lunedi 08 novembre 2004  snaterinforma               

QUANDO LA PERSONA DIVENTA UN "VUOTO A PERDERE"

di ALDO MARIA VALLI (Europa) 

“Vuoti a perdere”, il rapporto 2004 sull’esclusione sociale e la cittadinanza incompiuta realizzato dalla Caritas italiana e dalla Fondazione Cancan (ed. Feltrinelli, 322 pagine, 14 euro), è un libro che sorprende e disorienta, perché getta luce su realtà e atteggiamenti che pur stando sotto i nostri occhi, pur facendo parte in molti casi della nostra esperienza quotidiana, ci sfuggono totalmente. 

È il caso di quelle che i ricercatori definiscono “dipendenze senza sostanze”, cioè forme di dipendenza che non nascono dall’uso di droghe, ma da comportamenti che si autoalimentano innescando spirali perverse. 

Per esempio, una quota riguardevole della popolazione italiana adulta, compresa fra l’1 e l’8 per cento, sarebbe in preda a quello che viene definito “shopping compulsivo”, ovvero il bisogno irresistibile di fare acquisti, un comportamento che si trasforma in vera e propria schiavitù e che sfocia di fatto in una forma di emarginazione sociale. Altro esempio è il lavoro patologico, cioè la dipendenza da lavoro, che si manifesta con iperattività, esagerato spirito di competizione e di sfida, desiderio illimitato di soddisfazione professionale, culto dell’impresa e del lavoro, incapacità di trovare tempo libero, difficoltà a rilassarsi e a staccare la spina, negligenza nella vita familiare. E poi ci sono la dipendenza dal gioco d’azzardo (compresi il lotto, la schedina e le lotterie nazionali, quando si gioca in modo esagerato); la cyberdipendenza, cioè l’uso eccessivo e totalizzante del computer e del telefono cellulare; la dipendenza dal fitness (la mania di fare esercizio fisico); la dipendenza dal sesso, e perfino la dipendenza dal rischio, cioè la necessità di mettersi in situazioni sempre più pericolose. 

Tutte queste dipendenze e molte altre, dicono gli esperti, sono insidiose non solo perché difficilmente riconoscibili, ma perché meno trattabili con i mezzi terapeutici. Pur non nascendo dall’uso di sostanze, determinano le stesse conseguenze delle tossicodipendenze, dando vita a meccanismi di autodistruzione sui quali è difficile intervenire. 

Un caso a parte, si legge in “Vuoti a perdere”, è poi quello della depressione, che è ormai la prima causa di invalidità nel mondo e che in Europa, stando ad alcuni dati, riguarderebbe il 14 per cento della popolazione, compresa una quota crescente di adolescenti e perfino di bambini. 

In Italia la depressione colpisce in media 17 cittadini su cento e ogni anno si verificano duecentocinquanta casi in più ogni 10 mila abitanti. Cifre inquietanti. 

Ora qualcuno potrebbe sostenere che accomunare tutti questi comportamenti e queste forme di disagio alla povertà è una forzatura, ma se alla parola “povertà” sostituiamo l’espressione “esclusione sociale” vediamo che non lo è. È “povero”, in questo senso, colui che si mette o viene messo ai margini della  società, in situazioni di bisogno, e che da queste situazioni non riesce a uscire con i  suoi soli mezzi. 

“Vuoti a perdere”, appunto, persone che per se stesse e per la società non hanno più valore, che non sanno, non riescono o non possono rimettersi in circolo. 

Quando chiedo a monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas nazionale, di farmi qualche altro esempio preso dalla vita di tutti i giorni, mi cita il caso, a quanto pare sempre più frequente, delle famiglie che per mantenere livelli economici al di sopra delle loro possibilità finiscono nelle braccia degli strozzini. 

Magari all’inizio si tratta semplicemente di organizzare il banchetto per la prima comunione del figlio, ma poi, poco a poco, il ricorso al prestito a usura diventa una necessità da cui non si riesce più a uscire, tanto è forte il problema di mantenere esteriormente un tenore di vita alto. 

E poi c’è tutto il settore, sempre più in espansione, del lavoro cosiddetto “flessibile”, che in pratica è lavoro molto precario e come tale dà vita a una serie di difficoltà e scompensi che possono sfociare in vera e propria emarginazione. Quello che abbiamo di fronte è un quadro assolutamente nuovo. 

Mentre fino a venti o trenta anni fa i fenomeni di patologia sociale riguardavano alcune fette della popolazione, adesso assistiamo all’espandersi di situazioni di disagio che colpiscono la maggioranza e non la minoranza della popolazione. La verità, dicono alla Caritas, è che oggi la povertà, esattamente come la società, è cambiata, «ed è cambiata – spiega monsignor Di Tora – nel senso che oggi il rischio di cadere in povertà non è più qualcosa che proviene dall’esterno, dalle epidemie, dalle carestie, dalle calamità naturali o da un destino iscritto dalla nascita nella vita delle persone. 

Oggi questo rischio proviene soprattutto dall’interno: è un rischio autoprodotto, che viene dalla società stessa, dal funzionamento del sistema economico. 

Oltre agli immigrati, ai tossicodipendenti, agli anziani, ai disabili, c’è la povertà della porta accanto, quella di intere famiglie del ceto medio che non arrivano più alla fine del mese, di giovani e giovanissimi costretti al barbonismo. C’è bisogno di una maggiore cultura della solidarietà. Dove uno sta peggio, tutti stiamo peggio». 

È per questi motivi che il sottotitolo del rapporto della Caritas parla di esclusione sociale e cittadinanza incompiuta. 

La parola “esclusione” richiama l’idea di estraneità, di allontanamento da un progetto comune di società: è l’impossibilità di dare il proprio contributo, di essere soggetti attivi; mentre l’espressione “cittadinanza incompiuta” ricorda un diritto costituzionalmente garantito che in realtà non trova applicazione perché «sacrificato sull’altare delle leggi economiche o del profitto». 

Davvero possiamo rassegnarci al fatto che persone, famiglie e interi gruppi sociali siano considerati alla stregua di “vuoti a perdere”, di rottami inutilizzabili? 

Emotivamente la risposta è no, ma gli autori del rapporto ci invitano a riflettere. 

Nei fatti, data la nostra attuale organizzazione sociale, la persona viene trattata sempre di più come oggetto, con lo stile dell’usa e getta. 

«Si tratta di una filosofia non dichiarata, ma che è penetrata nella vita sociale ed è diventata logica diffusa; è uscita dai cancelli dell’azienda ed è diventata tarlo della società nel suo insieme». 

Ecco perché, si legge nel rapporto, la cittadinanza incompiuta e l’esclusione sociale «non sono solo una sconfitta del diritto e della dignità umana, ma anche un grosso rischio per la democrazia »