente fra le maggiori perdite industriali di questi ultimi anni. L’unica speranza per mantenere in vita il sito di Turate è la possibilità di un’acquisizione dello stabilimento. Allo stato attuale l’unica certezza rimane quella della chiusura dell’industria e la messa in liquidazione della società. Di proprietà di una multinazionale americana, la Fiap è leader nella produzione di pellicole per alimenti. Le crescenti difficoltà a collocare i prodotti sul mercato hanno portato lo stabilimento di Turate ad accumulare perdite crescenti senza riuscire mai ad invertire la rotta. Secondo voci si aggirerebbero intorno ad alcune decine di miliardi. Filcea-Cgil, Femca-Cisl e Uilcem-Uil, dopo qualche contrapposizione con la proprietà, hanno firmato l’accordo sulla mobilità per tutti i dipendenti per evitare ricadute ben più gravi sui lavoratori. Iniziative di lotta non ne sono state prese, nemmeno in questi giorni, a lettere di liceniziamento avviate. L’intesa prevede che oltre all’accesso agli ammortizzatori sociali, i lavoratori ricevano anche una buonuscita di 2500 euro e il pagamento rateizzato del Tfr entro il dicembre del 2003 - gennaio 2004. Nei giorni scorsi sono state spedite le lettere per la messa in mobilità dei dipendenti. Dei 170 lavoratori che rimarranno a casa più di 150 andranno in mobilità già da martedì prossimo. Una ventina invece rimarrà nel sito di Turate per evadere gli ultimi ordini. L’eta media è tra i 40 e i 45 anni. Pochi saranno dunque coloro che attraverso la mobilità matureranno i requisiti per agganciarsi alla pensione.
L'ad della Volkswagen, Bernd Pischetsrieder ha annunciato che i lavoratori degli stabilimenti brasiliani che scenderanno in sciopero perderanno il posto di lavoro. "Chiunque si metta in sciopero sarà licenziato", ha detto Pischetsrieder, a Wolfsburg. La scorsa settimana i dipendenti della filiale brasiliana hanno respinto un piano che prevedeva tagli di organico per 4.000 unità.
Sono iniziati nei giorni scorsi gli scioperi generali di due ore indetti dalla Cgil contro la legge Biagi. Alla protesta hanno aderito chimici, edili, operai del settore industriale e agricoltori del Lazio. Il 25 e 26 settembre scioperano bancari, metalmeccanici, scuola, ricerca, università, energia e trasporti.
Folgorati nel cantiere edile sotto i cavi dell'alta tensione: a Tavazzano un 28enne è morto e un 58enne è rimasto ferito per una scarica da 132 mila volt che si è propagata attraverso il braccio di una betonpompa, il macchinario che serve per trasferire il calcestruzzo dalle betoniere alle forme di solette e gettate. I tecnici dell'Asl si stanno occupando di ricostruire l'esatta dinamica, ma probabilmente il braccio meccanico ha sfiorato uno dei cavi che si intrecciano sopra via Tobagi e via Moro ed è scoccato un arco voltaico che si è scaricato in parte sugli operai che erano in contatto con il macchinario. Ha perso la vita sul colpo Bardhyl Qosja, 28 anni, nato in Albania ma residente a Fontanella, in provincia di Bergamo, che aveva in mano il terminale della tubazione che eroga il calcestruzzo e si trovava all'interno dello scavo predisposto per la costruzione di box sotterranei. Vicino a lui c'era Claudio M., 58 anni, di Cavenago, che i soccorritori del 118 hanno accompagnato all'ospedale di Lodi e che è stato ricoverato in osservazione: è rimasto cosciente e ha riportato ustioni alla mano destra e al piede sinistro, i punti di entrata e di uscita della tremenda scarica. L'albanese era dipendente dell'impresa edile di Castelcovati (Brescia). Il 58enne, invece, lavora per la Calcestruzzi Bellitalia di Montanaso, così come un collega, l'operatore della betonpompa, la terza persona coinvolta nell'incidente, che è rimasto fortunatamente illeso.
