| mercoledi 12 novembre 2003 snaterinforma |
Telecom
Italia, l'appalto è in linea
ARTICOLO USCITO SU “IL MANIFESTO “ DEL 2 NOVEMBRE 2003
Manutenzioni e posa
della rete sono affidati a ditte esterne. E a una catena di subappalti fatta di
lavoro nero
Licenziamenti e disservizi La privatizzazione della
Telecom ha dato luogo alle esternalizzazioni: il committente non ne è più
responsabile, la competizione è solo sui costi, la qualità del servizio crolla
insieme all'occupazione. E tra le pieghe prolifica il lavoro irregolare
GABRIELE POLO
Se il telefono di casa diventa improvvisamente muto, che si
fa?
Si chiama la Telecom e, dopo aver perso buoni dieci minuti alle prese con nastri
registrati che - tra un'offerta e l'altra - ti costringono a fare la gimcana
sulla tastiera, si segnala il guasto a un operatore (quasi sicuramente un
lavoratore «atipico» che risponde da chissà dove) e si resta in attesa
dell'intervento riparatore.
Peccato che assieme ai tempi della segnalazione, anche quelli della riparazione
si siano allungati terribilmente negli ultimi anni. E' vero che la telefonia
fissa è ormai considerata dalla Telecom (e da tutti gli operatori) una parente
povera di quella mobile, però tra chi ha avuto la disgraziata idea di nascere e
vivere in zone un po' isolate di montagna c'è chi ha dovuto attendere anche
giorni per poter risentire il magico «tu-tuu».
Miracoli della privatizzazione.
E degli appalti che hanno «esternalizzato» l'assistenza come la manutenzione e
la messa in opera della rete telefonica.
A farla sono ormai imprese che non hanno più nulla a che fare con Telecom, che
ottengono l'appalto con offerte al massimo ribasso e che sempre più spesso
utilizzano anche personale «irregolare», lavoratori in nero.
In alcuni casi questi «fantasmi» che attraversano l'Italia su misteriosi
furgoni sono lavoratori cassintegrati delle stesse imprese appaltatrici, che in
questo modo arrotondano i magri proventi della Cig in cui «vivono» da diversi
anni.
Il disagio per l'utenza, l'abbassamento della qualità dei servizi e la giungla
del lavoro nero marciano di pari passo, contenuti «qualificanti» della
privatizzazione dei servizi di pubblici, insieme ai profitti che, invece,
gonfiano i bilanci del gestore.
Da quando la Telecom è stata completamente privatizzata, nel 1997, passando per
Colaninno e approdando a Tronchetti Provera, si è aperta la voragine della
corsa agli appalti della gestione della rete, che Telecom, nonostante la
liberalizzazione, continua a controllare.
Ne hanno pagato i costi gli utenti attraverso l'abbassamento della qualità del
servizio e i lavoratori con la contrazione occupazionale.
Così mentre l'antico «centralino» si frantumava in tanti call center pieni di
giovani co.co.co. e contratti a termine precari e sottopagati, i lavoratori
specializzati della manutenzione e della posa degli impianti diminuivano
drasticamente di numero, passando da una proprietà all'altra.
E iniziava la corsa al massimo ribasso nell'attribuzione degli appalti, perché,
come in tutte le imprese private, la competizione si fa sui costi, pazienza per
la qualità, tanto gli utenti non hanno alcun potere contrattuale, possono al
massimo cambiare gestione (con non poche difficoltà burocratiche) ma anche la
concorrenza deve passare attraverso i cavi della Telecom.
Dieci anni fa i lavoratori che posavano i cavi, li
accudivano e facevano assistenza ai clienti erano 45.000; oggi sono 25.000,
distribuiti tra tante imprese, alcune consistenti (come la Site che occupa 1.400
addetti), altre minuscole.
Ma di questi 25.000, almeno 10.000 sono «irregolari», cioè non risultano da
nessuna parte, o risultano tra quei 5.000 lavoratori, concentrati soprattutto al
sud, che sono - alcuni anche da nove anni - in cassa integrazione.
E' un lavoro che richiede alta professionalità, ed è naturale che persone
abituate a un salario dignitoso non si accontentino del sussidio di cassa
integrazione, non abbiano voglia di starsene con le mani in mano e si prestino
al lavoro nero.
Dall'altra parte della barricata, le imprese sono ben contente di ricorrere alle
prestazioni irregolari attraverso il subappalto, visto che un'ora di lavoro di
un operaio specializzato costa attorno ai 22 euro, mentre la cifra scende a poco
più di 7 euro per chi lavora in nero.
Col paradosso che le risorse pubbliche destinate agli ammortizzatori sociali
vengono usate per alimentare il lavoro nero, che quella che dovrebbe essere una
misura messa in campo in via eccezionale per far fronte a una crisi industriale
(la Cig) diventa invece una «risorsa» normale i cui maggiori beneficiari sono
le imprese committenti.
