| martedi 30 settembre 2003 snaterinforma |
Quei maledetti
ultracinquantenni
Pensioni - Due articoli dal quotidiano
"Il Manifesto
Ecco le leggende metropolitane su cui poggia la riforma
previdenziale di Berlusconi. La pensione di invalidità viene usata più in
Europa che da noi. L'allungamento dell'età pensionabile produrrà solo più
disoccupati. Tra i giovani e tra gli anziani
PAOLO ANDRUCCIOLI
In Italia si eliminano le pensioni di anzianità, si alza il
tetto di uscita dal lavoro e si riducono e si tagliano le pensioni di invalidità,
considerate dalla Lega (ma non solo) uno scandalo nazionale.
Tutti gli interventi sulle pensioni vengono giustificati sulla base delle
pressioni internazionali, a cominciare ovviamente dall'Europa.
Non si parla però mai di quello che succede negli altri paesi europei, dove non
esistono le pensioni di anzianità come le nostre, ma esistono forme di sostegno
al reddito e di accompagnamento alla pensione di vecchiaia che sono ancora più
«forti» delle pensioni di anzianità italiane.
Così come nessuno si azzarda a parlare delle pensioni di invalidità olandesi o
della «pensione part time» in Austria, Danimarca, Spagna e Francia.
Della Francia e della Germania si racconta solo che stanno per fare una riforma
delle pensioni (tra l'altro molti anni dopo l'Italia che le ha fatte negli anni
novanta).
Ma nessuno (o quasi nessuno) parla delle forme di assistenza e degli interventi
statali di sostegno ai lavoratori anziani, che si praticano appunto proprio in
Germania e Francia.
Così la nuova «riforma» delle pensioni italiana si basa su dogmi
indiscutibili.
Alcuni di questi hanno un riscontro effettivo - come l'invecchiamento
progressivo delle società europee - altri sono invece luoghi comuni, che non
hanno riscontro nella realtà.
Due di questi luoghi comuni hanno pervaso il dibattito politico da parecchi mesi
e si possono sintetizzare più o meno così.
Il primo: visto che le società invecchiano e che cambierà presto il rapporto
tra lavoratori attivi e pensionati, allora - per rendere sostenibili i sistemi -
alziamo l'età pensionabile, ovvero rimandiamo il più possibile nel tempo
l'uscita dal mercato del lavoro.
L'elevamento dell'età pensionabile - si dice in tutte le sedi, dal Fondo
monetario alla Banca mondiale, passando per l'Ocse e i vertici del G7 - produrrà
due effetti positivi: la riduzione dei costi e una maggiore partecipazione degli
anziani al mercato del lavoro.
Niente di più falso.
Gli studi e le proiezioni europee mostrano invece uno scenario molto diverso,
mentre già da ora si può smontare facilmente il luogo comune sull'Italia che
spenderebbe di più in pensioni di anzianità e in invalidità.
La pensione di invalidità è invece largamente utilizzata in Europa.
In molti paesi, si legge in uno studio del professor Geroldi sui dati Esspros
(Sistema europeo di statistiche integrate sulla protezione sociale), l'invalidità
rappresenta un percorso di uscita flessibile dal mercato del lavoro e offre tra
l'altro tassi di copertura più alti delle pensioni.
In Olanda, per esempio, l'invalidità è il primo canale di uscita per i
lavoratori anziani.
Nel 1998, secondo uno studio olandese (Ageing in the Netherlands del 2000),
circa un terzo della popolazione maschile tra i 55 e i 64 anni riceveva una
prestazioni di invalidità.
A parte la Gran Bretagna e l'Irlanda che consentono l'accesso alle pensioni di
invalidità solo ai soggetti totalmente invalidi per qualsiasi lavoro, tutti gli
altri paesi europei permettono - scrive Gianni Geroldi nel suo saggio sulle
integrazioni di reddito dei lavoratori anziani - l'erogazione di prestazioni
assistenziali in presenza di tassi di invalidità che partono da valori minimi
del 15% in Olanda e del 25% in Svezia. Alcuni paesi differenziano le prestazioni
in due (in Germania per esempio) o tre (Spagna e Finlandia) parti, legando la
prima parte a criteri strettamente medici e la seconda o terza parte anche a
criteri socioeconomici.