Flessibilità d'orario in tutti gli stabilimenti Safilo e premi produttivi in base a "punti" aggiornati: dopo scioperi e bracci di ferro s'è conclusa con un rinnovo del contratto integrativo la trattativa tra sindacati e Safilo. La sperimentazione di orari di entrata e uscita diversificati per esigenze dei dipendenti, nello stabilimento di Longarone ha dato i suoi frutti: l'accordo siglato l'altro giorno ora estende questa sperimentazione a tutto il gruppo, sarà quindi praticabile in tutti gli altri siti produttivi della Safilo. Quanto al premio, i bilanci del colosso dell'occhialeria sono previsti in crescita. Il contratto porta un aumento salariale dal prossimo anno sempre legato al bilancio e all'utile operativo. Ieri le prime assemblee. Il premio quest'anno è stato di 1350 euro medi e più o meno lo stesso è previsto nei prossimi anni. Ritoccati i punti e i coefficienti (elevati a 19) Si va da un premio di 459.65 a 1790,04 euro e sarà erogato anche ai lavoratori a tempo determinato. Modificata poi l'indennità turnistica e istituito un premio di anzianità: 5 euro per chi ha un'anzianità di 20 anni; 10 euro a chi ne ha 25 e 12 a chi ne ha 30. Un premio aggiuntivo sarà discusso con l'azienda; poi l'una tantum di 75.5 euro nette a integrazione del premio di luglio.
Contratti di solidarietà alla San Marco, l'azienda tessile di Lentiai dove erano stati dichiarati 87 esuberi. Per i lavoratori dei reparti di filatura e retrazione si profila la possibilità di mantenere l'impiego a stipendio ridotto. Almeno 64 i contratti, per il resto ci sarà un incentivo all'esodo o alla pensione. Lavorare con questo tipo di rapporto significa stare in fabbrica metà tempo (rispetto a prima) e a stipendio ridotto: il 50% lo paga l'azienda e l'Inps copre il 60% del resto (la busta paga è quindi garantita per l'80%). Non tutti gli 87 esuberi annunciati potranno essere coperti così: una quarantina di persone infatti, volontariamente, potrà essere accompagnata alla pensione (con un incentivo aziendale di 2000 euro circa) o, sempre volontariamente scegliere di andare in mobilità (con incentivo di 4000 euro). In questi giorni molti lavoratori si sono licenziati ma non tutti avevano la prospettiva certa di un altro luogo di lavoro dove ricominciare.
Resteranno chiuse per sciopero dalle ore 21 di giovedì prossimo 25 settembre, fino alle 21 di venerdì 26, le biglietterie nelle stazioni ferroviarie di tutta la regione Emilia Romagna. Lo stato di agitazione degli operatori dei punti vendita è stato proclamato dalle organizzazioni sindacali Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uilt-Uil e Ugl per contestare la decisione di Trenitalia di sopprimere immediatamente la rivendita Fidenza ed il servizio notturno attivo alla stazione di Bologna. Un viatico, quello imboccato dall'azienda delle ferrovie, che potrebbe presto portare - sostengono le organizzazioni dei lavoratori - alla sostituzione degli attuali sportelli a disposizione degli utenti con macchinette di distribuzione automatica anche in altri centri della regione. Questa logica di continuo ridimensionamento - viene sottolineato - pone il problema di una progressiva "desertificazione" degli impianti ferroviari: senza biglietterie viene meno anche l'assistenza ai viaggiatori.
Che fine farà l'Inrca di Ancona? È l'interrogativo inquietante che parte dall'Fsi, sindacato maggioritario dell'istituto geriatrico dorico. In un'assemblea straordinaria convocata ieri mattina, medici, infermieri e sindacalisti hanno discusso del riordino della sanità pubblica in seguito al recente decreto del governo nazionale. La preoccupazione dei dipendenti è duplice: da un lato la consapevolezza di avere come interlocutore una regione Marche troppo impegnata nella creazione dell'Asur a Torrette per seguire le vicende dell'Inrca, dall'altro il decreto nazionale che porterebbe ad una privatizzazione non solo dell'Inrca di Ancona, ma anche degli altri sei istituti distribuiti in sei regioni italiane. Come dire dalla padella alla brace: o restare in un istituto pubblico nei meandri della sanità regionale, oppure passare in una fondazione privata, senza garanzie. L'assemblea ha così deciso di andare avanti nella protesta e proclamare lo stato di agitazione dei lavoratori, in modo da attuare una forma di lotta che possa attirare l'attenzione delle istituzioni nei confronti delle problematiche, non solo del personale, ma anche dell'Inrca stesso e di tutta la popolazione che gli offre un'assistenza molto qualificata.
Anche alla Teksid di Crescentino la Fiat ha strappato un accordo separato senza la Fiom. Il merito dell'accordo è l'espulsione di un centinaio di lavoratori con la mobilità lunga, cioè il prepensionamento, che si aggiungono ai 181 già messi fuori. Fim, Uilm e Fismic hanno stipulato l'accordo, non la Fiom che ha invece contestato l'assenza di un piano industriale e di adeguati investimenti.
