| lunedi 28 luglio 2003 - snaterinforma |
NOTIZIARIO a cura del Centro di Documentazione e
Lotta
E-mail: cen_doc_lotta@yahoo.it
Fax 06233213975
12/07-20/07/2003
Il gruppo Lidl offre prezzi sempre più stracciati, martella i consumatori con campagne pubblicitarie su giornali e tv nazionali ma il lavoro dei dipendenti è durissimo, senza il rispetto dei part-time, della legge 626 sulla sicurezza e con straordinari selvaggi, fino a 14 ore di seguito. Per risparmiare, la ricetta è facile: trasformare le cassiere in robottini, imponendo di sbrigare un cliente al minuto, togliere loro le sedie per farle lavorare più in fretta, fare schiacciare i cartoni con i piedi anziché con le apposite presse. E via flessibilizzando. A riprova del poco rispetto per i diritti dei lavoratori, una recente condanna per attività antisindacale a Savona. Nel punto vendita di Albenga, infatti, c'è un organizzatissimo pool di lavoratrici che non si è fatto mettere i piedi in faccia e ha costruito negli ultimi anni un'attività che potrebbe essere offerta ad esempio per i 2700 dipendenti del gruppo, distribuiti nelle 300 filiali italiane. Dieci cassiere hanno saputo tenere testa alla catena di hard discount più diffusa in Europa, con 4.500 filiali nel continente e oltre 45 mila dipendenti in organico, di proprietà del potente gruppo tedesco Schwarz. La condanna inflitta alla Lidl dal tribunale di Savona è di pochi giorni fa. La delegata della Filcams Cgil Felicita Magone ne ha viste di cotte e di crude dal 1992, anno in cui è stata assunta alla Lidl con un contratto part time di 20 ore, 4 ore per 5 giorni. Innanzitutto l'azienda non ha mai rispettato il part time: sul contratto è scritto un orario fisso, ma i capi hanno sempre preteso di cambiare i turni il giorno prima, o addirittura di chiamare a casa lo stesso giorno per farli lavorare all'ultimo momento. Solo dopo le proteste hanno ottenuto la programmazione mensile degli orari. Qualche anno fa la Lidl impose di sbrigare 240 clienti in 4 ore, ovvero un cliente al minuto, e c'erano ancora i codici da battere manualmente. E per velocizzare il lavoro, hanno tolto anche le sedie. Ci sono voluti mesi di lotte per ottenere i guanti antinfortunistici e le presse per schiacciare i cartoni. I dipendenti sono pressati in tutti i punti vendita. Gli stessi capifiliale, in molti casi, sono i più torchiati: lavorano fino a 14 ore al giorno, mentre a tutti gli addetti viene imposto, violando il contratto, di fare anche le pulizie dei gabinetti e dei piazzali antistanti i negozi.
Dopo 18 mesi di trattative, ieri è stato ufficialmente siglato il nuovo contratto del gruppo Poste Spa che interessa circa 200 mila lavoratori. La parte economica prevede un incremento mensile sui minimi contrattuali di 100,46 euro: 40 saranno pagati subito, i rimanenti 60 in tre trache nel 2004. Sarà inoltre corrisposta una "una tantum" di 1000 euro per il periodo precedente la firma del contratto. Tale somma è comprensiva dei 224 euro già pagati come indennità di vacanza contrattuale. La parte innovativa dell'accordo sembra essere quella che riguarda il nuovo sistema di inquadramento (7 livelli al posto delle attuali 4 aree) che comporterà tra l'altro, con i passaggi di categoria, aumenti medi retributivi superiori in media del 2% del vecchio salario. Sono inoltre previste rivalutazioni di voci retributive e di varie indennità (funzione quadro, indennità di cassa, nuove indennità recapito e altre, compreso un piccolo aumento dei ticket), che assieme a tutti gli altri aumenti dovrebbero far salire l'incremento medio delle retribuzioni attorno al 10% nel biennio 2003-2004. In coda alla firma del contratto (che sarà sottoposto al giudizio vincolante delle assemblee dei lavoratori) c'è stata una polemica sul fronte della flessibilità tra la Slc-Cgil e Massimo Sarni. Per l'amministratore delegato delle Poste nel contratto "c'è lo specifico impegno delle parti a recepire la forme di flessibilità del rapporto di lavoro introdotte dalla legge Biagi". Per la Cgil, invece, "non è stata recepita nessuna delle leggi approvate o in discussione e, anzi, esplicitamente si prevede che non potrà esserci automatismo applicativo".
