| lunedi 11agosto 2003 snaterinforma |
Commento sulla cd. legge Biagi e relativo d.lgs. di attuazione
«Così
si favorisce il lavoro indecente»
Intervista
a: Luciano Gallino (di Oreste Pivetta)
MILANO
- Raggiungiamo Luciano Gallino, professore di sociologia all’università di
Torino, autore del recente La
scomparsa dell’Italia industriale (Einaudi)
uno dei più attenti e acuti osservatori della società italiana, in vacanza
in Bretagna, per un aggiornamento: siamo al via di una legge contrastata e
famosa, la legge 30, quella divulgata dal governo come legge Biagi,
propagandata come la legge che dovrebbe dare un lavoro a tutti.
Sarà
così, professore?
«Intanto
lascerei stare il povero Biagi e la chiamerei legge 30. Hanno provato a
metterla al riparo dalle critiche attribuendola al professore ucciso dai
terroristi. In questa legge si esprime la debolezza del sistema delle imprese
che, ormai incapace di innovazione e di reale invenzione nel campo dei
prodotti e dei processi, punta sulla compressione del costo del lavoro che si
ottiene cercando di utilizzare esattamente la quantità di forza lavoro
necessaria in un certo momento del ciclo produttivo. Il lavoro a chiamata, il
lavoro intermittente, le tante forme di part time, eccetera, quali che fossero
le intenzioni dei proponenti la legge, servono a questo: rendere una quota
della forza lavoro più adattabile alle esigenze del ciclo produttivo e alle
variazioni dettate dal mercato o dal ciclo tecnologico».
Almeno
un effetto razionalizzante questa legge l’avrà?
«Ma
è un aspetto che trovo particolarmente negativo: è una legge che dà una
forma giuridica istituzionale a diversi tipi di lavoro precario, che
altrimenti si potrebbe definire “poco dignitoso” o “povero di
contenuti”. Nel 1999, l’Ilo, l’International labour organization, tenne
la sua seduta plenaria a Ginevra, per discutere di un argomento: le
travail decent.
Cioè il lavoro decente, cioè il lavoro dignitoso, umano. L’Ilo ha compiuto
rilevazioni sia a livello paesi sia a livello imprese per vedere quali sono
paesi e imprese che offrono tassi più o meno elevati di lavoro dignitoso...
L’Ilo ha definito il lavoro dignitoso attraverso una serie di parametri
piuttosto precisi: la sicurezza dell’occupazione, la sicurezza del reddito,
il riconoscimento delle proprie capacità professionali e altre cose del
genere... Ebbene: una legge come la legge 30 con i suoi decreti attuativi nega
quasi tutti i parametri dell’Ilo».
Che
non è un’organizzazione sindacale...
«Appunto.
Il bello è che si tratta di una organizzazione in cui sono rappresentati i
governi, i sindacati, le associazioni padronali, un’organizzazione
tripartita, sempre molto cauta. La legge 30 offre una copertura istituzionale,
giuridica a quelli che secondo l’Ilo sono lavori poco dignitosi,
“indecenti”...».
Il
modello italiano rispecchia altri modelli stranieri oppure siamo
all’avanguardia?
«Siamo
decisamente all’avanguardia... Anche se bisogna riconoscere che in un anno e
mezzo il governo Raffarin s’è mosso a lunghi passi in direzione analoga,
restando comunque indietro. Ormai si manifesta una linea europea, inaugurata
dai governi Thatcher in Gran Bretagna, però l’Italia si piazza in testa al
gruppo, raggiungendo il massimo di etichettature giuridiche di lavori sempre
esistiti».
Quindi,
in sostanza, il paesaggio non cambia?
«Detto
in modo un po’ paradossale, prima c’era il vantaggio che il lavoro
“indecente” non era legale. La copertura legale si rivelerà un errore
anche per le imprese: aumentando il numero dei lavori precari dentro le
aziende, ne soffrirà la qualità... Soffriranno l’organizzazione, la
memoria aziendale, la stessa efficienza organizzativa».
Cioè,
per produrre a costi più bassi si produrrà sempre peggio. Con un risultato:
minor competitività.
«Competitività
che dovrebbe essere cercata attraverso la qualità del lavoro e una politica
industriale che non esiste».
Le
critiche alla rigidità del lavoro in Italia sono state assai diffuse, anche a
sinistra...
