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il Manifesto, 15 maggio 2004

Chi cerca trova, l'Italia non ricerca
La privatizzazione cancella il gioiello delle Partecipazioni statali/ 2a puntata


Il glorioso istituto Donegani di Novara, e con esso la ricerca chimica, è «fuori dal business»; nella siderurgia, peggio mi sento; per non parlare delle telecomunicazioni e dell'elettricità. Con la dismissione della ricerca è a rischio il futuro stesso del paese. Ecco il prodotto concreto della politica delle privatizzazioni in Italia

ROBERTA CARLINI

L'Enel dimezza la ricerca; l'Eni definisce «fuori dal business» il glorioso istituto Guido Donegani, avanguardia della ricerca chimica in Italia fin dagli anni `30; l'impero Pirelli-Telecom manda a spasso un centinaio di ricercatori delle telecomunicazioni in pieno boom da «net economy»; Emilio Riva taglia i fondi agli studi siderurgici. Non c'è grande comparto industriale nel quale l'arrivo dei privati - in forma di grandi gruppi, come per l'Ilva, o di azionariato diffuso, come per l'Eni e l'Enel - abbia aumentato gli stanziamenti per la ricerca. Anzi, ovunque ci sono stati tagli ed esuberi. Ma in quasi tutti i bilanci delle privatizzazioni - quelli pessimisti, che mettono l'accento sulla riduzione dei posti di lavoro, sulla chiusura di molti impianti o sull'assenza di concorrenza, ma anche quelli ottimisti, che vantano la riduzione del debito pubblico - la voce «ricerca e sviluppo» manca. Proviamo ad esplorarla, nella seconda tappa del nostro viaggio tra quel che resta - o non resta - delle partecipazioni statali dopo le privatizzazioni. La chimica. «E mo? Moplen!», diceva Gino Bramieri presentando al Carosello i nuovi aggeggi in plastica per le case degli italiani. All'epoca, l'inventore di quella plastica - Giulio Natta, «padre» del polipropilene isotattico - fu premiato con un Nobel per la chimica e l'azienda brevettante - la Montecatini - con lauti profitti. Un'Italia in sparizione e non solo per la fine del boom economico, del Carosello e delle casalinghe. Oggi la Montecatini sta in un altro business mentre il «Guido Donegani», il glorioso istituto nel quale quella ricerca si sviluppò, è finito nella chimica Eni assieme ad altri pezzi dell'ex industria chimica privata. E' finito nella parte «buona», che si chiama Polimeri, sta in gran parte al Nord ed è giudicata vendibile. La casa madre, l'ex ente petrolifero, da quando è semiprivatizzata - il Tesoro ha una quota del 20,32%, il resto è azionariato diffuso - è tornata ai vecchi amori, il petrolio e il gas, fonti di rendita abbastanza tranquilla dopo gli anni delle disastrose avventure chimiche. E così, giù l'accetta su tutto quello che non è energetico.

L'accetta è caduta sul Donegani di Novara con una lettera nella quale la Polimeri comunica che «dovendo attenersi ad una stretta politica di stay in business» non ha ricerche da commissionare all'istituto. Siete fuori dallo stay in business: non c'è trippa per gatti, detto in romano. Dunque, si chiede di cacciare oltre 50 persone, 30 ricercatori (su 150) e 20-25 impiegati (su 43). A quelli che restano, si chiede di spostare quasi tutta la ricerca su progetti Eni, ossia in campo energetico-petrolifero, invece di star lì a trastullarsi su chimica fine, green chemestry o tecnologie ambientali. Proteste, mobilitazioni di sindacati e di piazza, interrogazioni parlamentari, la solita promessa del solito sottosegretario su «un piano di rilancio tra sei mesi» (scadono a settembre): per uno dei gioielli della ricerca scientifica italiana, si tratta come sugli esuberi dell'ultimo impianto decotto. Mentre molti ricercatori - se possono - già se ne vanno.

