| lunedi 31marzo 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
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21-27/03/2003
Continua la lotta dei precari di Atesia, il call center della Tim. Ieri un corteo di circa 200 lavoratori ha attraversato le vie di Cinecittà contro gli stipendi da fame e la negazione dei diritti. L'azione fa seguito ad uno sciopero spontaneo di due giorni fa che aveva visto l'adesione completa. Ieri astensione dal lavoro con adesioni dell'80%.
Tirreno Power - la terza Genco ceduta da Enel al consorzio Energia Italiana (50%) e alla società EblAcea (70% Electrabel e 30% Acea) - ha presentato il piano industriale ai sindacati: modifica della riconversione degli impianti; ricorso a cassa integrazione straordinaria e mobilità con esodi incentivati.
Firmata ieri mattina all'alba, dopo una estenuante trattativa, l'intesa per esodi e pensionamenti di 1.010 dipendenti del Banco di Sicilia dai sindacali di Fabi, Falcri, Fiba, Fisac, Uilca, Sinfub e Sindirigenti Credito. Il testo prevede che il processo di riduzione di organico si concluda entro il primo trimestre del 2004.
La storia dell'officina 81 della Tnt è emblematica del dramma che migliaia di lavoratori stanno vivendo in questi giorni. Una vicenda che ha radici lontane nel tempo, un'odissea iniziata per alcuni nell'ottobre del 1980 e rimasta aperta fino ad oggi. I contratti a cui sono sottoposti i lavoratori sono diversi a seconda dello stabilimento. La Tnt, in tutti gli stabilimenti, si caratterizza per una gestione degli organici che punta all'espulsione di manodopera a tempo indeterminato per sostituirla massicciamente con contratti a termine e interinali. Negli stabilimenti della Fiat Auto di Mirafiori - dove i dipendenti della Tnt PL sono circa 1600 - dal 2 di gennaio interviene la cigs a zero ore per 665 dipendenti. Di questi, 450 erano addetti proprio all'officina 81 - nata nel 1998 con il compito di confezionare ricambi - la cui intera produzione oggi è stata trasferita alla Ilmed di None, dove sono presenti le cooperative che hanno assorbito la lavorazione. Negli stabilimenti di Volvera e None la Tnt, su un organico di circa 900 unità, utilizza massicciamente contratti atipici, di cui 78 a termine e 103 interinali. Contemporaneamente alla cig, la Tnt ha fatto un uso smodato di straordinari, ricorrendo anche al turno di notte.
ALL'ELBA CARABINIERI CONTRO LAVORATORI
I segni lasciati dal muletto, usato come ariete, sono ancora evidenti sulle porte d'accesso della fabbrica. Ieri mattina, sul volto degli 85 operai della Elba di Orbassano, ditta di stampaggi dell'indotto auto, si poteva leggere tutta la rabbia e la desolazione di chi sta perdendo il posto di lavoro. Perché la vicenda di questa ditta della prima cintura torinese è emblematica di come, negli ultimi mesi, la situazione stia degenerando nella gestione della crisi dell'auto. Nella serata di mercoledì scorso, intorno alle 19, un centinaio di carabinieri hanno forzato il blocco imposto dagli operai in assemblea permanente per rivendicare il mancato pagamento degli stipendi negli ultimi quattro mesi. Tra i lavoratori e i militari non c'è stato alcun contatto fisico, ma la tensione ha raggiunto picchi altissimi. Due donne si sono sentite male e sono state portate in ospedale per accertamenti; un'operaia colta da una grave crisi di sconforto ha addirittura tentato di gettarsi da una finestra al primo piano dello stabile, fermata in tempo dalle colleghe. La situazione è degenerata dopo un ultimo disperato incontro avvenuto sempre nella mattinata di mercoledì scorso in prefettura. Anche in quell'occasione le due aziende proprietarie degli stampi di lavorazione, la Turinauto di Rivalta e la Emarc di Chivasso, hanno ribadito la loro intenzione di andare avanti nella richiesta di pignoramento, cosa che in pratica ha decretato il fallimento dell'Elba.
