OCCHIO AL MURO
 
 
 
20/01/2010 18:50
*** Telecom: interrotta trattativa per 4mila esodi concordati, Cigl fa muro
Uil e Cisl: meglio discutere per evitare scelte unilaterali (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 20 gen - Telecom Italia ha tentato di nuovo di raggiungere un accordo con i sindacati per la gestione di quattromila esodi concordati al 2011, ma la trattativa si e' interrotta nei giorni scorsi. La Cgil, secondo quanto apprende Radiocor, dopo l'ultimo incontro a inizio anno, ha detto no a tagli prima della presentazione nuovo piano industriale, mentre Cisl e Uil erano disponibili a discutere e a trovare una soluzione non traumatica per evitare decisioni unilaterali e drastiche dell'azienda. "Trovo singolare - ha riferito Emilio Miceli, segretario della Slc Cgil - che Telecom a pochi giorni dal piano industriale, dunque ancora al bivio, pensi di pianificare una nuova riduzione del personale. Il sindacato discute solo dopo che i piani industriali vengono approvati.
Inoltre quest'azienda ha gia' sopportato numerosi esuberi e si e' indebolita; il costo del lavoro incide ormai in percentuale irrisoria sui costi complessivi, per questo noi abbiamo sostenuto che una trattativa seria puo' essere fatta solo a valle della presentazione del piano". Tra altri sindacalisti serpeggia invece il timore che, una volta fallita la strada degli esuberi concordati, l'azienda pensi a interventi strutturali sui processi organizzativi interni piu' pesanti. I quattromila tagli, gia' annunciati dall'amministratore delegato Franco Bernabe', erano stati rifiutati dai sindacati a inizio 2009. In particolare le sigle avevano detto no a una proposta per duemila esodi incentivati entro il 2010 e forme di mobilita' per altri duemila dipendenti entro il 2011.
Sim-y (RADIOCOR) 20-01-10 18:50:47 (0381) 3 NNNN
 
 
 
IL CASO
TLC

Una "scatola" italo-spagnola nel futuro di Telecom Italia?

Al vaglio di Mediobanca la possibilità di far confluire in nuova società il 22,5% di Telco e il 3,75% di Telefonica di proprietà della banca catalana Caixa
Da prima di Natale Mediobanca studia il modo di far uscire Telecom Italia dall’impasse in cui si trova. Tra le tante soluzioni sul tavolo prende sempre più piede nelle ultime ore, secondo le anticipazioni del sito Dagospia riportate oggi da Repubblica, l’ipotesi della cosiddetta “scatola italo-spagnola”.

In pratica, spiega il quotidiano, “si tratterebbe di far confluire in una nuova scatola la partecipazione del 22,5% di Telecom oggi in Telco e il 3,75% di Telefonica che la banca spagnola Caixa possiede tramite la holding Criteria”. Secondo “indiscrezioni affidabili” continua Repubblica, “la società spagnola guidata da Cesar Alierta sarebbe anche disponibile a lanciare un’offerta in azioni (Ops) sull’italiana a un premio ragionevole (25-30%) sul valore di mercato, oggi sugli 1,2 euro”. Di certo Alierta non può mettere a rischio la sua reputazione con gli investitori pagando 2,2 euro ai soci Telco che avevano acquistato da Pirelli le azioni a 2,82 euro per poi svalutarle nel 2009; ma con l’escamotage della nuova “scatola” “gli alti valori di carico verrebbero tecnicamente diluiti lasciando spazio a una fusione tutta carta tra le società di Tlc, a valori di Borsa”.

Secondo Repubblica, un’operazione del genere porterebbe i soci italiani di Telco (Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali) a detenere circa il 30-33% della nuova holding, “vale a dire una minoranza di blocco in grado di spuntare una governance che sappia tutelare la cosiddetta italianità del nuovo colosso di Tlc” di cui Alierta sarebbe presidente, Galateri vicepresidente, Linares amministratore delegato per Spagna e Sudamerica, Bernabè amministratore delegato per Europa e Mediterraneo. È uno schema che potrebbe garantire alle infrastrutture dei rispettivi Paesi di rimanere sotto le giurisdizioni nazionali senza reciproche interferenze.