Le lavoratrici dello stabilimento, per cui è stata richiesta la cassa integrazione straordinaria e alle quali è stato promesso dalla Provincia di Varese il ricollocamento in altre aziende del varesotto, si sono riunite nei giorni scorsi per discutere della situazione. Dalla riunione dei lavoratori è emerso un documento in cui i dipendenti sottolineano numerose perplessità nate dopo il 3 settembre, giorno in cui Provincia, Sindacati e Ministero e proprietà dell'azienda hanno firmato l'accordo per la cassa integrazione. E' stata criticata anche la scelta della Direzione di collocare in Cassa Integrazione Straordinaria tutta la Rappresentanza Sindacale Unitaria aziendale e non aver tenuto conto di condizioni familiari delicate.
La Fiom ha appena firmato un pre-contratto con la Same di Treviglio, una grande azienda che produce trattori. 1.400 lavoratori avranno un aumento di 120 euro al mese, uguale per tutti. E non solo: l'accordo disinnesca i rischi di precariato dovuti alla legge 30. Ogni lavoratore, con ogni tipo di contratto, dopo 12 mesi continuativi sarà assunto a tempo indeterminato. Infine, il pre-contratto sgombra il campo anche dagli elementi peggiorativi introdotti dall'accordo separato. Sono già 170 i pre-contratti firmati. La Same è la seconda azienda per dimensioni nella provincia di Bergamo. Nel suo settore è un colosso: anni fa ha comprato il gruppo tedesco Deutz-Fahr e oggi controlla una fetta importante del mercato europeo. Bergamo è anche la patria del leader cislino Savino Pezzotta. E soprattutto di Giorgio Caprioli, capo della Fim, colui che ha firmato il contratto separato dei metalmeccanici.
Le strade della Slesia sono state bloccate ieri da migliaia di minatori del carbone polacchi che rifiutano la chiusura di quattro pozzi e il licenziamento di 14mila di loro. Non meno di 16 strade che circondano la città meridionale di Katowice sono state invase e bloccate dai lavoratori, che sventolavano le bandiere bianche e rosse di Solidarnosc sindacale. Un gruppo di 40 di loro intanto cominciava uno sciopero sotto terra, iniziativa non concordata col sindacato. I minatori sono infuriati contro il governo che rifiuta di discutere con loro il piano di ristrutturazione mineraria, secondo il quale la produzione di carbone in Polonia deve passare da 100 a 90 milioni di tonnellate mentre i suoi addetti devono ridursi a 100mila. Dopo di che un settore, il carbonifero, che per importanza è il secondo in Europa e che attualmente perde 6,5 miliardi di dollari dovrebbe risanarsi, ma soprattutto ricevere i fondi della Banca Mondiale, legati naturalmente alla cura. Le trattative in corso dall'inizio di settembre sono collassate all'inizio della settimana, essendo ormai diventate un dialogo tra sordi. E' anche l'imminente scadenza europea, con l'ingresso nell'Unione fissato fissato per il maggio prossimo, a pressare il governo socialdemocratico di Varsavia e a fare di questo scontro una sorta di guerra da vincere a mo' di esempio per tutti. I duri vincoli budgetari di Bruxelles imporranno infatti questi e ben altri tagli alla ancora fragile Polonia. Che abbiano la consapevolezza o no di essere solo i primi della fila, i minatori della Slesia hanno deciso di battersi con la rabbia che può generare il fatto di vivere in una regione industriale dove il tasso di disoccupazione tocca il 18%, pari al doppio della media nazionale. Insieme a questo, vi è poi la questione del senso della propria vita, della trama sociale di un'intera area distrutta. Aspetti che un pugno di zloty non potrà mai ripagare, soprattutto se non viene offerta nessuna alternativa all'altezza di quel che viene cancellato. Per secoli infatti la Slesia ha significato miniere di carbone, che sono l'unico modo di vivere che gli abitanti della regione comprendono. Tutto questo era compreso nella violenta occupazione del centro di Varsavia, attuata l'11 settembre scorso 10mila minatori che hanno invaso la capitale e, armati di bastoni e molotov, si sono allora scontrati violentemente con la polizia che ha risposto con lacrimogeni e idranti, provocando il ferimento grave di lavoratori e agenti.