Lo stato di agitazione del personale dell'Agenzia delle Entrate di Trento è stato proclamato da Dirpubblica, il sindacato dei funzionari e dei dirigenti. L'iniziativa è stata presa per protestare contro il trasferimento degli uffici dell'Agenzia delle Entrate al "Magnete" di Trento nord, "posta su terreni molto inquinati e pericolosi per la salute sia dei lavoratori, sia dei cittadini contribuenti". Della questione si erano interessati in passato i sindacati Cisal, Flp, Salfi e Cgil. Un'assemblea è stata convocata dai sindacati per martedì 25 marzo negli uffici di via Vannetti.
È durata poco più di 24 ore la resistenza dei lavoratori dei cantieri navali "Smeb" che, venerdì pomeriggio, avevano deciso di occupare l'azienda nella Zona falcata per il mancato pagamento dello stipendio di febbraio, del conguaglio di fine anno e dell'acconto di marzo. Nel pomeriggio di ieri, infatti, dopo l'ennesimo incontro con la direzione, è maturata la decisione – non condivisa da tutte le organizzazioni sindacali – di abbandonare il presidio, ma di mantenere lo sciopero ad oltranza, fin quando non sarà versato almeno un acconto sulle spettanze. Il segnale dell'ammainabandiera è stato l'uscita dal bacino della nave "Simone Martini" della compagnia "Siremar", che i lavoratori avevano preso simbolicamente in ostaggio.
Sarà una settimana "calda" per le organizzazioni sindacali, alle prese anche con la richiesta di licenziamento avanzata dal colosso Lapi di ben ventidue, tra operai e impiegati della "Lapi Group" e della "Figli di Guido Lapi". In questi ultimi due casi, ancora sono state fatte le assemblee con i lavoratori, previste, per la giornata di mercoledì. La Filcea Cgil, per quanto riguarda la «Lapi», sembra puntare in un primo momento ad ottenere intanto la cassa integrazione.
Richiesta di licenziamento di 34 dipendenti da parte del calzaturificio "Osvaldo Martini Spa", una delle aziende storiche del settore in provincia di Pisa. Nella comunicazione, giunta attraverso l'Unione Industriali si ipotizza il licenziamento di 34 addetti su un totale di 69 dipendenti: il 50% della forza lavoro. I sindacati hanno già tenuto assemblee con i lavoratori della "Martini". Mercoledì mattina l'incontro con la direzione aziendale.
Alcuni operai della Breda sono stati sospesi dal lavoro dalla direzione e una trentina invece sono stati ammoniti a seguito di alcuni episodi che si sarebbero verificati all'interno dello stabilimento. In particolare sembra che alcuni capireparto siano stati pesantemente apostrofati. Tutto questo non farà che rendere ancora più tesa una situazione che già si presenta difficile. Nei giorni scorsi i lavoratori hanno occupato la portineria per protestare sulla vicenda amianto. Domani è prevista una manifestazione di protesta per le vie cittadine, con incontro di una delegazione con il prefetto.
I sindacati confederali, e quelli di base del settore scuola scioperano domani per il contratto e contro la guerra. Lo sciopero indetto è generale ed è stato proclamato per porre il problema del funzionamento della scuola pubblica. I sindacati rivendicano prima di tutto la rapida chiusura del contratto nazionale, poi la disponibilità di tutte le risorse economiche già stanziate dal governo, la certezza del ruolo della contrattazione, la difesa del potere d'acquisto delle retribuzioni che sono ferme al 2001 e infine la valorizzazione della professionalità del personale. Lo sciopero, indetto prima dello scoppio della guerra, assumerà ora una forte connotazione pacifista.
Ancora una giornata di sciopero. Domani i dipendenti della Cassa di risparmio, ormai Bipielle Adriatico, si fermano per tutta la giornata. E’ la seconda volta in una settimana. Ma adesso, quando è ormai vicina la fusione con la capogruppo Bipielle di Lodi, molti cominciano a temere un’ulteriore riduzione dell’organico nell’Imolese (già verificatasi nei mesi scorsi) o il trasferimento di alcuni uffici in Lombardia. Dunque, la tensione è salita. Lo sciopero del 17 marzo ha raccolto una partecipazione di circa il 60% fra i lavoratori. Ma la direzione generale ha detto che fino alla revoca dell’agitazione non si sarebbe seduta al tavolo delle trattative. Una posizione di chiusura netta che non ha permesso il confronto sui tanti problemi.
