| lunedi 17 maggio 2004 snaterinforma |
il Manifesto, 15 maggio 2004
Chi cerca trova,
l'Italia non ricerca
La privatizzazione cancella il gioiello delle Partecipazioni statali/ 2a puntata
Il glorioso istituto Donegani di Novara, e con esso la
ricerca chimica, è «fuori dal business»; nella siderurgia, peggio mi sento;
per non parlare delle telecomunicazioni e
dell'elettricità. Con la dismissione della ricerca è a rischio il futuro
stesso del paese. Ecco il prodotto concreto della politica delle privatizzazioni
in Italia
ROBERTA CARLINI
L'Enel dimezza la ricerca; l'Eni definisce «fuori dal
business» il glorioso istituto Guido Donegani, avanguardia della ricerca
chimica in Italia fin dagli anni `30; l'impero Pirelli-Telecom
manda a spasso un centinaio di ricercatori delle telecomunicazioni in pieno boom
da «net economy»; Emilio Riva taglia i fondi agli studi siderurgici. Non c'è
grande comparto industriale nel quale l'arrivo dei privati - in forma di grandi
gruppi, come per l'Ilva, o di azionariato diffuso, come per l'Eni e l'Enel -
abbia aumentato gli stanziamenti per la ricerca. Anzi, ovunque ci sono stati
tagli ed esuberi. Ma in quasi tutti i bilanci delle privatizzazioni - quelli
pessimisti, che mettono l'accento sulla riduzione dei posti di lavoro, sulla
chiusura di molti impianti o sull'assenza di concorrenza, ma anche quelli
ottimisti, che vantano la riduzione del debito pubblico - la voce «ricerca e
sviluppo» manca. Proviamo ad esplorarla, nella seconda tappa del nostro viaggio
tra quel che resta - o non resta - delle partecipazioni statali dopo le
privatizzazioni. La chimica. «E mo? Moplen!», diceva Gino Bramieri
presentando al Carosello i nuovi aggeggi in plastica per le case degli italiani.
All'epoca, l'inventore di quella plastica - Giulio Natta, «padre» del
polipropilene isotattico - fu premiato con un Nobel per la chimica e l'azienda
brevettante - la Montecatini - con lauti profitti. Un'Italia in sparizione e non
solo per la fine del boom economico, del Carosello e delle casalinghe. Oggi la
Montecatini sta in un altro business mentre il «Guido Donegani», il glorioso
istituto nel quale quella ricerca si sviluppò, è finito nella chimica Eni
assieme ad altri pezzi dell'ex industria chimica privata. E' finito nella parte
«buona», che si chiama Polimeri, sta in gran parte al Nord ed è giudicata
vendibile. La casa madre, l'ex ente petrolifero, da quando è semiprivatizzata -
il Tesoro ha una quota del 20,32%, il resto è azionariato diffuso - è tornata
ai vecchi amori, il petrolio e il gas, fonti di rendita abbastanza tranquilla
dopo gli anni delle disastrose avventure chimiche. E così, giù l'accetta su
tutto quello che non è energetico.
L'accetta è caduta sul Donegani di Novara con una lettera nella quale la
Polimeri comunica che «dovendo attenersi ad una stretta politica di stay in
business» non ha ricerche da commissionare all'istituto. Siete fuori dallo stay
in business: non c'è trippa per gatti, detto in romano. Dunque, si chiede
di cacciare oltre 50 persone, 30 ricercatori (su 150) e 20-25 impiegati (su 43).
A quelli che restano, si chiede di spostare quasi tutta la ricerca su progetti
Eni, ossia in campo energetico-petrolifero, invece di star lì a trastullarsi su
chimica fine, green chemestry o tecnologie ambientali. Proteste,
mobilitazioni di sindacati e di piazza, interrogazioni parlamentari, la solita
promessa del solito sottosegretario su «un piano di rilancio tra sei mesi»
(scadono a settembre): per uno dei gioielli della ricerca scientifica italiana,
si tratta come sugli esuberi dell'ultimo impianto decotto. Mentre molti
ricercatori - se possono - già se ne vanno.
La siderurgia. In termini di fatturato, Emilio Riva ha comprato più
della metà della siderurgia italiana. In termini di ricerca, il suo contributo
è zero. La sua fetta si chiama Ilp, Ilva laminati piani. Quando l'Ilp era
insieme alle Acciaierie di Piombino, agli Acciai Speciali Terni, al padrone
comune - l'Iri attraverso la Finsider - faceva capo il Csm, Centro Sviluppo
Materiali (già Centro Sperimentale Metallurgico). «Con la privatizzazione si
era deciso che al Centro partecipassero, come finanziatori, i nuovi acquirenti.