"Non è il massimo, ma almeno respiriamo". Si può riassumere così il giudizio delle dipendenti della Postalmarket sull'accordo raggiunto giovedì al ministero del lavoro e illustrato ieri in assemblea a Peschiera Borromeo. L'accordo evita per un pelo il fallimento dell'azienda fondata da Anna Bonomi e, soprattutto, lascia aperta una prospettiva occupazionale per tutti i 570 lavoratori (in prevalenza donne), non solo per i 150 che continueranno a essere impiegati nella vendita per corrispondenza. La Bernardi spa di Udine, la catena di negozi d'abbigliamento che a febbraio ha rilevato Postalmarket, ha accettato di farsi carico di tutti i lavoratori. Non ci saranno licenziamenti, ma solo molti mesi di cassa integrazione, più lunga per i 420 che non resteranno alla Postalmarket ma saranno comunque ricollocati in attività della Bernardi. L'esito del referendum che si terrà lunedì e martedì appare scontato. L'accordo, sottoscritto da Bernardi, sindacati, commissari straordinari e ministero del lavoro, sarà approvato.
Ore di botta e risposta sui tagli all'organico, presentati dai vertici aziendali come l'unica soluzione possibile per scongiurare la chiusura dello stabilimento di Macianise per la telefonia mobile. Dall'altro lato del tavolo le richieste dei lavoratori sulle garanzie future una volta accettata la mannaia degli esuberi. L'accordo prevede complessivamente l'uscita di 440 lavoratori. L'azienda ha ripetuto le ragioni della crisi del settore, con l'Umts che non decolla. Ma in realtà, tutti gli altri settori della Siemens Italia, dalle telecomunicazioni, al medicale, alla radio, fino alle lampadine, viaggiano a gonfie vele. La multinazionale tedesca, infatti, è un gigante produttivo con oltre 10.000 addetti in Italia, e non si scompone più di tanto se deve chiudere e ridimensionare alcuni stabilimenti, tanto più se rappresentano un'incognita per il futuro e possono sempre essere rivenduti a prezzi convenienti. Con queste premesse, alla fine Fim, Fiom e Uilm hanno firmato quelle pagine dove è scritto che lo stabilimento di Marcianise non chiuderà, ma 440 dipendenti su 3.000 del settore, saranno sbattuti fuori. Si adotteranno le procedure di mobilità, e si assicura l'adesione spontanea dei lavoratori, con la Siemens che rivendica di accollarsi in quasi in toto le spese e la possibilità di assunzioni future, nel miraggio di una ripresa. A Marcianise saranno 290 su 790 gli addetti che, attraverso la mobilità ordinaria e quella lunga verso la pensione, lasceranno lo stabilimento. Saranno invece 150 quelli a dire addio al sito milanese di Casina de Pecchi, poi si continuerà con le esternalizzazioni di alcuni comparti. Ieri mattina a Marcianise i lavoratori, durante le consultazioni sull'accordo appena siglato, hanno detto sì all'unanimità. Lunedì si voterà a Milano dove invece la situazione è più delicata, sia perché la percentuale dei tagli è rimasta quasi invariata dopo il negoziato, sia perché le esternalizzazioni sono spesso una formula indiretta per far piombare i dipendenti nella precarietà. Cosa accadrà, quindi, se Milano dovesse rigettare l'accordo? I sindacati preferiscono non esprimersi e parlano di una situazione complessa. Marcianise intanto aspetta e un po' trema perché, teme qualcuno, lì si potrebbe ancora chiudere dalla sera alla mattina.
EL SALVADOR.
Produrre caffè solubile a Ilopango, El Salavdor, non era più conveniente per
la Nestlé e per questo aveva deciso, ad aprile, di trasferire gli impianti in
Messico e in Brasile. Ai 70 dipendenti la multinazionale svizzera voleva
concedere solo due mensilità di liquidazione, contro gli accordi del contratto
firmato insieme al sindacato Setnessa, con cui l'azienda si era impegnata in
ogni caso a pagare stipendi fino alla fine del 2003. Una parte dei licenziati ha
accettato subito l'offerta, ma in 35 hanno l'hanno rifiutata, pretendendo il
rispetto del contratto. La direzione ha chiuso immediatamente i cancelli, sempre
ad aprile, e per tutta risposta i lavoratori li hanno riaperti occupando la sede
del sindacato all'interno dello stabilimento. Oltre a negare le liquidazioni, la
Nestlé ha denunciato i 35 per l'irruzione nella fabbrica. Alla fine, però,
l'orgoglio dei lavoratori salvadoregni ha avuto la meglio e l'azienda ha deciso
di rinegoziare le buonuscite. Non più solo due mensilità, ma un numero
variabile (fino a 20) secondo gli anni di servizio, più una sorta di tfr di tre
mensilità aggiuntive. La compagnia ha ritirato anche la denuncia di violazione
di proprietà privata.
