Telecom prosegue a tutto
outsourcing Rotto
l'ultimo tavolo con i sindacati per le esternalizzazioni del personale. Cgil,
Cisl e Uil: «Poche le garanzie offerte». L'azienda risponde: «I nostri
partner sono tutti eccellenti»
ANTONIO SCIOTTO Le
esternalizzazioni nel gruppo Telecom continuano, e i lavoratori sembrano ormai
decisi a un conflitto frontale. L'ultimo tavolo, quello che doveva decidere
sull'armonizzazione dei contratti dei 258 dipendenti passati alla Telepost, è
saltato perché le segreterie nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom non
hanno neppure avuto il mandato a trattare, fino a oggi mai negato dagli
addetti. La scelta è quella di avviare delle cause individuali piuttosto che
accettare l'ingresso in nuove realtà aziendali dal futuro incerto. «Noi
avevamo chiesto alla Telecom di inserire una clausola di riassorbimento in
caso di crisi - spiega Rosario Strazzullo, segretario nazionale Slc Cgil - Ma
il management ha risposto di no, e a quel punto non abbiamo potuto fare altro
che interrompere le trattative». Telecom conta 50 mila dipendenti, 70 mila se
si includono la Tim ed altre «telefoniche» minori: deve far fronte a un'alta
mole di debiti (oltre trenta miliardi di euro) e per il momento vede nelle
esternalizzazioni la via più rapida per ridurre i costi. Il settore
interessato all'outsourcing è quello del facility management,
ovvero tutto quanto riguarda servizi accessori come la gestione degli immobili
o della corrispondenza. Già in dicembre, 161 lavoratori di Tim, 46 Finsiel e
50 It Telecom erano passati alla Emsa, società in liquidazione fino al 2001 e
poi «riesumata» - denuncia una interrogazione firmata da diversi
parlamentari di Rifondazione comunista - per creare una nuova azienda che si
occupa di attività prima gestite dall'interno. Adesso, dal primo marzo, è
toccata alla Telepost, società fondata nel gennaio di quest'anno e con un
capitale sociale di 30 mila euro: qui confluiscono 258 dipendenti da Telecom e
dalla stessa Emsa, un «alto numero dei quali», secondo la Slc Cgil
nazionale, sono tutelati dalla legge 104, ovvero hanno disabilità o parenti
disabili da assistere. Non è dato sapere con certezza di quante persone si
tratti, ma Strazzullo conferma che «il numero è notevole» e che «tra i
punti in trattativa era specificata la richiesta di una correzione».
«Le esternalizzazioni nel gruppo ci sono già da tempo - spiega Giuseppe
Ledda, delegato Cgil di Bologna - ma con la legge 30 e la possibilità di
scorporare più liberamente i rami di azienda, il processo è peggiorato. Nel
caso dello scorporo in Emsa le segreterie hanno accettato l'armonizzazione, ma
questa volta i lavoratori hanno deciso di rischiare in prima persona e di non
dare mandato perché è fin troppo evidente che un'azienda con soli 30 mila
euro di capitale non dà garanzie». «Dai dipendenti - aggiunge il delegato
Cgil di Roma Francesco Sconti - viene un chiaro messaggio alle segreterie
nazionali: c'è un punto della trattativa al di sotto del quale non si può
andare».
Dal fronte aziendale vengono dichiarazioni di tono diverso. Sulle pagine del Sole24ore
di ieri, il responsabile Risorse umane di Telecom, Gustavo Bracco,
dichiarava che il gruppo sceglie di «affidarsi ad aziende solide»,
mantenendo «la volontà di lavorare con logiche di partnership con i
fornitori». «E' vero che Telepost è una società nuova - ha concluso - ma
va aggiunto che i partner (DataCom, Tnt, oltre alla stessa Pirelli Real
Estate, ndr) sono eccellenti».
I sindacati, però, non sembrano convinti, e preparano nuove mobilitazioni.
Dopo i due scioperi di dicembre e gennaio, in occasione dello scorporo Emsa,
adesso ci si potrebbe muovere per Telepost. «Noi stiamo discutendo con
l'azienda su vari temi, come l'occupazione e l'informatica - conclude
Strazzullo - L'esternalizzazione senza garanzie è certamente uno dei punti più
caldi, tanto più se si pensa che nei progetti di Telecom c'è l'outsourcing
per l'intero settore del facility, ovvero un migliaio di persone».