I lavoratori della Nuova Mistral di Sermoneta Scalo hanno trovato ieri mattina i cancelli della fabbrica chiusi. Una sgradevole sorpresa che ha ulteriormente allarmato i 110 dipendenti, che da tre mesi non percepiscono lo stipendio. Venerdì, a chiusura della settimana, la proprietà aveva avvertito con un comunciato che avrebbe dato corso alla cassa inegrazione per tutti i dipendenti, salvo i "comandati". Ma non aveva fornito l’elenco delle persone che avrebbero dovuto prendere servizio. Per tutta la giornata di ieri i lavoratori sono rimasti a presidiare i cancelli della fabbrica. Respinte le proposte che il direttore dello stabilimento, Frassica, aveva fatto per riprendere la produzione da parte soltanto di un imprecisato numero di lavoratori. Stamattina la proprietà della Nuova Mistral è stata convocata presso l’Ufficio provinciale del lavoro per la certificazione del credito esistente nei confronti dei lavoratori.
I lavoratori della Assolac (Centrale del latte) di Cosenza ribadiscono un punto: il Piano aziendale è inaccettabile e va cambiato. Proposte chiare che partono proprio dal rigetto del Piano aziendale nella parte in cui si fa riferimento alla riduzione dei livelli occupazionali. Un progetto che prevede la mobilità per ventidue lavoratori. Esuberi che vengono contestati dai diretti interessati. Che ritengono, invece, percorribile il sentiero della mobilità volontaria "condizionata". Un provvedimento che può adottarsi nei confronti di quei lavoratori che hanno raggiunto il cinquantasettesimo anno d'età o il trentacinquesimo di servizio. In questo caso, la garanzia degli ammortizzatori sociali coprirebbe i quattro anni di transizione verso la pensione e non ci sarebbero problemi per chi (si tratta di 5–6 unità lavorative) accetterebbe questa soluzione. L'altra opzione di mobilità volontaria, che interessa quei lavoratori che non hanno raggiunto nè l'età anagrafica nè quella contributiva, è subordinata alla rimodulazione degli incentivi. Quelli previsti dall'azienda vengono considerati troppo bassi. I lavoratori si sono detti pronti ad "un conflitto più aspro in caso di rigidità da parte dell'azienda".
Otto ore di sciopero effettuate nella giornata di ieri da quasi la metà dei lavoratori della Sagit - gruppo Unilever - di Caivano che aderiscono all’Uil Uila (Unione italiana lavoratori agroalimentari) sono state il colpo di coda di una battaglia cominciata nelle scorse settimane e che sta dividendo le maestranze di una delle fabbriche più importanti della zona Asi di Pascarola, un’industria che conta oggi 1300 dipendenti ed è una delle realtà più attive sul territorio. A spaccare gli operai è un accordo siglato recentemente tra l’azienda e i rappresentanti di Cgil Flai (Federazione lavoratori agricoli italiani) e Cisl Ugl (Unione generale lavoratiori) nel quale si è deciso, in una eventualità remota che la fabbrica entri in crisi, di ricorrere alla cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo) al cento per cento. L’accordo però non è stato discusso né dalla Rsu né dai lavoratori stessi. Già il 23 dicembre dello scorso anno e per due settimane, furono messi a cassa integrazione circa 900 lavoratori mentre furono esclusi dal provvedimento 250 dipendenti. Problemi di import-export fu il motivo addotto dall’amministrazione della Sagit! L’accordo della discordia che adesso ha provocato la ribellione della metà dei lavoratori riguarda anche altre tematiche, tra le quali il prolungamento delle pause di lavoro, la revoca degli ordini di servizio, l’assunzione del personale stagionale e l’annullamento di alcuni provvedimenti disciplinari, nonchè il ripristino del vecchio monte-ore per i permessi sindacali.
Sono almeno cinquanta i morti e 22 i dispersi nell'esplosione di una miniera di carbone a Mengnanzhuang nella provincia dello Shanxi, nella Cina settentrionale. L'esplosione è avvenuta sabato scorso, ma le informazioni sono scarse e il bilancio effettivo dei morti è ancora provvisiorio. Le autorità provinciale cinesi hanno spiegato che quando è scoppiata la tragedia i minatori al lavoro erano 87.