INDIA
Migliaia di lavoratori delle industrie zuccheriere indiane manifesteranno il
9 agosto contro la crisi del settore e i continui esuberi nello stato del
Maharashtra. Lo ha annunciato la federazione sindacale degli zuccherieri, che
vuole così denunciare le insensate politiche industriali del governo locale e
la diffusa corruzione degli amministratori pubblici. Sulla trasformazione di
canna da zucchero si è costruita una fitta rete di imprese nel Maharashtra, in
parte private in parte cooperative, ma il progressivo esaurimento di materie
prime potrebbe costringere i produttori più piccoli a restare inattivi durante
la prossima stagione invernale. Inoltre, con la scusa della crisi molte aziende
si ostinano a non pagare i dipendenti per mesi e ci sono lavoratori che non
vedono lo stipendio addirittura da anni.
PAKISTAN.
Alla fine, gli zuccherieri statali pachistani l'hanno spuntata contro un
grossolano tentativo di repressione. La settimana scorsa, dopo una lunga
battaglia che ha coinvolto anche la sigla internazionale dei lavoratori
alimentari Iuf, la direzione militare della fabbrica di Badin, provincia di
Sindh, ha dovuto ritirare la richiesta di scioglimento dell'organizzazione
sindacale Army welfare sugar mill workers (Awsmw). La sigla esiste dal 1983 ma i
generali a capo dell'azienda pubblica ne avevano imposto la soppressione in
seguito alla nascita della federazione nazionale degli zuccherieri, il 18
maggio, costituita proprio per reclamare diritti in un settore dove regna lo
sfruttamento e l'intimidazione. Il presidente della federazione, Abdus Salam
Memon, è anche dipendente dello zuccherificio di Badin e questo, secondo i
generali, avrebbe creato una situazione scomoda e imbarazzante per
l'amministrazione militare. Anche ai dirigenti era stato imposto di boicottare
il sindacato e di emarginare gli iscritti e i delegati. Dall'ordine di
scioglimento, però, per quasi due mesi i lavoratori hanno tenuto manifestazioni
e anche uno sciopero della fame, richiamando l'attenzione dei media e delle
organizzazioni internazionali del lavoro per l'affermazione del diritto alla
rappresentanza sindacale e alla contrattazione collettiva.
SUDAFRICA.
Regole nuove e più severe a tutela dei lavoratori agricoli. È la linea che
intende seguire il ministro sudafricano del lavoro Membathisi Mdladlana, che
questa settimana ha alzato i minimi salariali e ha introdotto alcuni sostanziali
miglioramenti nelle procedure di licenziamento. Immediata la protesta
dell'associazione degli imprenditori agricoli e dei proprietari terrieri che già
prevedono una contrazione dei profitti e perciò annunciano licenziamenti di
massa. Il ministro ha risposto ironicamente, invitando quanti ritengono i minimi
troppo alti per la propria azienda (fino a 800 rand mensili, circa 80 euro) a
fare domanda per ottenere una riduzione o un'esenzione.
Sciopero della fame e manifestazioni davanti al centro di riabilitazione "Le ville" di Montefalcione,nell'Avellinese. Lo hanno proclamato diciotto dei cinquantadue lavoratori della cooperativa "Serino service" che per quindici anni ha fornito i servizi di mensa, pulizie e assistenza ai pazienti nella casa di cura di proprietà del gruppo Teoreo. L'agitazione, a sostegno della quale la funzione pubblica della Cgil campana ha indetto per il 17 luglio uno sciopero, scaturisce da un braccio di ferro durato otto mesi. I diciotto lavoratori rivendicano di essere soci dipendenti e non collaboratori coordinati della cooperativa e che questa, di fatto, era uno strumento della proprietà per non avere dipendenti. Due di loro sono stati licenziati, mentre un ex dipendente si è suicidato la scorsa notte.
