| lunedi 30 giugno 2003 snaterinforma |
Il lavoro non conta
ROSSANA ROSSANDA
dal manifesto
E' il secondo referendum sul lavoro che fallisce; come se la grande maggioranza dell'elettorato, attraverso la quale un referendum deve pur passare, rifiutasse di interessarsene.
E' un dato del quale tenere conto, cessando di scommettere con le migliori intenzioni sulla pelle di chi lavora.
Non aver capito i giudizi e i pregiudizi di fondo che traversano la società italiana non è un vanto e dovrebbe indurre tutti, noi compresi, alla modestia.
Prima di tutto, perché è andata a votare sì e no, la metà dei lavoratori? Undici milioni di persone sono un patrimonio prezioso, ha ragione Epifani.
Ma perché l'altra metà non ha votato?
Perché si sente tranquilla e garantita?
Non lo penso; si sente insicura, ma non crede più in un'azione comune.
Ritiene che oggi come oggi i padroni sono vincenti e non resta che affidarsi al mercato e all'impresa.
Questa è la vera vittoria della controffensiva che si è delineata su scala mondiale negli anni Settanta.
Chi era entrato nel lavoro dopo la guerra credeva nella lotta, si è battuto e ha conquistato, in un'economia in crescita, salario e diritti e pensioni che gli hanno permesso il reddito sul quale per lungo tempo hanno vissuto anche i figli nati dagli anni Sessanta in poi.
Per i quali il lavoro non ha rappresentato come per i genitori un obbligo e una possibilità.
Saranno loro a non
poter fare lo stesso per i figli propri.
E questo è un dato sociale
oggettivo. Al quale si sono aggiunte molte confusioni soggettive e molti
suggerimenti non innocenti. E' stato detto da tutte
le parti che, tolti lacci e lacciuoli opposti dalle legislazioni di protezione
del lavoro e dai sindacati, i capitali liberati avrebbero offerto a tutti la
possibilità non solo di lavorare ma di intraprendere: fra tre o quattro milioni
di aziende volatili, a due o tre dipendenti, la selva di agenzie di mediazione
che vive sul lavoro altrui, l'illusione di poter partecipare alle fortune
finanziarie attraverso un piccolo portafoglio di azioni, l'attesa sociale è
cambiata.
Malgrado l'esperienza quotidiana della precarietà,
la solidarietà dei e fra i lavoratori è stata dichiarata defunta.
Così l'italiano su
due (in gran parte donne e giovani) che vive sul lavoro di un altro è stato
riconsegnato a se stesso ed è declinato il senso del destino e delle possibilità
collettive in questo sistema, definito immutabile una volta per sempre.
Per cui è più agevole mobilitarsi
per grandi problemi civili o contro le iniquità del mondo che per il lavoro e i
suoi diritti in occidente.
Quanti e quante, di antica militanza, mi hanno detto: del lavoro non importa più a nessuno, i problemi sono altri?
Stavano dicendo, del capitalismo o del socialismo non importa più a nessuno, perché non esiste più che il primo.
Le sinistre
non hanno mancato di muoversi con politiche, libri e librini in questa
palude.
Sulla quale hanno prosperato
Thatcher e Reagan, s'è gonfiata l'effimera new economy, si sono formate e sono
scoppiate gigantesche bolle finanziarie, bruciando milioni di dollari.
E da noi hanno
vinto Berlusconi e la peggiore destra europea.
Dopo una sconfitta del genere il
minimo da fare è smettere di baloccarsi con le confortevoli teorie della fine
del lavoro o l'uso improprio delle categorie del
postfordismo.
E ripartire con un'iniziativa tenace e di
fondo ricomponendo idee e
forze e soggetti.
E un buon bagno di realtà, guardando le cose come stanno. Noi non siamo nelle
condizioni migliori ma neanche il capitale sta bene; nulla lo ostacola se non la
sua rapace incapacità, non ha risolta una sola delle grandi contraddizioni
mondiali e l'economia segna il passo.
La sua vittoria è stata soprattutto nelle teste come anche il referendum dimostra. Vediamo almeno - ed è un compito che un giornale si può prefiggere - di sgombrarlo da lì, perché di tempo se ne è perduto fin troppo.