La siderurgia. In termini di fatturato, Emilio Riva ha comprato più della metà della siderurgia italiana. In termini di ricerca, il suo contributo è zero. La sua fetta si chiama Ilp, Ilva laminati piani. Quando l'Ilp era insieme alle Acciaierie di Piombino, agli Acciai Speciali Terni, al padrone comune - l'Iri attraverso la Finsider - faceva capo il Csm, Centro Sviluppo Materiali (già Centro Sperimentale Metallurgico). «Con la privatizzazione si era deciso che al Centro partecipassero, come finanziatori, i nuovi acquirenti. Riva si è tirato indietro subito», racconta Riccardo Nencini, della segreteria nazionale della Fiom, che inquadra la «politica» della ricerca nella più generale visione del mondo di padron Riva: «Ha spremuto gli stabilimenti che ha comprato come limoni, ha prodotto più che poteva senza rinnovare né aggiustare alcun impianto, ha lasciato stare innovazione e ricerca». Adesso, a detta di tutti, Riva si prepara a buttare il limone. Tornando al Csm: i ricercatori erano 600, ora sono 300. Gli azionisti sono Thyssen - quello di Terni -, il gruppo Rocca (che ha comprato la Dalmine), la multinazionale Cookson, l'Acea e un po' di soci pubblici. Nessuno di loro sembra abbia particolarmente a cuore «uno dei principali centri europei per l'innovazione dei materiali e delle rispettive tecnologie di produzione», secondo la definizione del Csm, data da un Rapporto sulle privatizzazioni depositato in parlamento nel 2000 (affidato a Mediobanca, peraltro: il conflitto di interessi era già moneta corrente, il principale intermediario di tutte le privatizzazioni poté stilare a pagamento centinaia di pagine per raccontare come erano andate bene).

Le telecomunicazioni. Roba vecchia, la siderurgia, si potrebbe pensare. E nei settori nuovi, di punta o di moda? Nel 2000, mentre la new economy impazzava e qualsiasi cosa connessa andava in borsa a spillar quattrini, a Roma procedeva lo smantellamento del centro di ricerca sulle telecomunicazioni dell'orbita Stet -Telecom: la fondazione Ugo Bordoni. Quando Telecom Italia fu privatizzata, i capitani coraggiosi che l'avevano acquistata (e dopo, quelli che la comprarono dai coraggiosi, ossia la piramide Tronchetti Provera-Pirelli) tagliarono i fondi. Tra pensionamenti anticipati, incentivi all'uscita e «libera scelta» se ne andarono 55 ricercatori. «Molti di noi sono andati in piccole iniziative che all'epoca nascevano, eravamo in pieno boom delle tlc», racconta Fausto Martelli, fisico dello stato solido, che dalla Bordoni uscì in quell'estate del 2000. Poi quelle rose non fiorirono, molte imprese chiusero e molti ricercatori si trovarono di nuovo per strada. «Tra ex-Bordoni e altri, ce ne sono almeno 100-150 di ricercatori disoccupati in Italia», è la stima sconsolata di Martelli - nel frattempo emigrato a Trieste, all'Istituto nazionale di fisica della materia.

Quelli che restarono alla Bordoni furono riassunti da una «nuova fondazione» e da allora hanno assistito alla trasformazione del loro lavoro in attività di consulenza: per il ministero di Gasparri, per di più. Non si fa più studio né ricerca (dal `99 non si pubblica più niente). Se si esclude un qualche traffico sul digitale terrestre, l'unico progetto in atto è un piano di monitoraggio sui campi elettromagnetici che - essendo la «nuova fondazione» copartecipata da varie imprese delle tlc, quelle che mettono su tralicci e antenne - risente di un qualche conflitto di interesse: «controllori e controllati sono gli stessi soggetti», scrive il senatore Battisti della Margherita, firmatario di un'interrogazione parlamentare.

L'elettricità. L'ex ente dell'energia elettrica non è passato a un «capitano coraggioso» del tipo di quelli appena descritti, ma è stato per metà venduto in borsa. Adesso il Tesoro ha il 50,63%. Con il passaggio, tutti i pezzi della ricerca legati al monopolista elettrico sono stati investiti da una ristrutturazione. Adesso nella ricerca «elettrica» lavorano circa 1.200 persone, contro le 2.300 degli anni del `92. Oggi nell'Enel in senso stretto è rimasta una sola struttura di ricerca con circa 150 dipendenti, dislocati tra le sedi di Pisa e Brindisi. Tutti gli altri sono stati - dopo cura dimagrante, i soliti incentivi ad andare via - riuniti dentro il Cesi, centro al quale partecipano vari soggetti pubblici o industriali, tra i quali la stessa Enel spa. «Doveva essere secondo la legge Bersani il centro di eccellenza della ricerca nel settore elettrico - dice Iva Gianinoni della Rsu del Cesi - ma tra un anno finisce la quota di finanziamento pubblico che era legata a una voce nella bolletta, e comunque ha coperto non più del 50% del nostro budget. Siamo spinti a fare lavori pagati, per terzi, di fatto stiamo diventando un centro di servizi più che di ricerca. Non possiamo programmare su tempi lunghi, al massimo possiamo fare ricerca su programmi di miglioramento dell'esistente. Certo non possiamo lanciarci su progetti nuovi». (2-continua)