Detto in altri termini: l'Italia non è affatto una eccezione per le sue
pensioni di invalidità.
Quasi tutti i paesi europei (fatta eccezione per l'Inghilterra che per le
pensioni è davvero un caso a parte), usano l'invalidità un po' come da noi si
usa la pensione di anzianità o il prepensionamento.
La pensioni di invalidità viene infatti sostituita alla pensione di vecchiaia
al compimento dell'età legale di pensionamento.
Se si vanno a vedere i dati statistici, quelli dell'Esspros, o di qualsiasi
altra fonte istituzionale europea o internazionale, ci si rende conto in Europa
l'Italia non è affatto la più spendacciona, anzi è spesso alla coda delle
politiche sociali.
Ma ora ci interessa vedere più da vicino l'altra leggenda metropolitana, quella
che sostiene che allungando l'età pensionabile si aumenterà l'occupazione, sia
dei giovani, che degli anziani.
Gli studiosi più attenti mettono in evidenza un dato semplice: se all'aumento
dell'età pensionabile non si affiancheranno altre misure di sostegno
all'occupazione e di diversa impostazione dell'organizzazione del lavoro e dei
tempi di lavoro, l'esito del prolungamento dell'età potrebbe essere
paradossalmente il contrario di quello che si sostiene.
I vincoli che vengono imposti per andare in pensione e gli incentivi proposti da
Maroni potrebbero cioè produrre una maggiore divaricazione tra i tassi di
attività e i tassi di occupazione.
Anche nell'ultimo rapporto Inpdap si analizza la crescita dei tassi di
disoccupazione dei lavoratori ultracinquantenni.
Negli ultimi tre o quattro anni si registra un fenomeno davvero preoccupante o
opposto a quello che si sostiene normalmente, l'aumento del tasso di attività,
ma la diminuzione dell'occupazione effettiva dei lavoratori anziani.
«I tassi di disoccupazione dei lavoratori ultracinquantenni - si legge nel
rapporto Inpdap 2002 sullo stato sociale - sono in termini relativi aumentati e
hanno superato quelli dell'età centrale».
Studi statistici dimostrano che se cresce il tasso di attività più del tasso
di occupazione, si verificherà un aumento del tasso di disoccupazione.
Quello del lavoro degli ultracinquantenni sarà quindi davvero un problema
economico e sociale che non si risolverà con l'aumento progressivo dell'età
pensionabile e con gli incentivi.
E sarà una questione in crescita visto che nel 2000 in Europa la percentuale
della popolazione tra i 55 e i 64 anni era pari al 16% dell'intera popolazione.
Nel 2050 raggiungerà la soglia del 49%, mezza Europa sopra i cinquant'anni.
Ma se l'aumento dell'età e la fine delle pensioni di anzianità non produrrà
maggiore occupazione tra gli anziani, non è neppure detto che la produrrà tra
i giovani.
Anzi, come scrive Giovanni Mazzetti in un testo sulle pensioni che sta per
uscire con l'editore Bollati Boringhieri («Il pensionato furioso»), è molto
probabile che il blocco dei pensionamenti e l'allungamento della vita lavorativa
avranno «un effetto esattamente opposto rispetto a quello che viene immaginato
dai rigoristi», ovvero avranno come primo vero effetto l'esclusione di
centinaia di migliaia di giovani.
Questo perché del problema si prende appunto solo un corno: l'età, mentre non
si fa nulla per allargare davvero il mercato del lavoro (si aumenta solo la
precarietà) e la formazione. Ma tanto per i luoghi comuni e le leggende
metropolitane bastano le ricette semplici come quelle dell'Ocse: rimanete al
lavoro più che potete.