Riva si è tirato indietro subito», racconta Riccardo Nencini, della segreteria
nazionale della Fiom, che inquadra la «politica» della ricerca nella più
generale visione del mondo di padron Riva: «Ha spremuto gli stabilimenti che ha
comprato come limoni, ha prodotto più che poteva senza rinnovare né aggiustare
alcun impianto, ha lasciato stare innovazione e ricerca». Adesso, a detta di
tutti, Riva si prepara a buttare il limone. Tornando al Csm: i ricercatori erano
600, ora sono 300. Gli azionisti sono Thyssen - quello di Terni -, il gruppo
Rocca (che ha comprato la Dalmine), la multinazionale Cookson, l'Acea e un po'
di soci pubblici. Nessuno di loro sembra abbia particolarmente a cuore «uno dei
principali centri europei per l'innovazione dei materiali e delle rispettive
tecnologie di produzione», secondo la definizione del Csm, data da un Rapporto
sulle privatizzazioni depositato in parlamento nel 2000 (affidato a Mediobanca,
peraltro: il conflitto di interessi era già moneta corrente, il principale
intermediario di tutte le privatizzazioni poté stilare a pagamento centinaia di
pagine per raccontare come erano andate bene).
Le telecomunicazioni. Roba vecchia, la
siderurgia, si potrebbe pensare. E nei settori nuovi, di punta o di moda? Nel
2000, mentre la new economy impazzava e qualsiasi cosa connessa andava in borsa
a spillar quattrini, a Roma procedeva lo smantellamento del centro di ricerca
sulle telecomunicazioni dell'orbita Stet -Telecom: la fondazione Ugo Bordoni.
Quando Telecom Italia fu privatizzata, i capitani coraggiosi che l'avevano
acquistata (e dopo, quelli che la comprarono dai coraggiosi, ossia la piramide
Tronchetti Provera-Pirelli) tagliarono i fondi. Tra pensionamenti anticipati,
incentivi all'uscita e «libera scelta» se ne andarono 55 ricercatori. «Molti
di noi sono andati in piccole iniziative che all'epoca nascevano, eravamo in
pieno boom delle tlc», racconta Fausto Martelli, fisico dello stato solido, che
dalla Bordoni uscì in quell'estate del 2000. Poi quelle rose non fiorirono,
molte imprese chiusero e molti ricercatori si trovarono di nuovo per strada. «Tra
ex-Bordoni e altri, ce ne sono almeno 100-150 di ricercatori disoccupati in
Italia», è la stima sconsolata di Martelli - nel frattempo emigrato a Trieste,
all'Istituto nazionale di fisica della materia.
Quelli che restarono alla Bordoni furono riassunti da una «nuova fondazione» e
da allora hanno assistito alla trasformazione del loro lavoro in attività di
consulenza: per il ministero di Gasparri, per di più. Non si fa più studio né
ricerca (dal `99 non si pubblica più niente). Se si esclude un qualche traffico
sul digitale terrestre, l'unico progetto in atto è un piano di monitoraggio sui
campi elettromagnetici che - essendo la «nuova fondazione» copartecipata da
varie imprese delle tlc, quelle che mettono su tralicci e antenne - risente di
un qualche conflitto di interesse: «controllori e controllati sono gli stessi
soggetti», scrive il senatore Battisti della Margherita, firmatario di
un'interrogazione parlamentare.
L'elettricità. L'ex ente dell'energia elettrica non è passato a un «capitano
coraggioso» del tipo di quelli appena descritti, ma è stato per metà venduto
in borsa. Adesso il Tesoro ha il 50,63%. Con il passaggio, tutti i pezzi della
ricerca legati al monopolista elettrico sono stati investiti da una
ristrutturazione. Adesso nella ricerca «elettrica» lavorano circa 1.200
persone, contro le 2.300 degli anni del `92. Oggi nell'Enel in senso stretto è
rimasta una sola struttura di ricerca con circa 150 dipendenti, dislocati tra le
sedi di Pisa e Brindisi. Tutti gli altri sono stati - dopo cura dimagrante, i
soliti incentivi ad andare via - riuniti dentro il Cesi, centro al quale
partecipano vari soggetti pubblici o industriali, tra i quali la stessa Enel spa.
«Doveva essere secondo la legge Bersani il centro di eccellenza della ricerca
nel settore elettrico - dice Iva Gianinoni della Rsu del Cesi - ma tra un anno
finisce la quota di finanziamento pubblico che era legata a una voce nella
bolletta, e comunque ha coperto non più del 50% del nostro budget. Siamo spinti
a fare lavori pagati, per terzi, di fatto stiamo diventando un centro di servizi
più che di ricerca. Non possiamo programmare su tempi lunghi, al massimo
possiamo fare ricerca su programmi di miglioramento dell'esistente. Certo non
possiamo lanciarci su progetti nuovi». (2-continua)