Il 2002 è stato per il Nord Est uno dei peggiori degli ultimi cinquant'anni: il pil è cresciuto dello 0,3% (un risultato peggiore lo si è avuto solo nel 1975 e nel 1983); il reddito procapite è diminuito dello 0,2%; per la prima volta in 10 anni è diminuito il valore corrente delle esportazioni; la domanda interna (consumi delle famiglie e investimenti) è cresciuta solo dello 0,8%; la produttività ha subito una contrazione dello 0,2%; l'industria ha fatto registrare un decremento del valore aggiunto dello 0,9%. In miglioramento i dati sul mercato del lavoro: l'occupazione è cresciuta dell'1,5%; il tasso di attività ha raggiunto il 52,6%, quello di occupazione il 51% e quello di disoccupazione è sceso al 3,3%; l'occupazione nell'industria è tornata a crescere (+ 8.000 unità su 25.000 nuovi occupati) ed è aumentata la componente femminile (il 40% del totale).
Gli operai degli stabilimenti Imeva e Galvacenter di Benevento sono in stato di agitazione e protesta da due settimane. Le due aziende, in mano alla stessa proprietà, leader nel settore dell infrastrutture per la sicurezza stradale, hanno deciso che gli operai non devono avere i premi di rendimento relativi al 2003, nonostante l'aumento del 25% della produzione rispetto al 2002. Picchetti si susseguono quasi tutte le mattine davanti ai cancelli degli stabilimenti, e coinvolgono la totalità dei dipendenti, che hanno incrociato le braccia per oltre 30 ore in uno sciopero proclamato da Fiom e Uilm. Chiedono il riconoscimento di quanto dovuto in base ai parametri stabiliti dalle aziende.
Sono stati messi in mobilità da un'azienda di cui virtualmente sarebbero
soci.
Hanno diritto, per legge, a due mesi e mezzo di stipendio, ma i sindacati
chiudono la trattativa in cinque giorni.
Un caso da far west all'aeroporto di Fiumicino.
Per la loro azienda, la cooperativa sociale Res Nova di Alberto De Angelis - di
cui in teoria sono soci ma in pratica dipendenti sottopagati - sono da
considerarsi in mobilità.
In base alla legge 223 del 1991, azienda e sindacati hanno 45 giorni di tempo
per trovare di comune accordo una soluzione alternativa: se non ci riescono ci
prova per altri 30 l'Ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione.
In totale fanno 75 giorni, cioè due mesi e mezzo, di stipendio intero.
Ma in Res Nova le cose si fanno in fretta: la trattativa dura 5 giorni, dal 27
giugno al 2 luglio, poi i sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Sult) firmano il verbale
di mancato accordo.
Tutti a casa e senza una lira, i licenziamenti inizialmente previsti per il 15
del mese diventano immediatamente operativi.
Ma non finisce qui. 10 dei 18 dipendenti Res Nova, organizzati dalla Cub, sono
in causa con la Eurohandling di Vittorio Paoletti, che da tre anni gestisce la
movimentazione del materiale aeronautico a Fiumicino in associazione temporanea
di impresa con la cooperativa.
Secondo l'accusa si tratta di interposizione di manodopera.
Mezzi, divise, tesserini, turni e capi sono uguali: l'unica differenza tra i
dipendenti di Paoletti e quelli di De Angelis sono i soldi che questi ultimi
hanno percepito in meno per i tre anni di attività.
Tanti, circa 40000 euro in meno per ogni lavoratore, e che Eurohandling - se
perdesse la causa -potrebbe essere costretta a rifondere a titolo di indennizzo
ai dipendenti Res Nova, insieme ad un contratto a tempo indeterminato.
Pochi giorni fa, il 9 luglio, assemblea sindacale con sorpresa per i lavoratori
Res Nova: i delegati fanno sapere che la ditta di Paoletti propone due
soluzioni.
La prima consiste in un contratto a tempo determinato per un anno (che godrebbe
dei fortissimi sgravi fiscali previsti dalla legge 223), più l'impegno
dell'azienda al rinnovo a tempo indeterminato alla scadenza. La seconda è un
contratto a tempo indeterminato da subito ma con forti deroghe, circa 100 euro
al mese in meno rispetto al contratto collettivo previsto, quello assoaeroporto.
In questo caso il particolare più inquietante è la durata: Eurohandling chiede
tre anni di deroghe contrattuali per un appalto che ne dura due.
Per ciascuna delle proposte, naturalmente, c'è un prezzo da pagare.
Il ritiro delle denunce.
I rappresentanti dei sindacati hanno fatto sapere che saranno assunti quei
lavoratori che rinunceranno a far valere i propri diritti in tribunale.
