Telecom, ultima primavera poi le nozze con
Telefonica
Repubblica — 18 gennaio 2010 pagina 1
sezione: AFFARI FINANZA
Tre mesi per decidere il futuro di Telecom
Italia. Non è stata fissata una data precisa ma manager e azionisti si sono dati
informalmente l' obiettivo di arrivare a primavera con una soluzione. Le ipotesi
sono due: matrimonio con Telefonica o addio a Telefonica. La formula del
fidanzamento non ha funzionato e ora è il momento di fare una scelta che nessuno
considera più rinviabile. Il punto di partenza è la situazione di Telecom, che
si presenta come una nave che galleggia, e bene anche, ma che non cammina.I
risultati del 2009 sono in linea con gli obiettivi che l' azienda si era data.
Telecom dovrebbe aver chiuso l' anno con un utile di circa 1,9 miliardi di euro
(consensus Bloomberg), un ebitda di circa 10 miliardi (che nel terzo trimestre
ha raggiunto quasi il 50 per cento dei ricavi), e un indebitamento a fine anno
di circa 34 miliardi prima dell' incasso di 900 milioni per la vendita di
Hansenet, nonostante sia tornata dopo molti anni a pagare le tasse che tra
quelle dovute per il 2009 e l' anticipo del 2010 peseranno sul bilancio per
oltre 2,4 miliardi di euro. A questo risultato è arrivata grazie a una
sostanziosa riduzione dei costi, che hanno più che bilanciato la diminuzione dei
ricavi dovuta alla crisi che ha fatto dei dodici mesi passati l' anno peggiore
degli ultimi 60, e dovuta anche alla perdita di molti clienti di Tim,
soprattutto giovani, passati a competitori che hanno meglio saputo rispondere
alle loro esigenze. Su queste premesse il 2010 dovrebbe prospettarsi tranquillo.
Le tasse torneranno a un livello normale, la riduzione dei costi sia pure per
numeri meno rilevanti del 2009 dovrebbe continuare e i ricavi di Tim, con una
politica commerciale riveduta, dovrebbero stabilizzarsi o tornare a crescere. L'
esito potrebbe essere un utile in linea con quello del 2009 e una riduzione del
debito di un paio di miliardi e forse anche qualcosa di più. E tuttavia questa
tranquillità non c' è, per almeno tre motivi: il primo è che questo modello, che
prevede la stabilizzazione dei ricavi e degli utili e la riduzione del debito, è
in queste condizioni l' unico possibile. La prospettiva di Telecom di qui al
2015 sarebbe quindi quella di mantenere le posizioni e intanto ridurre il debito
di un paio di miliardi l' anno per portarlo a 2022 miliardi, un livello dal
quale ripartire per una nuova eventuale fase di sviluppo. Cinque anni di
purgatorio. Ma sarebbero cinque anni di purgatorio, e qui arriviamo al secondo
motivo, in un mondo assai poco tranquillo. Ad assicurare l' equilibrio di
Telecom secondo il modello che sopra abbiamo delineato non basta infatti una
rigorosa gestione dell' azienda poiché, per esempio, sarebbe sufficiente un
sostanzioso aumento dei tassi di interesse, ipotesi probabile in questo arco di
tempo, per farlo saltare, rendendo assai più difficile e lungo il processo di
riduzione dell' indebitamento e quindi la permanenza in purgatorio. Il terzo
problema è che se anche l' azienda ha un equilibrio nei suoi conti e una buona
redditività, nessuno considera stabile il suo assetto. Dai politici che chi per
ragioni di interesse particolare e chi considerando l' interesse generale
pongono un giorno sì e l' altro pure la questione della proprietà e dell'
italianità della rete, agli azionisti che soffrono per il prezzo del titolo,
allo stesso management che si sente come se avesse una mano legata dietro la
schiena: ha libera quella che gli serve per gestire l' azienda e legata invece
quella che gli servirebbe per svilupparla. In purgatorio, è la conclusione,
Telecom non vuole e non può stare più. Il problema è quindi come uscirne. La
novità è che, sia pure con colpevole ritardo, si è arrivati infine alla
conclusione che un modo bisogna trovarlo e lentamente si sono mossi i primi
passi. Il primo punto da affrontare per arrivare ad una scelta è il piano
industriale, ovvero mettere a confronto quale piano potrebbe realizzare Telecom
insieme a Telefonica e quale invece senza avere più Telefonica nel suo
azionariato di controllo. E' stato scritto più volte che la scelta di
coinvolgere il gruppo spagnolo nel controllo di Telecom Italia non è stata la