La vertenza Lares Tecno dell'Aquila ha riservato ai lavoratori l'ennesimo, spiacevole, colpo di scena e ieri sera è scattata la protesta con blocchi stradali in città. Ieri, alla vigilia della nuova convocazione, il Governo ha fatto slittare di una settimana il faccia a faccia con l'azienda. Difficile sanare la situazione debitoria del gruppo Cozzi, che ha un secondo stabilimento a Milano, e trovare contemporaneamente un'azienda in grado di portare nuovo lavoro all'Aquila. Per la Cgil "il rinvio della riunione è un fatto gravissimo. La posticipazione del vertice di palazzo Chigi ha creato incomprensioni e panico tra i lavoratori, che attendono di conoscere con ansia il loro destino". La situazione è resa ancora più difficile dalla "spada di Damocle" che pende sui 220 operai della Lares: il gruppo ha deciso di rinviare il consiglio di amministrazione che avrebbe dovuto mettere ai volti la liquidazione dell'azienda. I lavoratori, riuniti ieri mattina in assemblea a palazzo Branconi-Farinosi, dove prosegue il presidio, hanno ribadito la necessità "di individuare un percorso credibile, che consenta alla fabbrica di riaprire i battenti. Si è parlato anche di un possibile aggancio con Finmek, se dovessero arrivare in città le commesse Siemens per l'Umts, il telefonino mondiale". A giugno scadrà la cassa integrazione straordinaria e si aprirà la fase di mobilità. E ieri sera sono scattati i blocchi stradali con falò in viale Duca Degli Abruzzi.
Ha registrato una robusta adesione lo sciopero, iniziato ieri, che ha coinvolto i 1.800 lavoratori, tra fissi e stagionali, impiegati nella cernita delle mele alla Melinda di Trento. Lo hanno proclamato Flai Cgil e Fai Cisl per protestare contro la rottura delle trattative per il rinnovo del contratto di settore. Uno dei punti più delicati del confronto è la richiesta dei Consorzi frutta (Melinda, Paganella, Serene Star, Sant'Orsola e Valli Trentine), oltre che della Federazione delle cooperative, di avere libertà di non riassumere i lavoratori stagionali, come invece previsto dal contratto. In un settore come l'agricoltura che si basa in gran parte proprio sul lavoro stagionale, non è possibile cancellare questa garanzia occupazionale. La possibilità di licenziamento riguarda tutti gli stagionali - il 90% del settore - in gran parte donne. E' una richiesta immotivata, spiegabile solamente con la volontà dei Consorzi frutta di accrescere la presenza degli extracomunitari e, in ogni caso, di comportarsi in modo punitivo verso i lavoratori "sgraditi": chi disturba il padrone, in altre parole, riceve due mesi di stipendio e poi si ritrova licenziato. I sindacati inoltre chiedono che la parte economica del contratto abbia validità biennale (oggi è triennale) e propongono un aumento medio di 85 euro mensili, mentre i Consorzi ne offrono 82. Lo sciopero proseguirà tutta la settimana con astensioni a scacchiera di 4 ore al giorno, bloccando la consegna degli ordini di vendita. I due sindacati hanno già sollecitato l'intervento dell'assessorato al lavoro ed all'agricoltura per verificare la possibilità di una mediazione.
Ancora in stato di agitazione gli operai dello stabilimento ebolitano della ditta multinazionale Nestlè. Rientrati ai propri posti di lavoro dopo le otto ore di sciopero, una intera giornata di produzione, proclamate per lo scorso 12 marzo, i dipendenti si mostrano intenzionati a riprendere la protesta. Licenziamenti definiti illeciti. Accordi stipulati tra vertici aziendali e lavoratori non rispettati. Incertezza sul futuro occupazionale. Queste le ragioni fondamentali che hanno portato i circa 150 operai impiegati nello stabilimento di Pezza Grande, ad organizzarsi per rivendicare i propri diritti. Motivazioni che si collegano direttamente ad una vertenza più ampia, quella dell'occupazione in tutta la Piana del Sele, per la quale la Nestlè rappresenta uno degli ultimi baluardi di attività a livello industriale. Il sito Nestlè di Eboli, infatti, fu costruito grazie ai fondi della legge 219 per le aree terremotate. E pur ospitando ben tre strutture, il molino e il mangimificio ed il pastificio, ad oggi soltanto quest'ultimo assicura produzione e dunque lavoro. Mentre gli altri due costituiscono delle vere e proprie cattedrali nel deserto.