È la legge del padrone.
Un accordo per cominciare a mettere ordine nei call center.
Non in tutti e non ottiene subito la regolarizzazione per tutti i lavoratori -
come ci si dovrebbe auspicare per chi presta sostanzialmente un lavoro di tipo
subordinato.
Ieri è stato firmato il protocollo tra Assocallcenter - 32 imprese, 12 mila
addetti - e Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil, parte integrante del
contratto nazionale del terziario, distribuzione e servizi. I call center
interessati non sono quelli della Wind o della Vodafone, che applicano diversi
contratti, si parla di medie aziende che operano in outsourcing per diverse
società.
I loro operatori non hanno un fisso mensile, sono collaboratori senza ferie,
malattia, contributi, rappresentanti sindacali, pagati spesso a cottimo, secondo
le telefonate realizzate.
I sindacati sono partiti a tamburo battente con cause per il riconoscimento del
tempo indeterminato, e Assocallcenter, associata di Confcommercio, ha deciso così
di trattare.
Entro i primi due anni dall'accordo (che dovrà essere votato dai lavoratori,
sia cococo che dipendenti) bisognerà trasformare il 25% di tutte le
collaborazioni in essere in lavoro subordinato; entro i successivi due anni, non
potranno esserci più del 40% di collaboratori rispetto al totale dei
dipendenti.
Bisognerà confermare a tempo indeterminato almeno il 60% degli apprendisti.
Si è definita anche un'unica percentuale di contratti a termine e interinali,
pari al 40%, e che entro tre anni scenderà al 35%. Sul fronte salariale, si è
ottenuta una progressione verso il 100% del salario contrattuale, da ottenere in
tre anni: il primo anno i dipendenti avranno l'80% della retribuzione piena, il
secondo il 90%, e il terzo il 100%.
Il 9 settembre le parti si dovranno incontrare di nuovo per discutere i compensi
dei collaboratori.
E' stata ottenuta anche un'ora e mezza di assemblea in tutti i call center - i
cococo non hanno delegati, e dunque in teoria non potrebbero fare assemblee -
per sottoporre al voto l'ipotesi di accordo firmata con le imprese.
GRAN BRETAGNA.
È imminente lo sciopero alla vecchia casa automobilistica inglese Aston Martin.
La maggioranza degli iscritti al sindacato Transport and general workers union (Tgwu)
martedì ha votato per l'azione industriale contro il piano di flessibilità
negli orari e nei turni che l'azienda vorrebbe imporre secondo la nuova gestione
del personale, ispirata dal principio di competitività. Nei prossimi giorni il
sindacato concorderà i tempi e i modi del blocco nei due stabilimenti di
Newport Pagnell, nel Buckinghamshire, e di Bloxham, nell'Oxfordshire. La
direzione chiede di lavorare di più e guadagnare di meno rispetto ai dipendenti
di Land Rover e Jaguar. L'Aston Martin, nata nel 1914, è di proprietà Ford,
produce auto di lusso (1.500 veicoli l'anno) ed è nota per essere la
vettura-simbolo di James Bond.
COREA DEL SUD.
Questa settimana i rappresentanti sindacali della sigla interna all'azienda
hanno deciso di sospendere i blocchi che dall'inizio di giugno interrompono la
produzione a intervalli di tre, quattro ore ogni settimana. Le richieste dei 50
mila lavoratori Hyundai e delle sigle metalmeccaniche sudcoreane riguardano
soprattutto la settimana di 40 ore-cinque giorni, gli aumenti salariali e il
maggiore peso delle organizzazioni sindacali nelle decisioni sulla gestione del
personale.
AUSTRALIA.
La Ford australiana ha appena evitato il blocco generale con la concessione,
all'ultimo momento, di aumenti e condizioni migliori per i dipendenti. Mercoledì
l'azienda ha sottoscritto l'accordo con le organizzazioni sindacali che da tempo
chiedevano l'incremento salariale del 15,5 per cento in tre anni e 14 settimane
di retribuzione per la maternità. Le nuove condizioni, che ora devono passare
all'approvazione dei lavoratori iscritti, sono state formulate sulla base dei
contratti applicati alla Holden e alla Toyota, le maggiori e più potenti
industrie automobilistiche australiane. Alla Ford, il sindacato è riuscito a
imporre anche forti restrizioni all'utilizzo di lavoro interinale e di contratti
a tempo determinato.
STATI UNITI.