Gli spagnoli potrebbero contare anche sul Banco Bilbao Vizcaya, già in possesso di un’altra quota del gruppo, mentre la pattuglia italiana potrebbe rinforzarsi con la Findim della famiglia Fossati (che ha il 5% di Telecom Italia) o altri interessati a investire nel nuovo colosso telecom che sarà attivo letteralmente in mezzo mondo, dal SudAmerica alla Cina. Naturalmente si tratta di una maxi-operazione che, se dovesse andare avanti, “dovrà godere del via libera dei rispettivi governi e non è un mistero che i rapporti Berlusconi-Zapatero”, conclude Repubblica, “siano buoni e siano migliorati dopo il rafforzamento di Mediaset nel mercato televisivo spagnolo”. Occorrerà però sciogliere i nodi sul mercato brasiliano e argentino che, come noto, sono piuttosto intricati.
 
22 gennaio 2010
di Patrizia Licata

 

Telecom, ultima primavera poi le nozze con Telefonica

Repubblica — 18 gennaio 2010   pagina 1   sezione: AFFARI FINANZA

Tre mesi per decidere il futuro di Telecom Italia. Non è stata fissata una data precisa ma manager e azionisti si sono dati informalmente l' obiettivo di arrivare a primavera con una soluzione. Le ipotesi sono due: matrimonio con Telefonica o addio a Telefonica. La formula del fidanzamento non ha funzionato e ora è il momento di fare una scelta che nessuno considera più rinviabile. Il punto di partenza è la situazione di Telecom, che si presenta come una nave che galleggia, e bene anche, ma che non cammina.I risultati del 2009 sono in linea con gli obiettivi che l' azienda si era data. Telecom dovrebbe aver chiuso l' anno con un utile di circa 1,9 miliardi di euro (consensus Bloomberg), un ebitda di circa 10 miliardi (che nel terzo trimestre ha raggiunto quasi il 50 per cento dei ricavi), e un indebitamento a fine anno di circa 34 miliardi prima dell' incasso di 900 milioni per la vendita di Hansenet, nonostante sia tornata dopo molti anni a pagare le tasse che tra quelle dovute per il 2009 e l' anticipo del 2010 peseranno sul bilancio per oltre 2,4 miliardi di euro. A questo risultato è arrivata grazie a una sostanziosa riduzione dei costi, che hanno più che bilanciato la diminuzione dei ricavi dovuta alla crisi che ha fatto dei dodici mesi passati l' anno peggiore degli ultimi 60, e dovuta anche alla perdita di molti clienti di Tim, soprattutto giovani, passati a competitori che hanno meglio saputo rispondere alle loro esigenze. Su queste premesse il 2010 dovrebbe prospettarsi tranquillo. Le tasse torneranno a un livello normale, la riduzione dei costi sia pure per numeri meno rilevanti del 2009 dovrebbe continuare e i ricavi di Tim, con una politica commerciale riveduta, dovrebbero stabilizzarsi o tornare a crescere. L' esito potrebbe essere un utile in linea con quello del 2009 e una riduzione del debito di un paio di miliardi e forse anche qualcosa di più. E tuttavia questa tranquillità non c' è, per almeno tre motivi: il primo è che questo modello, che prevede la stabilizzazione dei ricavi e degli utili e la riduzione del debito, è in queste condizioni l' unico possibile. La prospettiva di Telecom di qui al 2015 sarebbe quindi quella di mantenere le posizioni e intanto ridurre il debito di un paio di miliardi l' anno per portarlo a 2022 miliardi, un livello dal quale ripartire per una nuova eventuale fase di sviluppo. Cinque anni di purgatorio. Ma sarebbero cinque anni di purgatorio, e qui arriviamo al secondo motivo, in un mondo assai poco tranquillo. Ad assicurare l' equilibrio di Telecom secondo il modello che sopra abbiamo delineato non basta infatti una rigorosa gestione dell' azienda poiché, per esempio, sarebbe sufficiente un sostanzioso aumento dei tassi di interesse, ipotesi probabile in questo arco di tempo, per farlo saltare, rendendo assai più difficile e lungo il processo di riduzione dell' indebitamento e quindi la permanenza in purgatorio. Il terzo problema è che se anche l' azienda ha un equilibrio nei suoi conti e una buona redditività, nessuno considera stabile il suo assetto. Dai politici che chi per ragioni di interesse particolare e chi considerando l' interesse generale pongono un giorno sì e l' altro pure la questione della proprietà e dell' italianità della rete, agli azionisti che soffrono per il prezzo del titolo, allo stesso management che si sente come se avesse una mano legata dietro la schiena: ha libera quella che gli serve per gestire l' azienda e legata invece quella che gli servirebbe per svilupparla. In purgatorio, è la conclusione, Telecom non vuole e non può stare più. Il problema è quindi come uscirne. La novità è che, sia pure con colpevole ritardo, si è arrivati infine alla conclusione che un modo bisogna