| mercoledi 18 febbraio 2004 snaterinforma |
Liberazione, 17 febbraio 2004
Sempre più i pentiti delle privatizzazioni
Franco Bernabé, in un'intervista al "Corriere":
«Lo Stato, istituzione-guida nell'economia»
Il momento è davvero particolare, infatti. Gli imprenditori italiani sono impegnati in un confronto molto duro sul futuro economico del paese. Non c'è solo la vicenda Parmalat a tenere banco e a "condire", ma il peso della grande impresa costretta a subire le scelte di D'Amato.
Le parole di Bernabé non lasciano spazio a interpretazioni. E lo sa bene il Corriere della Sera che non solo gli dedica mezza pagina (nel numero di domenica) ma lo fa parlare su tutta la partita dello sviluppo e del modello economico prossimo venturo. E le sorprese non si fermano ai ripensamenti sulla privatizzazione, anzi. Il modello ipotizzato da Bernabé poggia su un nuovo "patto" tra banche e Stato. Anzi, pardon, tra Stato e fondazioni bancarie, le vere e proprie cassaforti del sistema, il cui patrimonio fino a qualche anno fa veniva valutato intorno ai 35 miliardi di euro. Non a caso Tremonti ci ha messo da tempo gli occhi sopra. Ma andiamo con ordine. «La politica può incidere sulle fondazioni che destinano a iniziative realizzate sul territorio - dice Bernabé - i profitti realizzati dalle aziende bancarie da loro possedute. Ma come realizzare questi profitti, in quali direzioni indirizzare i capitali privati, è mestiere da banchiere». «Lo Stato azionista - continua Bernabé - dovrà affidarsi a strumenti professionali capaci di formulare analisti, confrontare i piani, testare i manager. Le banche uno strumento del genere se lo sono già dato. Le società di gestione del risparmio». Questo non impedisce a Bernabé di promuovere addirittura lo Stato a una delle tre «istituzioni-guida» con un ruolo «di indirizzo anche attivando la ricerca e utilizzando strumenti come la domanda pubblica». Le altre due sono il sistema finanziario, «soprattutto quello bancario», e le grandi industrie. Il riferimento di Bernabé è molto netto: «L'Italia nel dopoguerra ha avuto qualcosa di simile fino all'inizio degli anni '80». Quel qualcosa di simile era l'Iri.
Del resto, un'idea di partecipazione pubblica non è mai stata del tutto messa fuori gioco in Italia. La stessa Bankitalia, in modo più o meno palese, continua ad essere uno degli snodi più importanti di questo sistema. L'istituto di via Nazionale gestisce infatti, attraverso un cosiddetto fondo pensioni dei dipendenti, un pacchetto di partecipazioni che ammonta a 5 miliardi e 461 milioni di euro. Il 70% del patrimonio è investito in titoli di Stato e immobili, ma il restante 30%, che supera ampiamente il miliardo e mezzo di euro, gestisce presenze anche rilevanti di grandi imprese, come il 4,74% delle Generali. Dentro, poi, c'è anche Tim, Enel, Italigas ed Eni, di cui Bankitalia possiede oltre l'1%.
Questa l'ulteriore chicca del Bernabé-pensiero: «Il mercato è importante, ma da solo non porta un Paese da nessuna parte. L'Italia, purtroppo, è passata da un periodo di dirigismo di forte impronta politica ad una fase - gli ultimi sette anni - in cui a dominare è stato una sorta di mantra ideologico basato sulla fiducia nell'operare spontaneo del mercato».
Bernabé, oltre ad essere l'ex capo di Eni e Telecom ha maturato una lunga esperienza in Fiat e oggi è il vicepresidente della banca d'affari Rothschild.
Fa. Seba.