Esplode la rabbia dei 270 Lpu (lavoratori di pubblica utilità) del Comune di Frosinone. Ieri si è tenuta un'assemblea al termine della quale è stato deciso di dare vita alle prime manifestazioni di protesta. Già ieri alcuni Lpu hanno fatto dei sit-in davanti il municipio, in Piazza VI Dicembre. Una ventina di manifestanti sino alle 18 ha stazionato davanti l'ente. Ma le forme di protesta sono destinate ad intensificarsi. Lunedì sciopereranno e daranno vita ad una manifestazione cittadina. Nell'amministrazione non ci sono idee chiare sulla stabilizzazione di questi lavoratori né ancora sono uscite fuori le cifre che si intende stanziare per risolvere questa precaria posizione.
Per la terza volta, nel giro di pochi mesi, i dieci lavoratori precari del Consorzio Ce2, rimasti da settembre senza occupazione, hanno scelto di manifestare la loro rabbia contro quelle istituzioni che, a loro giudizio, non avrebbero mantenuto le promesse fatte in precedenza. E hanno nuovamente occupato l'ultimo piano della casa comunale arrampicandosi, poi, lungo il cornicione da cui hanno minacciato di gettarsi nel vuoto per richiamare l'attenzione contro coloro che non hanno accolto le loro richieste occupazionali. I lavoratori sono scesi solo dopo aver ricevuto la garanzia di un incontro che si terrà giovedì prossimo in Prefettura con i rappresentanti degli enti coinvolti. Una volta scesi gli stagionali hanno comunque deciso di restare simbolicamente negli uffici comunali fino a quando non conosceranno l'esito del vertice.
Protestano i 114 lavoratori dell´Olcese, licenziati a fine anno e ancora privi di indennità di mobilità e di trattamento di fine rapporto. I dipendenti sono reduci da tre anni di cassa integrazione straordinaria. Il 31 dicembre 2002 il periodo di cassa è terminato ma i lavoratori non hanno ricevuto la seconda rata delle spettanze di fine rapporto. Per i ritardi dovuti alla commissione regionale dell´impiego, le domande di mobilità non sono state ancora approvate e l´Inps non ha ancora messo in pagamento le indennità. In questa situazione l'unica fonte di reddito in attesa dell'indennità di mobilità era l'erogazione del trattamento di fine rapporto, ma se l´azienda non rispetta i patti, parecchie lavoratrici e lavoratori non sanno come arrivare a fine mese.
Uno sciopero unitario in difesa del diritto al lavoro compatibile con la tutela dell'ambiente. La manifestazione parte questa mattina, alle ore 8, dalla Centrale Enel di Polesine Camerini e, stando alle previsioni dei sindacati, coinvolgerà più di 500 lavoratori. Un corteo di automobili di seguito si recherà davanti alla sede del municipio di Porto Tolle, qui l'arrivo è previsto per le 8.30, dove farà una sosta di protesta per poi prosegue verso la statale Romea occupandola. I lavoratori si muoveranno lungo la Romea rallentando il traffico e facendo volantinaggio. Tale iniziativa, che comporterà la fermata di tutti i gruppi della Centrale termoelettrica di Polesine Camerini per 24 ore, ha lo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica e sollecitare le istituzioni competenti - Regione Veneto, ministero delle Attività Produttive, ministero dell'Ambiente - e l'Enel a chiarire le loro posizioni in maniera netta e definitiva sul futuro della Centrale.