Sono partiti i negoziati tra i giganti dell'auto di Detroit e i sindacati per i
rinnovi contrattuali degli oltre 300 mila lavoratori a ore. Mercoledì, le
direzioni del personale della General motors, della Ford e della Daimler
Chrysler si sono seduti al tavolo con i rappresentanti della sigla di categoria,
United auto workers (Uaw), e hanno iniziato la trattativa che dovrebbe terminare
a settembre, mese di scadenza dell'accordo attuale. Le tre multinazionali hanno
anticipato che non aumenteranno la spesa per il lavoro, anzi cercheranno di
ottenere una riduzione dei contributi sanitari, dato che ora - dicono - gravano
pesantemente sui bilanci. La Uaw ha messo subito in chiaro che non intende
ritoccare i salari, né le quote per la sanità insistendo molto sulla
conservazione delle condizioni attuali. Con il contratto del 1999 sono stati
sanciti aumenti salariali del 3 per cento l'anno e ridotti i contributi a carico
dei dipendenti. I tre produttori sono concordi, in ogni caso, nel chiedere anche
al governo un maggiore impegno di spesa nell'assistenza sanitaria.
Banca Intesa in sciopero lunedì prossimo, 21 luglio. Tra i motivi della protesta, la condizione in cui versano le sedi dopo la costituzione del gruppo (frutto della fusione di Comit, Banco Ambrosiano Veneto, Criplo): tanta confusione, eccessivo centralismo, eccessive pressioni sul personale. Pressioni commerciali ai limiti della vessazione, impronta inquisitoria delle sanzioni disciplinari e continui tentativi di marginalizzare le rappresentanze sindacali. I problemi di Banca Intesa partono dalla fusione dei diversi istituti, ma si sono acuiti l'anno scorso, dopo il piano di tagli del nuovo amministratore delegato Corrado Passera. La dirigenza aveva annunciato ben 7800 esuberi su un totale di 33 mila dipendenti. Con un accordo sindacale si è scesi a 6900, 3 mila dei quali sono già usciti, direttamente verso la pensione o attingendo allo speciale fondo esuberi. Non sono bastati questi tagli, il personale che è rimasto ha dovuto farsi carico di altri "risparmi": anzichè il premio di risultato medio di circa 2 mila euro dell'anno scorso, quest'anno tutti i dipendenti, di qualunque grado, hanno dovuto accontentarsi di un forfait di 258 euro. In più, le prime cento ore di straordinario, anziché venire retribuite, dovranno essere recuperate obbligatoriamente attraverso la banca ore.
Con 18 mesi di ritardo, è stato siglato ieri il nuovo contratto collettivo per i dipendenti delle aziende del settore turistico. L'intesa (interessa oltre un milione di lavoratori e circa 300 mila aziende) stabilisce una durata quadriennale sia per la parte economica che per quella normativa (la scadenza è prevista per il 31 dicembre 2005). Per quanto riguarda la parte economica è previsto un incremento medio a regime di 118 euro in quattro tranches (la prima di 40 euro sarà pagata a fine luglio) e la corresponsione di una indennità di «vacanza contrattuale» di 300 euro una tantum (che sarà però erogata in due tranches. Il nuovo contratto prevede una assistenza sanitaria integrativa a partire dal gennaio 2005. I costi mensili saranno sostenuti dalle imprese (7 euro) e dai lavoratori (3 euro). Nell'accordo c'è anche una migliore definizione dei contenuti e dei criteri per la contrattazione territoriale, soprattutto nelle imprese co meno di 15 dipendenti, indicando una serie di parametri utili per il calcolo della produttività. Il nuovo contratto recepisce in pieno le direttive della legge Biagi. E questo ha reso felice sia Sergio Billè, presidente di Confcommercio (che ha parlato di un contratto che è una risposta a chi si arrende alla crisi) che Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi-Confturismo, secondo il quale "le imprese turistiche potranno contare d'ora in poi su un'ampia gamma di strumenti di flessibilità contrattata in linea con le specificità del settore e con i processi evolutivi del mercato".
Nel ramo Segnalamento dell'Ansaldo è stato raggiunto l'accordo sul contratto integrativo. Fiom, Fim e Uilm parlano di successo per la conquista di premi di risultato (tramite il raggiungimento di obiettivi), diritto alla formazione e all'informazione, sui contratti temporanei. In complesso dovrebbero aumentare le erogazioni salariali e l'agibilità sindacale negli stabilimenti del settore.