trovarlo e lentamente si sono mossi i primi passi. Il primo punto da affrontare per arrivare ad una scelta è il piano industriale, ovvero mettere a confronto quale piano potrebbe realizzare Telecom insieme a Telefonica e quale invece senza avere più Telefonica nel suo azionariato di controllo. E' stato scritto più volte che la scelta di coinvolgere il gruppo spagnolo nel controllo di Telecom Italia non è stata la migliore delle scelte possibili, e questo non perché Cesar Alierta e Julio Linares, il numero uno e il numero due della società, siano stati azionisti e consiglieri di amministrazione meno che corretti, ma per l' obiettiva sovrapposizione delle attività dei due gruppi in America Latina. Dei problemi che questo ha causato in Brasile e ancora di più in Argentina sono piene quotidianamente le cronache, e quella è l' unica area in crescita dove Telecom è presente ed è quella nella quale, in assenza di impedimenti, avrebbe potuto portare avanti i suoi piani di sviluppo. Telefonica da questo punto di vista è un impedimento, senza peraltro offrire, per il tipo di partenariato che si è fin qui sviluppato, vantaggi in altri campi o su altri mercati. La verifica da fare quindi è se passando da un fidanzamento a un matrimonio si possa creare una situazione nella quale gli svantaggi in America Latina vengano più che compensati da vantaggi altrove. Uno è intuibile: far parte di un gruppo con una estensione ormai globale e con le spalle forti darebbe maggiore sicurezza per affrontare un futuro incerto. Gli altri sono da conquistare sul campo e riguardano il ruolo che Telecom Italia potrebbe ricoprire all' interno del gruppo, con la responsabilità di alcune aree (per esempio l' Europa esclusa la Spagna), e la governance, ovvero il ruolo che il management italiano potrebbe avere. Una volta identificato un piano industriale realistico da realizzare con una fusione tra Telecom e Telefonica, si dovrebbe poi passare alla verifica di due punti delicatissimi: l' azionariato e la rete. I grandi azionisti italiani (Generali, Intesa San Paolo e Mediobanca) dovrebbero ottenere una valorizzazione delle loro azioni in termini di concambio o di prezzo di vendita vicino al loro valore di carico, che è assai superiore rispetto a quello di mercato, né si dovrebbero trascurare, nell' ipotesi della fusione, gli interessi dei piccoli azionisti. E questo è già uno scoglio assai difficile da superare. Non da meno è quello rappresentato dalla rete. Telecom non intende cederla perché perderebbe gran parte del suo valore e del suo potere contrattuale, ma il paese dovrebbe trovare un modo per garantirne l' apertura, la funzionalità e lo sviluppo, e quindi gli investimenti necessari, indipendentemente da chi ne sia il proprietario. Dall' altra parte c' è l' alternativa "stand alone". Il che vuol dire proprietà italiana, management italiano, autonomia e strategie decise a Roma in Corso d' Italia avendo le mani libere (tutte e due) per affrontare tutte questioni sul tappeto, dall' ingresso di nuovi soci finanziari, dalla Libia ad altri fondi sovrani, magari da far entrare con appositi aumenti di capitale che consentirebbero di ridurre la permanenza in purgatorio, allo sviluppo in America Latina, in altre aree geografiche o in settori contigui dove i margini di crescita si prospettassero più elevati. Naturalmente questa opzione comporterebbe lo smantellamento di Telco, la scatola attraverso la quale oggi Telefonica, Generali, Intesa San Paolo e Mediobanca controllano Telecom, e la trasformazione di quest' ultima in una vera public company, con un certo numero di azionisti importanti ma non con un gruppo di controllo, che sarebbe poi la condizione "naturale" per un' azienda con quelle caratteristiche e di quelle dimensioni. L' ipotesi della fusione, benché complessa, è considerata oggi la più probabile, sia perché Telefonica è già dentro Telecom sia perché, dopo l' acquisto di Endesa da parte di Enel e la leadership di Mediaset e De Agostini nella tv commerciale spagnola, Madrid si aspetta qualcosa di sostanzioso Telecom in cambio, e qualcuno sostiene che lo abbia già negoziato. Il problema in questa fase di avvio della partita è chi debba reggere le fila. Gli azionisti ritengono che debba essere il management, ovvero il presidente Gabriele Galateri e l' amministratore delegato Franco Bernabè. Il management invece si aspetta che a muovere le acque siano gli azionisti italiani, e quindi Corrado Passera per Intesa, Alberto Nagel per Mediobanca e Giovanni Perissinotto per Generali. Un chiarimento interno su questo punto sarebbe opportuno, nell' interesse di tutti e soprattutto dell' azienda. - MARCO PANARA