«S’è
assistito all’adozione più o meno consapevole di certi canoni neo liberali
o liberisti. Se si guardasse agli indici di rigidità della forza lavoro, ci
si accorgerebbe che l’Italia già da alcuni anni è a metà della
classifica. Il mercato francese tedesco o austriaco sono molto più rigidi di
quanto non fosse e non sia quello italiano, con una produttività e un costo
del lavoro molto più elevati. Quello tedesco intorno al cinquanta. Si
preferisce rincorrere la Spagna o la Grecia o magari l’Irlanda e
naturalmente la Gran Bretagna piuttosto che i paesi che hanno una struttura
industriale ben più robusta della nostra».
Altra
motivazione della legge: fa emergere il lavoro nero. In questo senso può
funzionare?
«Esiste
una legge per l’emersione del lavoro irregolare e dell’azienda irregolare.
Se non ricordo male, a fine maggio i lavoratori che avevano fatto richiesta di
emersione erano meno di quattromila. Le posizioni irregolari sul mercato
italiano sono circa cinque milioni. La legge è stata un fallimento. Che
questa nuova possa contribuire in qualche minima misura è possibile, ma che
riduca il fenomeno in maniera significativa ritengo sia del tutto
irrealistico, perché il lavoro nero continuerà a costare meno. La
flessibilità italiana è stata quella del lavoro irregolare, come in altri
paesi peraltro... La caratteristica del lavoro irregolare è sempre stata la
precarietà, l’intermittenza, la chiamata, il part time, il non avere orari,
la mancanza di tutele sindacali. Questa legge ratifica tutto ciò, ma aggiunge
dei costi, perchè bisognerà pure pagare i contributi, pagare l’irpef.
Flessibilità per flessibilità, uno si tiene quella vecchia».
Abbiamo
letto della riforma previdenziale in Francia, dell’intesa sulla sanità in
Germania. In Italia si discute in modo patologico di pensioni...
«Un
attacco diffuso allo stato sociale. I problemi esistono, la cosiddetta
transizione demografica può imporre certe modifiche. È lecito che si parli
di riforma delle pensioni, però bisognerebbe pur dire che in Italia il monte
retribuzioni sul pil è diminuito di sei punti in dieci anni e di altrettanto
è diminuito il reddito disponibile alla famiglie. Il pil si è ridistribuito
a favore di altri redditi che non sono solo profitti, ma sono anche rendite,
patrimoni e così via. Resta il fatto che la quota del lavoro sul pil è
fortemente calata come è calato il reddito disponibile alla famiglie. Poi si
fanno i convegni lamentando la caduta dei consumi. Ma questa discesa incide
anche sulle pensioni, perché se la quota di pil destinato alle retribuzioni
fosse di sei punti più alta, sarebbero più alti anche i contributi
previdenziali. Il sistema pensionistico non è intangibile. Si dovrebbero però
mettere sul tavolo tutte le carte, non solo quelle che fanno comodo».
L’atteggiamento
così remissivo nei confronti del governo degli industriali si spiega solo con
l’opportunismo politico?
«Credo
che ci siano di mezzo una notevole mancanza di cultura industriale e
un’adozione acritica dei canoni liberisti. In Confindustria sembra si sia
affermata la componente con la cultura più modesta, più provinciale, meno
strategica, meno orientata ai grossi temi dell’economia contemporanea. Le
richieste confindustriali per rilanciare la competitività e lo sviluppo, per
fronteggiare le sfide delle globalizzazione e le turbolenze dell’economia
mondiale, fanno cadere le braccia: un po’ più di flessibilità, una
burocrazia statale più trasparente, qualche facilitazione all’export».
E
l’impresa pubblica?
«Hanno
fatto la guerra alle partecipazioni statali demonizzandole in modo inaudito,
mortificando anche settori vitali. Si sono dati un po’ la zappa sui piedi.
Se una struttura industriale si indebolisce, ne patiscono tutti. Di imprese
pubbliche efficienti ne abbiamo ancora qualcuna, malgrado tutto: Finmeccanica
o Fincantieri. Si dà il caso che i settori più avanzati e più dinamici in
questo momento siano quel po’ che rimane di industria pubblica. Mentre il
pezzo più grosso dell’industria privata, l’automobile, non sappiamo che
fine farà...».
Come
considera l’ultimo piano industriale presentato dalla Fiat?
«Positivamente,
perché per la prima volta da decenni si è parlato della Fiat come di un
gruppo automotoristico. Una delle caratteristiche negative del recente passato
era che la Fiat si occupava di troppe cose. Che poi riescano in tempo a
produrre i nuovi modelli, ad accrescere la qualità... questo è un altro
discorso».
(pubblicato su l’Unità del 1 agosto 2003, p.4)