Un'altra fumata nera per la "Luck" di Badia Polesine. L'azienda si è presa ancora qualche giorno di tempo per decidere le sorti dei 35 lavoratori della tessitura coinvolti dalla procedura di mobilità. Intanto l'11 aprile scadono i termini e ancora nulla si sa di che cosa potrà accadere. Questo quanto emerso nell'incontro che si è tenuto ieri a palazzo Celio. E quello di ieri è stato solo l'ultimo di una serie di incontri che hanno visto i sindacati a colloquio con prefetto, presidente della Provincia, presidente del Consorzio Sviluppo e sindaco di Badia. L'incontro di ieri puntava l'attenzione sul settore della tessitura, qui sono 35 i lavoratori coinvolti dalla procedura di mobilità, ma è stata l'occasione per parlare anche del settore della tintoria dove altri 25 lavoratori rischiano la cassa integrazione.
Il primo atto del braccio di ferro tra i sindacati e la Felisi di Codogno per il reintegro di una parte dei licenziati dall'azienda meccanotessile si celebrerà il primo aprile in tribunale a Lodi. E' l'effetto del ricorso, con procedura di urgenza, contro i tredici tagli decisi dai vertici dello stabilimento. L'impugnazione del licenziamento riguarda tutti i dipendenti lasciati a casa, ma per cinque di loro - i due rappresentanti sindacali e tre operai invalidi - è stato invocato l'articolo 700 del codice civile, ossia il reintegro d'urgenza. Prosegue quindi il muro contro muro che sta opponendo organizzazioni sindacali e vertici della Leoni Felisi, l'azienda che alcune settimane fa aveva presentato un piano di quindici esuberi, che in un secondo tempo sono stati ridotti a tredici. Sulla questione, il tavolo della trattativa è saltato con i sindacati che si sono rifiutati di firmare l'accordo. La situazione è diventata ancora più incandescente quando tra gli operai da "tagliare" sono stati inseriti anche gli unici due esponenti delle Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) e i tre invalidi.
Proclamato lo stato di agitazione degli operai del polo petrolchimico turritano: ieri mattina gli esponenti della rappresentanza sindacale unitaria dell’Enichem e delle segreterie territoriali riunite nella Fulc hanno confermato le iniziative di lotta in tutti i reparti dello stabilimento. Lo stato di agitazione intende denunciare la situazione critica della chimica in Sardegna, e di quella di Porto Torres in particolare. I sindacati hanno annunciato ulteriori programmi di sciopero articolato in ogni settore, a cominciare dalla termocentrale termoelettrica, dove gli operai incroceranno le braccia per 24 ore, dalle 6 del primo aprile alla stessa ora del 2.
Contro l'agonia di un gigante del trasporto merci l'adesione allo sciopero è stata totale: lo scalo ferroviario Maddaloni-Marcianise, per 24 ore, è diventato un deserto. Si è fermato il sistema di trasporto su ferro tra il Nord ed il Sud della Penisola. A Maddaloni-Marcianise e a Genova, due installazioni di fondamentale importanza nazionale, i sindacati combattono contro lo "stravolgimento dello spirito degli accordi nazionali". La Fs-Cargo, in maniera unilaterale, vuole applicare alla rovescia gli istituti sindacali, firmati per ottimizzare la produzione. La turnazione flessibile non è più uno strumento, a cui ricorrere per incrementare i livelli produttivi, ma una scure per ridurre il numero degli addetti e il volume di traffico.
Alla Cassa di Risparmio di Ascoli scatta il licenziamento. Dal primo aprile restano a casa 40 dipendenti. Altri 8 dal primo luglio. Molto probabilmente ci saranno code legali. Dopo una lunga trattativa, come noto, il taglio è stato accettato dai sindacati Cisl, Uil, Federdirigenti e Falcri seppure per una manciata di voti. Tutto il personale è rimasto con l’amaro in bocca. Ora si attende di conoscere i nomi di coloro che devono lasciare il lavoro seppure con "accompagnamento" verso il pensionamento. L’azienda, nella scelta dei dipendenti oggetto del taglio, ha preso in considerazione coloro che, nell’arco di sessanta mesi, maturano i requisiti per il pensionamento.
