L'Ilo
boccia l'Italia in lavoro Rapporto 2004: siamo solo ventesimi
nella classifica sulla «sicurezza socioeconomica» GIOVANNA FERRARA La certezza di un reddito
produce sicurezza sociale. Lo dice l'Ilo (organizzazione internazionale del
lavoro) che ieri ha ieri pubblicato una classifica su come viene assicurata la
«sicurezza socio economica», su come, cioè viene tutelato il lavoro in
oltre 90 paesi. La ricerca ha cercato di essere il più possibile «completa».
Per condurre l'indagine sono stati presi in considerazione, infatti, vari
capitoli: possibilità di trovare un impiego, di non incorrere in
licenziamenti immotivati, prospettive di avanzamento professionale, garanzie
di tutela nel caso di incidenti. Mal posizionata l'Italia, che nella
graduatoria occupa solo la ventesima posizione (preceduta da quasi tutti i
paesi dell'Europa occidentale con la Svezia risultata prima), toccando
addirittura la trentaduesima con riferimento alla voce «mercato del lavoro»
e la ventiquattresima relativamente alla «sicurezza del reddito». Proprio
quest'ultimo indice, calcolato in termini di protezione e di livelli di
ineguaglianze, è, tra l'altro, risultato il più funzionale nell'assicurare
buoni standard di soddisfazione e sicurezza sociale. Come sottolinea Guy
Standing, responsabile del progetto «se si dispone di 100 dollari a settimana
ci si sente più sicuri di quando se ne ricevono 120 una settimana, 80 quella
successiva e chissà quanto la seguente...». L'aumento del reddito è infatti
risultato essere un indicatore della «felicità nazionale» poco adeguato «nella
misura in cui i paesi ricchi diventano sempre più ricchi»: una rapida
crescita economica genera, infatti, «solo una leggera ripercussione sulla
sicurezza calcolata sul lungo termine. Questo vuol dire che un'espansione a
livelli sostenuti non genera automaticamente le condizioni per una maggiore
stabilità economica, necessitando anche di adeguate politiche sociali di
accompagnamento».
Se, cioè, i governi non si impegnano su tutte le problematiche occupazionali,
facendo attenzione a uno sviluppo armonioso del mercato del lavoro, che
garantisca una collocazione sicura e, al contempo, adeguata della forza-lavoro
nazionale, avrà sempre da scontare, in termini di insicurezza sociale, gli
effetti delle diseguaglianze di origine. L'Italia ne è un esempio: il suo
posizionamento nella classifica oscilla di molto a seconda del parametro di
riferimento adottato. E sconta, soprattutto, la scarsa sensibilità nei
confronti delle insicurezza generate da una precarietà istituzionalizzata.
Secondo i risultati dell'indagine, compiuta su oltre 48 mila lavoratori, la «certezza
di un impiego sta diminuendo a causa soprattutto dell'informalizzazione
economica, della contrattazione esterna e delle riforme di regolamentazione».
A proposito di riforme, quelle introdotte dalla legge 30, stando alle
indicazioni dal rapporto, avendo generato un diffuso senso di instabilità,
produce come effetto secondario anche quello della maggiore insicurezza
collettiva, come sottolineato anche da una recente ricerca del Nidil Cgil. E
non è tutto. L'Ilo avverte anche che, nelle analisi sulla stabilità sociale,
occorre inoltre considerare gli effetti prodotti dall'«aumento della
frequenza e dell'intensità delle crisi economiche nel corso del periodo
recente della globalizzazione (dal 1980 in poi). I risultati, cioè, vanno nel
senso opposto alle speranze di coloro che credono nei benefici di una rapida
liberalizzazione economica, foriera di malesseri e tensioni sociali. Infatti
«la sicurezza economica - spiega Standing - crea comportamenti responsabili,
l'opposto, invece, genera violenza». La diseguaglianza nelle politiche
occupazionali è pertanto un potente fattore di rischio. Questo si rispecchia
nel fatto che alcuni paesi a basso reddito (soprattutto quelli dell'Asia
meridionale e del sud est asiatico) raggiungono, nel complesso, risultati
migliori di molti paesi ricchi. Il rapporto dell'Ilo indica, pertanto, come
necessaria l'adozione di «schemi universali fondati sui diritti in grado di
assicurare agli individui una stabilità di base, anziché ricorrere a forme
di tutela selettive calcolati sulla disponibilità di risorse».
La fotografia scattata dall'organizzazione mondiale del lavoro non fa,
comunque, sperare in una società migliore a breve: solo una persona su dieci
(l'8% della popolazione mondiale) vive in un paese dove il lavoro viene
tutelato adeguatamente. Molti lavoratori dei paesi in via di sviluppo non
hanno contatto con i sindacati. La condizione occupazionale femminile è, in
media, peggiore di quella maschile. «Fino a quando - ha dichiarato il
direttore generale dell'Ilo, Juan Somavia - non renderemo le nostre società
più eque e la globalizzazione più inclusiva, pochi potranno raggiungere la
sicurezza economica e un lavoro dignitoso».