migliore delle scelte possibili, e questo non perché Cesar Alierta e Julio
Linares, il numero uno e il numero due della società, siano stati azionisti e
consiglieri di amministrazione meno che corretti, ma per l' obiettiva
sovrapposizione delle attività dei due gruppi in America Latina. Dei problemi
che questo ha causato in Brasile e ancora di più in Argentina sono piene
quotidianamente le cronache, e quella è l' unica area in crescita dove Telecom è
presente ed è quella nella quale, in assenza di impedimenti, avrebbe potuto
portare avanti i suoi piani di sviluppo. Telefonica da questo punto di vista è
un impedimento, senza peraltro offrire, per il tipo di partenariato che si è fin
qui sviluppato, vantaggi in altri campi o su altri mercati. La verifica da fare
quindi è se passando da un fidanzamento a un matrimonio si possa creare una
situazione nella quale gli svantaggi in America Latina vengano più che
compensati da vantaggi altrove. Uno è intuibile: far parte di un gruppo con una
estensione ormai globale e con le spalle forti darebbe maggiore sicurezza per
affrontare un futuro incerto. Gli altri sono da conquistare sul campo e
riguardano il ruolo che Telecom Italia potrebbe ricoprire all' interno del
gruppo, con la responsabilità di alcune aree (per esempio l' Europa esclusa la
Spagna), e la governance, ovvero il ruolo che il management italiano potrebbe
avere. Una volta identificato un piano industriale realistico da realizzare con
una fusione tra Telecom e Telefonica, si dovrebbe poi passare alla verifica di
due punti delicatissimi: l' azionariato e la rete. I grandi azionisti italiani
(Generali, Intesa San Paolo e Mediobanca) dovrebbero ottenere una valorizzazione
delle loro azioni in termini di concambio o di prezzo di vendita vicino al loro
valore di carico, che è assai superiore rispetto a quello di mercato, né si
dovrebbero trascurare, nell' ipotesi della fusione, gli interessi dei piccoli
azionisti. E questo è già uno scoglio assai difficile da superare. Non da meno è
quello rappresentato dalla rete. Telecom non intende cederla perché perderebbe
gran parte del suo valore e del suo potere contrattuale, ma il paese dovrebbe
trovare un modo per garantirne l' apertura, la funzionalità e lo sviluppo, e
quindi gli investimenti necessari, indipendentemente da chi ne sia il
proprietario. Dall' altra parte c' è l' alternativa "stand alone". Il che vuol
dire proprietà italiana, management italiano, autonomia e strategie decise a
Roma in Corso d' Italia avendo le mani libere (tutte e due) per affrontare tutte
questioni sul tappeto, dall' ingresso di nuovi soci finanziari, dalla Libia ad
altri fondi sovrani, magari da far entrare con appositi aumenti di capitale che
consentirebbero di ridurre la permanenza in purgatorio, allo sviluppo in America
Latina, in altre aree geografiche o in settori contigui dove i margini di
crescita si prospettassero più elevati. Naturalmente questa opzione
comporterebbe lo smantellamento di Telco, la scatola attraverso la quale oggi
Telefonica, Generali, Intesa San Paolo e Mediobanca controllano Telecom, e la
trasformazione di quest' ultima in una vera public company, con un certo numero
di azionisti importanti ma non con un gruppo di controllo, che sarebbe poi la
condizione "naturale" per un' azienda con quelle caratteristiche e di quelle
dimensioni. L' ipotesi della fusione, benché complessa, è considerata oggi la
più probabile, sia perché Telefonica è già dentro Telecom sia perché, dopo l'
acquisto di Endesa da parte di Enel e la leadership di Mediaset e De Agostini
nella tv commerciale spagnola, Madrid si aspetta qualcosa di sostanzioso Telecom
in cambio, e qualcuno sostiene che lo abbia già negoziato. Il problema in questa
fase di avvio della partita è chi debba reggere le fila. Gli azionisti ritengono
che debba essere il management, ovvero il presidente Gabriele Galateri e l'
amministratore delegato Franco Bernabè. Il management invece si aspetta che a
muovere le acque siano gli azionisti italiani, e quindi Corrado Passera per
Intesa, Alberto Nagel per Mediobanca e Giovanni Perissinotto per Generali. Un
chiarimento interno su questo punto sarebbe opportuno, nell' interesse di tutti
e soprattutto dell' azienda. - MARCO
PANARA