27 marzo 2003
Ieri mattina un gruppo di operai dell'Ilva ha protestato fortemente contro la dirigenza dell'Istituto. In particolare, gli operai chiedono da tempo all'Inail il riconoscimento dell'esposizione prolungata all'amianto, che consentirebbe loro di poter usufruire dei benefici previdenziali previsti dalla legge 257 del '92, e aprirebbe in anticipo a questi lavoratori del gruppo Riva le porte della pensione. Sia a Bagnoli che a Genova i lavoratori impegnati nell'area Movimento ferroviario del colosso siderurgico hanno ottenuto i bonus pensionistici legati all'esposizione all'amianto. Per quale motivo c'è stata, di fatto, questa discriminazione da parte dell'Inail?
La firma dell'accordo sulla Cassa integrazione straordinaria all'Ufficio provinciale del lavoro per 26 lavoratori dell'Ibla Spa rilancia ora gli impegni del 22 febbraio scorso in sede di unità di crisi in Prefettura dalle istituzionali locali riguardo all'attivazione di quelle misure finalizzate alla ricollocazione delle maestranze dell'ex fabbrica di detersivi, diminuite adesso di cinque unità (tre andranno pensione e due apprendisti saranno assunti da Tidona prefabbricati).
Se qualcuno pensava che i portuali fossero morti, e sepolti dalla rivoluzione liberista dei porti, si deve ricredere. Ieri un gruppo ha bloccato il porto commerciale. Navi ferme, armatori incazzati neri, perché ogni ora di ormeggio costa milioni e le unità oggigiorno si fermano al massimo 24 ore in uno scalo. Lo sciopero proclamato ieri mattina è ad oltranza, e questo aggrava ancora di più la situazione e la rende davvero inaspettata. Erano anni - dai tempi della "mitica" compagnia dei Lavoratori portuali (Clp), che non si assisteva ad uno sciopero simile. Il problema riguarda il pool di manodopera costituito l'anno scorso tra "Nuova Clp" (completamente ristrutturata rispetto a quella originaria, alleggerita enormemente di personale e lanciata sul libero mercato) e tre società di lavoro interinale: Umana, Obiettivo Lavoro e Intempo. Si dice che il mercato è il mercato e le nuove regole sono concorrenza sfrenata e costi contenuti. C'è ancora chi dice, per la verità, che questo pool di manodopera ha ancora troppe garanzie, insomma è una sorta di monopolio fotocopia di quello vecchio. Ma la realtà è che conta 113 lavoratori: 60 soci della "Nuova Clp", 30 dipendenti della stessa società e 23 forniti dalle società interinali, tutti, tra l'altro, ex dipendenti della Compagnia, quindi veri portuali. Lunedì prossimo scade l'accordo di "garanzia" tra i sindacati e le tre agenzie: per 6 mesi si erano impegnate ad assicurare ai 23 lavoratori le stesse condizioni di cui godono i colleghi della Clp, e cioè nei giorni di non lavoro (quando non ci sono navi da caricare o scaricare) percepiscono comunque il 75% dello stipendio come cassa integrazione. I sindacati insistono perché questi 23 lavoratori, usciti dalla "Nuova Compagnia", vengano riassunti
La situazione economica dei 395 lavoratori della Erc di Pavia è sempre più difficile. Si sentono prigionieri di una situazione kafkiana: incastrati dalla burocrazia. Questo hanno voluto testimoniare, in serata, incatenandosi all'ingresso dell'aula consiliare di palazzo Mezzabarba, dove era in programma una seduta. La rabbia adesso è esplosa e la tensione tra i lavoratori si taglia a fette. Anche perché è stato chiesto e concesso un rinvio pure per l'udienza relativa al concordato preventivo slittata dal 7 aprile al 10 giugno. L'unica proposta conciliativa uscita ieri dal tribunale è stata quella di pagare anticipatamente un mese di cassa integrazione (630 euro). Una miseria.
Siglato l'accordo tra Malgara Chiari & Forti e sindacati sulla gestione degli esuberi legati alla vendita del marchio "Olio Cuore" alla Bonomelli di Bologna. L'accordo interessa 25 impiegati e chiude così la procedura di mobilità aperta il 21 marzo per decidere le sorti dello stabilimento di Silea. Esuberi che si inseriscono nel piano di dismissione definitiva degli impianti di produzione dell'Olio Cuore. In ballo, per il futuro, ci sono soprattutto i destini di oltre cento operai, anche se in queste settimane la parte debole è stata quella degli amministrativi, che la Bonomelli non voleva tenere a Silea.