2500 lavoratori in piazza ieri a Trieste. L'ultima notizia riguarda la chiusura della Veneziani, la vecchia azienda in cui lavorò anche Italo Svevo. Ma per gli studenti triestini, delle elementari e non solo, è stata anche una giornata di manifestazioni per la difesa delle scuole a tempo pieno, chiuse: altre mille persone in piazza, oltre a uno sciopero dei dipendenti dell'Acegas. Fincantieri e Wartsila, da tutta Italia, dalla dorsale adriatica a quella del Tirreno, hanno concentrato nel capoluogo giuliano gli iscritti Fiom e la gran maggioranza dei lavoratori che non si riconoscono nell'accordo separato siglato da Fim e Uilm con Federmeccanica. La Fiom li ha chiamati per riprendersi il contratto azienda per azienda. Ieri per otto ore la Fiom è riuscita bloccare la produzione in tutti gli otto cantieri navali Fincantieri e negli altri stabilimenti del gruppo. A Trieste, dove ha sede la direzione centrale dell'azienda, si è svolta la manifestazione nazionale cui hanno partecipato, oltre a folti gruppi di lavoratori provenienti da Puglia, Campania, Marche, Liguria e Veneto, anche i lavoratori della Wärtsilä, la più grande fabbrica di motori navali d'Europa, anch'essi in sciopero per il pre-contratto.
Levi's, l'icona del jeans americano è in ritirata dagli Stati uniti. Gli unici due stabilimenti superstiti negli States, a San Antonio, chiuderanno entro sei mesi. Stessa sorte per i tre stabilimenti canadesi. In tutto i lavoratori licenziati saranno 2.000, il 21% della forza lavoro. La produzione sarà spostata gradualmente in paesi con un costo del lavoro più basso, Cina e Messico in prima fila. Già l'anno scorso aveva chiuso la mitica sede Levi's di San Francisco, attiva fin dal 1906. L'azienda - il più grande produttore di jeans al mondo - si dibatte da anni in un mare di debiti: l'ultima stima è di 2,3 miliardi di dollari. Il rischio di bancarotta, più volte evocato, potrebbe essere evitato grazie a un finanziamento di altri 1,1 miliardi.
Ieri si è svolto lo sciopero generale dei lavoratori metalmeccanici impiegati nelle imprese artigiane. La giornata di mobilitazione nel settore più esposto all'arbitrio padronale è stata proclamata dalla Fiom per richiamare l'attenzione sul ricatto della controparte: o si cambia il modello contrattuale oppure non firmeremo alcun contratto nazionale, scaduto da tre anni. Nell'ambito della protesta si sono tenute manifestazioni regionali molto partecipate a Milano, Vicenza, Bologna e Firenze.
Ad agosto per i lavoratori italiani è andata un po' meno peggio del solito, ma le retribuzioni orarie seguitano a perdere potere d'acquisto: a fronte di una crescita dei prezzi su base annua del 2,8% i salari sono cresciuti del 2,6%. Lo ha comunicato l'Istat le cui statistiche indicano che in agosto le retribuzioni sono aumentate mensilmente dello 0,6% «grazie all'entrata in vigore del contratto della scuola». Secondo l'Istituto di statistica a fine agosto erano in attesa di rinnovo 20 accordi collettivi nazionali che interessano 3,7 milioni di lavoratori dipendenti che, in tremini di monte retributivo contrattuale, rappresentano il 29,7% dei contratti.
Si è riaperto il confronto fra le rappresentanze dei lavoratori e la direzione dell'azienda, per discutere del futuro, alla luce della situazione legata anche alla concessione della "cassa". Il Sindacato è preoccupato delle modalità di attuazione della cassa integrazione straordinaria, che il Ministero del lavoro ha concesso per la durata di un anno. Dalla riunione, la prima di una serie, è emerso l'orientamento della proprietà di non procedere al trasferimento della produzione in altri capannoni nella zona, ma di ristrutturare lo stabilimento dove già da tanti decenni opera la società, quello situato al confine fra Saronno ed Uboldo. Una scelta più economica rispetto all'altra. Si pensa ad un rilancio della parte prettamente commerciale della Lazzaroni. Intanto, mentre una quarantina di addetti sono in cassa integrazione e gli altri proseguono l'attività per la produzione dei celebri "amaretti", l'azienda ha annunciato l'intenzione di avvalersi del supporto di agenzie esterne di lavoro temporaneo per alcune "assunzioni" mirate ed a tempo determinato.