«E' un meccanismo infernale - denuncia la Fiom nazionale
(questi sono lavoratori inquadrati col contratto dei meccanici, ndr) -
perché basato su una fortissima selezione sui costi, che in questi ha portato
al fallimento di molte imprese».
E come appendice denunciano il fatto che la stabilità delle tariffe italiane
non si deve alla privatizzazione e a un miglior utilizzo degli impianti, ma
all'abbattimento del costo del lavoro e al peggioramento del servizio.
Già, il servizio al cliente, l'espressione magica che ha
giustificato ogni operazione privatistica, fino a quella energetica, in attesa
che ci privatizzino anche l'acqua. Nel settore della telefonia fissa la fine
della gestione pubblica ha prodotto - con l'esternalizzazione - soprattutto
lavoro nero che ora rischia di diventare un fattore endemico, la normalità,
visto che le gare d'appalto ormai si fanno proponendosi di volta in volta un
abbassamento dei costi e proprio in questi giorni va in scadenza l'ultima gara
che mira a ottenere un risparmio medio del 7%. A monte ci sono anche i problemi
finanziari di Telecom, che non se la passa proprio bene e spera di pagare i
propri debiti risparmiando sul costo degli appalti. Cosa che allargherà la
fascia dell'irregolarità e della precarietà ma non migliorerà, anzi, la
qualità del servizio.
«Il lavoro nero - dice Pietro Baldassarri, delegato Fiom
della Site - è un mistero difficile da denunciare ma molto presente. Rischia di
far saltare tutto il sistema e anche gli abbonati ne pagano il prezzo, perché
la diminuzione dell'occupazione ha dilatato, anche triplicandoli, i tempi
dell'assistenza.
E' chiaro che se si taglia il numero degli occupati l'efficacia del sistema
diminuisce: esiste una vera e propria classifica di priorità che mette i
singoli utenti all'ultimo posto, privilegiando non solo, come giusto, gli
ospedali o gli enti pubblici, ma soprattutto le imprese private, in particolare
le più grandi».
Ovvio, se l'unica logica è il profitto, non tutti i clienti sono uguali, i più
accuditi saranno sempre quelli che più spendono, cioè i più grandi e ricchi.
Baldassarri è un operaio specializzato (V° livello metalmeccanico, salario
mensile di 1.300 euro), ma anche lui ha conosciuto il suo bravo periodo di crisi
quando è fallita Retegamma, l'impresa per cui lavorava (1.300 dipendenti) prima
di approdare alla Site e teme che la storia possa ripetersi: «Telecom, il
committente per cui lavoriamo, continua ad andare avanti sulla strada del
massimo risparmio, gli appalti determinano sempre più subappalti e tutto
diventa incontrollabile. L'unica politica di qualità consiste nei premi
assegnati alle imprese che si dimostrano più brave, ma a monte c'è un taglio
generalizzato delle risorse».
Nel frattempo la rete diventa ogni giorno più fragile,
visto che gli investimenti per la manutenzione si riducono e la logica del
massimo ribasso si allarga anche alle industrie che producono impianti (come la
Marconi o l'Alcatel) che trasferiscono le produzione in altri paesi dove la
manodopera costa niente, anche se hanno ampiamente usufruito di finanziamenti
pubblici per costruire le fabbriche in Italia. Per Baldassarri il nodo sta nella
privatizzazione e propone una ricetta semplice semplice: «Telecom dovrebbe
riprendere in mano la gestione diretta della rete, ma per far questo dovrebbe
ritornare a essere un'azienda pubblica». Certo la comunicazione dovrebbe essere
considerata un bene pubblico, non ne guadagnerebbero solo i dipendenti del
settore ma anche gli utenti. Ma dirlo è come bestemmiare in chiesa.
NOTA di
FLMU-CUB
SNATER:
Vuoi vedere che a forza di guasti,
disservizi, appalti e subappalti, lavori non eseguiti ecc... chi un tempo
gridava alla privatizzazione della nostra azienda come l’unica salvezza
nazionale adesso comincia a sposare le idee dei sindacati di base?
Le telecomunicazioni, essendo un bene nazionale, non possono essere
cedute ed amministrate esclusivamente da privati, il mantenimento della qualità
implica forti investimenti anche a scapito di guadagni immediati, concetto che
non può coincidere con gli interessi di un privato, che guarderà solo ed
esclusivamente all’incasso immediato; per questo il controllo di un’azienda
come la nostra doveva e deve rimanere in maggioranza
in mano allo Stato come avviene nella maggior parte dei paesi europei.
Sindacato di base FLMU-CUB –-BOLOGNA Sindacato Autonomo S.N.A.TE.R
flmucub.bologna@virgilio.it-V.le
Silvani n.12 –TEL./FAX 051- 521022
Via
Goito, -Bologna Tel.Fax 051 -235060