Si ingigantisce il clima di tensione all'interno del cantiere di S. Giacomo di Spoleto dove i 72 lavoratori della Coop Costruttori, in sciopero ad oltranza da alcuni giorni, rivendicano con forza il pagamento degli stipendi degli ultimi mesi e il saldo delle mensilità precedenti.
Dopo la trattativa di un mese fa sembrava che la vicenda potesse risolversi con la "terziarizzazione" del reparto di assemblaggio delle pizze e il riassorbimento di circa 25 addetti considerati in esubero negli altri reparti dell'azienda di Meduno. Alla Roncadin, però, quello spiraglio di luce che c'era dopo l'ultimo incontro tra vertice aziendale e sindacato sembra essersi chiuso. Sono infatti rispuntati gli esuberi tra gli addetti del reparto. E non mancano alcune novità sul fronte della riorganizzazione aziendale. Una priorità per il vertice della Roncadin dopo l'ingresso del gruppo Arena.
Saranno in sciopero lunedì 31 marzo i lavoratori della ex filiale Telecom spa della Valle d´Aosta. L´astesione dal lavoro bloccherà le attività per le prime quattro ore di ogni turno. Lo sciopero coinvolge tutte le aziende del Gruppo Telecom e la Valle d´Aosta è interessata attraverso l´ex filiale Telecom spa nella quale operano gli addetti ai call center (info 12 e 187), il personale impiegato nella progettazione della rete e quello che svolge l´assistenza tecnica al cliente. La preoccupazione del sindacato per il futuro della sede valdostana è forte. L´ex filiale Telecom della Valle d´Aosta rispetto a una forza lavoro che negli anni di fulgore era di circa 240 unità è ormai ridotta a poco più di cento lavoratori. In Sardegna un piccolo miracolo alla Telecom: tutti i sindacati, dall’Ugl alle rappresentanze di base (passando per Snater Cobas e le canoniche Cgil Cisl e Uil) uniti nel proclamare lo sciopero di domani, primo appuntamento di un calendario di lotta che proseguirà in aprile. In prima linea ci sono i dipendenti di Telecom IT, due lettere che stanno per information e technology: l’azienda ha avviato la procedura per cedere questo ramo. Sul quale stanno seduti trenta lavoratori, ceduti alla multinazionale HP. E HP non ha sedi in Sardegna. E questo significa che i trenta specialisti di informatica sardi si avviano con ogni probabilità a un bivio sgradevole: accettare un trasferimento o cercare un altro posto di lavoro, che in Sardegna non è esattamente facile da trovare.
I lavoratori della Trasporti Pubblici Monzesi, l'azienda che gestisce le linee di autobus cittadine, hanno proclamato lo stato di agitazione. Causa dell'agitazione, che sfocierà quindi in uno sciopero, è stata la rottura delle trattive con i vertici della Tpm per questioni interne.
Sindacati, Rsu, Confindustria e proprietà hanno sottoscritto ieri un accordo per un lungo periodo di cassa integrazione ordinaria alla distilleria-oleificio Neri. Il periodo di sospensione dal lavoro inizierà a metà aprile e proseguirà sino alla fine di luglio. Tre mesi e mezzo di cassa che coinvolgerà a rotazione tutti i dipendenti dell'industria, una cinquantina tra operai e amministrativi. L'accordo, che verrà materialmente sottoscritto il 7 aprile, prevede che ai dipendenti sia erogato l'ottanta per cento dello stipendio dall'Inps, come accade sempre in questi casi. Il lato "positivo" dell'intesa è che la proprietà ha sottoscritto che erogherà il restante 20 per cento degli emolumenti, in modo da assicurare uno stipendio pieno ai dipendenti anche in questo prossimo periodo di 'magra'. Lunedì 31 è in programma l'assemblea con i dipendenti della Neri, nel corso della quale i sindacati illustreranno nei dettagli il documento. E' la prima volta da molti anni a questa parte che alla Neri entrano in cassa integrazione gli operai. Lo scorso anno, andarono in cassa — anche loro per la prima volta — gli impiegati.