I portuali europei scioperano: domani, con l’astensione dal lavoro per 24 ore e due manifestazioni in contemporanea a Rotterdam (dove si concentreranno i lavoratori di Danimarca, Svezia, Belgio e Olanda) e Barcellona (si ritroverano queli di Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro e Bulgaria). La protesta è stata organizzata dalll’Idc (International dockworkers council), il sindacato europeo di categoria, per dire "no alla liberalizzazione dei porti". Si contesta la direttiva del commissario Ue ai Trasporti Loyola de Palacio, che vorrebbe introdurre l’autoproduzione negli scali. In questo modo si riconoscerebbe di fatto agli armatori la possibilità di utilizzare non più il personale di terra ma quello navigante per l’imbarco e lo sbarco delle merci nei porti europei. Secondo l’Idc l’introduzione dell’autoproduzione si tradurrebbe in riduzione della sicurezza e della professionalità, crescita degli incidenti sul lavoro, aumento del costo dei servizi portuali in genere, strapotere delle multinazionali e perdita di migliaia di posti di lavoro negli scali. Mentre i lavoratori europei lottano, in Italia, pur essendo in condizioni ancora peggiori, la notizia dello sciopero arriva quasi per caso.
Evitare scioperi e forme di lotta che danneggiano i rapporti con i clienti e firmare subito un accordo (entro settembre) tra azienda e sindacati, che devono abbandonare posizioni pregiudiziali: o 190 al lavoro o tutti i 190 a casa. Lo affermano in un appello almeno 60 dipendenti della Metalmeccanica Val di Sangro (Mvs) di Atessa.
"Non siamo lavoratori usa e getta"; "Fabbricate pelli sulla pelle dei lavoratori": con questi slogan sono scesi in piazza a Cologna Veneta, paesotto di 8.000 abitanti in provincia di Verona ma già nell'area conciaria del Vicentino, i 90 dipendenti, in maggioranza stranieri, della "Cologna Pelli srl". I lavoratori, che hanno ricevuto l'ultimo acconto di stipendio in luglio, chiedono che l'azienda, messa in liquidazione il 31 luglio e chiusa il 31 agosto, rispetti gli accordi siglati in Provincia il 25 agosto con la Rsu e col sindacato. Secondo gli accordi la società, oltre a pagare il dovuto, avrebbe anticipato, per conto dell'Inps, l'indennità della Cig straordinaria per i dipendenti, impegnandosi in un progetto di riqualificazione e ricollocazione dei lavoratori. Il 15 settembre i lavoratori si erano recati alla sede dell'azienda per ritirare gli stipendi ma i cancelli erano sbarrati. Di Silvano Boschetti, socio di maggioranza e amministratore delegato della Cologna Pelli, nessuna traccia.
Licenziato alla Kami di Airasca un delegato sindacale della Fiom. In un duro volantino la Fiom Cgil stigmatizza il fatto: "L'azienda ha risposto alle richieste del sindacato del 28 luglio scorso limitando l'agibilità interna ai delegati Fiom, intimidendo i lavoratori e licenziando un nostro delegato. Questo atto ha il sapore del licenziamento per rappresaglia. La Fiom non si lascierà intimidire". In questi giorni continua la mobilitazione contro il licenziamento. La Fiom ha indetto per mercoledì 24, dalle 13 alle 15, un presidio di mobilitazione davanti ai cancelli della Kami, nell'area industriale di Airasca.
Lo stabilimento Marlane, sito nel Comune di Praia a Mare, ora del gruppo G.M.F. Marzotto, consente l’impiego di circa 300 persone nei due reparti tuttora funzionanti della filatura e tessitura-finissaggio. Negli anni '50 e seguenti, data di realizzazione di questo polo tessile, si sono avuti riscontri positivi dell’attività dell’Azienda. Il settore tessile ha avuto a livello nazionale, e specie nel Mezzogiorno, delle difficoltà anche per l’ingresso di alcuni Paesi dell’Est nella Comunità europea. La Regione Calabria, già da tempo, ha individuato come punti di crisi il Polo tessile di Praia a Mare, Castrovillari e Cetraro. L’Azienda, come risulta da un verbale redatto il 12 settembre alla presenza dei sindacati nazionali del tessile, ha evidenziato per il settore filati e pettinati, un risultato negativo nel bilancio aziendale che comporterebbe a breve la chiusura della tessitura e conseguentemente la messa in mobilità di circa 200 unità, oltre alla perdita di lavoro di ulteriori 50 lavoratori esterni impegnati in attività di rammendo e servizi vari.
Le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil della Calabria, hanno richiesto un urgente incontro all'assessore regionale ai lavori pubblici al fine di riprendere il confronto sulle questioni relative al ciclo integrato delle acque ed all'avvio della fase operativa e gestionale di Sorical. I sindacati - si legge in una nota - "ritengono gravi ed inaccettabili i ritardi da parte della Regione Calabria rispetto agli impegni sottoscritti nel protocollo d'intesa sottoscritto il 23 luglio con l'allora assessore regionale Misiti, i rappresentanti degli Ato e l'amministratore delegato della Sorical, Besson".